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Home » Osservatorio Media, Petrolio - 25 giugno 2011

Con le trivelle sale il rischio sisma. È allarme in Basilicata

Mister terremoti. Il professor Leonardo Seeber è uno dei più noti sismologi mondiali, docente al Lamont-Doherty Earth Observatory della Columbia University. La Gazzetta l’ha rintracciato tra i monti della Turchia. Al professor Seeber abbiamo chiesto delle possibili correlazioni tra l’attività sismica e l’attività estrattiva in Basilicata. Molti pozzi di petrolio, compresi quelli di reiniezione di liquidi ad alta pressione come Monte Alpi 9 e Costa Molina 2, si trovano nell’area epicentrale del disastroso terremoto del 1857 in Val d’Agri, o vicine ad attività umane già di per sé rischiose, come lo stoccaggio di rifiuti radioattivi.

Professore Seeber, i lucani devono temere terremoti da estrazione mineraria?
«L’Italia si profila lungo un contatto tra placche tettonicamente attive. Estrazione petrolifera o no, in gran parte d’Italia bisogna “temere”, o meglio, programmare i terremoti, come c’insegna la storia prima del petrolio. Più recentemente, si è anche capito che le attività ingegneristiche possono alterare lo stato meccanico della crosta terrestre in maniera sufficiente da triggerare terremoti. Triggerare significa anticipare un terremoto che senza l’intervento umano sarebbe accaduto più tardi. Quindi, rispondo di sì, l’attività estrattiva di idrocarburi è ben conosciuta come un agente che può alterare lo stato meccanico crostale in maniera sufficiente da triggerare terremoti».

Immettere liquidi ad alta pressione nel sottosuolo, aumenta il rischio sismico?
«Rimozione/aggiunta di massa e aumento/diminuzione della pressione del fluido interstiziale sono tipicamente associati all’estrazione petrolifera. Tali cambiamenti artificiali possono contribuire a una anticipazione (o a un ritardo) di un terremoto. L’incremento sostanziale è prolungato dalla pressione del fluido interstiziale ed è una delle maniere più efficienti per diminuire la resistenza della roccia e portare a una sua rottura sotto lo sforzo naturale. Generando in terremoto».

Dunque?
«Il diavolo è nei dettagli, come si dice in inglese. A questo punto, non solo abbiamo i mezzi per alterare in maniera significativa lo stato meccanico crostale, ma abbiamo anche la capacità di capire in maniera proficua come le nostre attività ingegneristiche alterino lo stato naturale e come tali cambiamenti influenzino il rischio di terremoti. Se si altera la natura, si deve anche capirne i dettagli e le conseguenze. Bisogna monitorare la situazione con mezzi geofisici moderni e studiarne attentamente i risultati. Senza pressioni di parte e all’aria aperta!».

Sì, ma che precauzioni Comuni e Regione dovrebbero pretendere?
«Devono monitorare la situazione con una commissione di esperti che ha completo accesso a informazioni tecniche e deve essere indipendente da interessi di parte. Abbiamo tutti bisogno di petrolio e siamo pronti a pagare, non solo con soldi, ma anche accettando un incremento di rischio, per esempio di polmonite da inquinamento atmosferico, o di terremoti. Le autorità amministrative hanno la responsabilità di rendere minimo questo rischio, stabilendo un processo che gestisca le conseguenze delle nostre azioni collettive e renda minime quelle nocive».

Associazioni e movimenti denunciano il contrario!
«Le posizioni radicali di una parte della popolazione derivano in gran parte dalla sensazione che l’autorità amministrativa professa soltanto tali responsabilità, prendendosi invece il ruolo di relatori pubblici per le grosse compagnie. Devo aggiungere che tale situazione si riconosce globalmente».

Le società minerarie cosa devono garantire?
«Devono sottomettersi al processo di cui sopra. Il che significa dare agli esperti i dati sull’ingegneristica dei campi petroliferi, astenersi da interferenze con i risultati del monitoraggio e accettare direttive su cambiamenti necessari a diminuire il rischio. Nel nostro sistema economico, le società minerarie, come qualsiasi altro ente “privato”, ha il dovere di massimizzare il profitto, entro le leggi. Il problema è stabilire leggi effettive e applicarle senza remore».

Che liquidi utilizzano le compagnie minerarie?
«Non conosco la chimica dei fluidi iniettati nei pozzi in Val d’Agri. L’estrazione del petrolio richiede di  massimizzare la permeabilità sotterranea. Per farlo, spesso si usano sostanze tossiche nel fluido iniettato. Quindi, il rischio d’inquinamento si aggiunge al rischio sismico».

A 200 metri dal deposito di scorie radioattive dell’Itrec di Rotondella si estrae gas dal pozzo Rivolta 1. Esiste un rischio di subsidenza e, di conseguenza, un rischio di contaminazione radioattiva?
«In generale, l’estrazione di fluido — acqua, gas, petrolio — porta a subsidenze, che possono manifestarsi lentamente o subitaneamente. La subitanea subsidenza sottomarina, ad esempio, può causare un maremoto.
In inglese si distingue l’ “hazard” — la quantificazione dei fenomeni che potrebbero essere dannosi, come l’accelerazione delle vibrazioni sismiche — dal “risk” — il danno che ci aspettiamo considerando le strutture esposte a quell’accelerazione. Il “risk” è quello che c’interessa nel caso della sua domanda. E la presenza di scorie nucleari aumenta il risk!».

[articolo di Enzo Palazzo - Gazzetta del Mezzogiorno del 25/6/2011]

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