IL CASO DELLA VAL D’AGRI
di
Antonio Lumicisi – Campagna Clima / Energia – Greenpeace Italia.
Greenpeace Italia
Viale Manlio Gelsomini, 28
00153 Roma
Tel. 06/57299922 – Fax
06/5783531
Sito Web: www. greenpeace. it
E-mail: info @ geenpeace.it
INDICE
1 Gli impatti delle emissioni
“ 5
2 La vulnerabilità
dell’Italia ai cambiamenti climatici
“ 6
3 Quanto combustibile fossile
possiamo permetterci di bruciare ancora?
“ 8
1 Il ruolo dell’Agip (ENI)
nel contesto nazionale ed internazionale
1 Il petrolio in Val d’Agri
pag.
13
2 Le riserve e la produzione
della Val d’Agri
“ 14
3 La presenza dell’Eni in Val
d’Agri
“ 16
4 Il piano di investimenti
dell’Eni
“ 17
5 Uno sviluppo alternativo per
la Val d’Agri
“ 18
6 Il rapporto con la Pubblica
Amministrazione
“
19
7 L’accordo Eni-Regione
“ 20
8 Il rischio sismico
“ 22
Problemi di carattere globale
pag. 23
Problemi di carattere locale
“24
Conclusioni
“25
Bibliografia
pag. 27
Da sempre le attività umane
hanno influenzato l’ambiente nel quale venivano espletate. In particolare,
dall’epoca della Rivoluzione Industriale, si è aperto un periodo di profondi
cambiamenti nella storia dell’uomo. L’incremento dell’uso di combustibili
fossili (carbone, petrolio e gas) dovuto all’intensa attività industriale, ha
avuto un profondo impatto sugli ecosistemi.
Con il passar del tempo è
apparso sempre più chiaramente che l’impatto delle attività industriali si
estendeva ben oltre i confini locali, fino ad interessare intere regioni, e, in
alcuni casi, l’intero pianeta. Oltre a produrre e rilasciare nell’ambiente
composti non presenti in natura, l’uomo ha significativamente modificato il
ciclo naturale di molte sostanze. L’utilizzo su grande scala di combustibili
fossili per esigenze energetiche, ha direttamente influenzato i cicli del
carbonio e dello zolfo, ed è responsabile del mutamento dell’azoto e del
cloro in altre forme, influenzandone cosi anche i loro cicli globali.
L’anidride carbonica (CO2),
il metano (CH4) e il protossido di azoto (N2O), sono gas i cui cicli naturali
sono stati ampiamente modificati dalle attività umane ed agiscono tutti come
gas ad "effetto serra", aumentando in maniera non sostenibile
l’effetto serra naturale che rappresenta il principale artefice delle
condizioni sotto le quali si è potuta sviluppare la vita sul nostro pianeta.
Le attività umane sono
responsabili, annualmente, dell’emissione di circa 7 miliardi di tonnellate di
carbonio (pari a 25,6 miliardi di
tonnellate di CO2). Di queste, circa
il 60% e dovuto all’utilizzo di combustibili fossili (23% carbone, 23%
petrolio, 12% gas).
E’ evidente; quindi, come
l’uso del petrolio sia responsabile, da solo, di circa il 15% delle emissioni
globali di gas serra.
Le emissioni di CO2
dell’Italia ammontano a 438 milioni di tonnellate all’anno, pari
all’1,8% delle emissioni globali e al 13,2% delle emissioni dell’Unione
Europea.
1. Le emissioni di gas serra
Il livello di CO2 presente
nell’atmosfera e stato relativamente costante fino alla fine del 18° secolo.
Dalla Rivoluzione Industriale, come diretta conseguenza delle attività umane,
tale livello è aumentato di circa il 30% da circa 280 parti per milione/volume
(ppmv) a 358 ppmv nel 1994 ed oltre le 360 ppmv nel 1997.
Oltre la metà dei 450 miliardi di tonnellate di carbonio (equivalenti a 1.647 miliardi di tonnellate di anidride carbonica) emessa negli ultimi due secoli è tuttora nell’atmosfera terrestre dato che, una volta emessa, vi rimane per un periodo variabile da 50 a 200 anni.
Quindi, anche se si adottassero
immediatamente dei provvedimenti per limitare le emissioni, i primi effetti in
termini di riduzione della concentrazione si avrebbero solo dopo circa 20 anni.
La terza Conferenza delle Parti
(COP-3) della Convenzione Internazionale delle Nazioni Unite sui Cambiamenti
Climatici (UNFCCC), tenutasi a Kyoto lo scorso dicembre, non ha portato i
risultati attesi per un reale impegno da parte dei governi sul problema del
cambiamento climatico. Per i soli paesi sviluppati ci si è accordati su un
livello di riduzione delle emissioni di gas serra del 5% rispetto al 1990, da
attuarsi entro il periodo 2008-2012. Le molte “scappatoie” lasciate aperte
dal Protocollo di Kyoto (commercializzazione delle quote di riduzione, calcolo
dei depositi di carbonio, meccanismo della joint implementation) riducono di
molto, in termini pratici, l’impegno dei paesi firmatari del Protocollo. Se
tali "scappatoie" non verranno adeguatamente riconsiderate
l’ammontare globale delle emissioni al 2010 invece di diminuire (del 5% come
da Protocollo) aumenterà dell’1-2% rispetto ai livelli di emissione di
riferimento del 1990. Questo problema insieme alla mancanza di regole e
sanzioni da adottare per quei paesi che non rispetteranno le quote assegnate,
verrà discusso a Buenos Aires alla fine di quest’anno, in occasione della
quarta Conferenza delle Parti.
1.1 Gli impatti
delle emissioni
A fronte, quindi, di un
continuo aumento della concentrazione di C02,
aumenterà anche la quantità di calore trattenuto negli strati bassi
dell’atmosfera.
Entro il 2100 è previsto un
riscaldamento medio della superficie terrestre compreso tra i 2,5°C
e i 2,9°C rispetto ai livelli pre-industriali. In termini storici, un
cambiamento ditali proporzioni non si è mai verificato negli ultimi 10.000
anni.
Un incremento di temperatura di
queste proporzioni sarà seguito da pericolosi cambiamenti climatici aumenterà
la desertificazione e la frequenza delle siccità, si verificheranno cambiamenti
nelle precipitazioni e nella circolazione degli oceani. L’aumento del livello
dei mari provocherà inondazioni nelle isole-Stato e nelle zone costiere
produttive. Si verificheranno cambiamenti anche nell’andamento delle malattie
dell’uomo e degli animali in generale; gli insetti portatori di agenti
patogeni, ad esempio, estenderanno il loro areale di distribuzione, provocando
un significativo aumento di decessi.
E’ verosimile che
l’intensità degli eventi legati a El Nino, ad esempio, possa aumentare come
conseguenza degli effetti del cambiamento climatico.
L’IPCC (Intergovernmental
Panel on Climate Change) ha previsto un innalzamento del livello del mare di
oltre 86 cm nel prossimo secolo nel caso la concentrazione di gas serra
nell’atmosfera raddoppiasse, e di oltre 1,5 metri nei secoli a venire. Un
terzo di questo innalzamento sarebbe provocato dallo scioglimento dei ghiacciai
e delle calotte polari e più della metà dall’espansione termica degli
oceani.
Poche settimane fa l’esperto glaciologo statunitense, dr. Bruce Molnia, ha dichiarato che lo scioglimento dei ghiacci nel nord-ovest dell’America (Alaska, British Columbia e Yukon) potrebbe contribuire per oltre il 50 per cento all’innalzamento del livello dei mari durante il prossimo secolo. La regione artica occidentale, infatti, ha registrato un riscaldamento record di circa un grado Celsius per decade nelle ultime 3 decadi.
In un rapporto della Swiss Re,
una delle più grandi compagnie di assicurazioni del mondo, si afferma che "la
diminuzione delle precipitazioni e l’aumento della siccità in un mondo che si
va riscaldando aumenterà il rischio di incendi nei boschi e nelle foreste”.
Inoltre, come afferma l’IPCC
in un suo rapporto: "tra gli impatti
globali sugli oceani, vi saranno cambiamenti nel bilancio termico, slittamenti
nelle correnti oceaniche che modificheranno la capacità degli oceani di
assorbire calore e cambiamenti nelle zone di risalita delle acque, associate
alla pesca”.
1.2 La vulnerabilità
dell’Italia ai cambiamenti climatici
Il secondo rapporto dell’IPCC
(1995), le valutazioni scientifiche effettuate dalla Columbia University e dal
Goddard Institute for Space Studies - NASA di New York per conto del Ministero
dell’Ambiente e le recenti previsioni del Secondo Gruppo di Lavoro dell’IPCC
sugli impatti regionali dei cambiamenti climatici (1997), mettono in evidenza
una significativa vulnerabilità ambientale del nostro paese rispetto agli
scenari climatici dei prossimi decenni, che si vanno delineando in relazione
all’aumento delle concentrazioni di gas serra in atmosfera.
Assumendo come scenario base le
previsioni di crescita delle emissioni di gas serra, tali
analisi mostrano che, se non
saranno adottate misure efficaci per la loro riduzione, entro il 2035 avrà
luogo il raddoppio della concentrazione atmosferica di CO2 rispetto ai valori
del 1990, cui corrisponderà un aumento della temperatura nella regione
mediterranea compreso tra i 3°C e i 6°C.
Un tale aumento delle
temperature dovrebbe determinare significativi impatti per il nostro paese, che
possono essere sintetizzati nel modo seguente:
·
Una progressiva aridificazione nelle regioni
centro-meridionali, con degradazione dei suoli, infiltrazione salina nelle falde
e modificazione della produttività agricola;
·
Un progressivo disgelo dei ghiacciai alpini. Uno studio
del governo svizzero afferma che il
90% dei ghiacciai delle Alpi presto si scioglierà e ciò comporterà
smottamenti di grandi dimensioni, fiumi in piena e immense masse di fango che
precipiteranno a valle. Sul versante italiano, il Centro Sperimentale Valanghe
di Arabba (Marmolada) ha rilevato un ritiro dei ghiacciai dolomitici al ritmo di
5-6 metri all’anno; nel solo
decennio 1980-1990 la riduzione di massa si può quantificare tra il 10 e il
20%.
·
Un aumento della frequenza delle inondazioni e
dell’erosione delle coste, con particolare riferimento al delta del Po ed alla
laguna di Venezia, quest’ultima ancora più in pericolo a causa del fenomeno
della subsidenza, consistente in un
lento abbassamento del terreno che può essere accentuato a seguito
dell’estrazione di fluidi (acqua, gas, petrolio) dal sottosuolo.
In particolare, nel nostro Paese è previsto un aumento del livello del mare tra gli 8 e i 29 cm, con rischi di inondazione:
-
delle isole e della terraferma di Venezia, con
un’accentuazione drammatica del fenomeno delle acque alte (come denunciato
negli studi recenti del Prof Frassetto del CNR);
-
della Pianura Padana, in particolare del Veneto e
dell’Emilia, fino a I.152 kmq, corrispondenti al 10,2% delle coste del
nord-Italia;
- delle zone costiere del centro Italia, fino a 248 kmq,
corrispondenti al 4,9% del
territorio;
- delle zone costiere del sud Italia (Puglia,
Calabria) e della Sicilia orientale fino a
2.851
kmq, corrispondenti all’11% del territorio;
- delle zone costiere della
Sardegna, fino a 301 kmq, corrispondenti al 5,6% del territorio.
·
Un aumento della frequenza delle precipitazioni
“estreme”, in particolare nelle regioni centro-settentrionali, con crescite
eccezionali delle portate dei fiumi e conseguenti eventi alluvionali.
·
Un’emergenza per nuove malattie infettive o la
ricomparsa di malattie infettive considerate debellate, come ad esempio la
malaria-
·
Il diffondersi di malattie determinate dalle “onde di
calore”, in particolare nelle aree urbane.
In definitiva, le conseguenze
ambientali, sociali ed economiche di questi impatti risultano assai rilevanti e
giustificano le preoccupazioni di Greenpeace, anche alla luce dei risultati
negativi conseguiti alla Conferenza di Kyoto.
1.3
Quanto combustibile fossile possiamo permetterci di bruciare ancora?
Sulla base di alcune condizioni
ecologiche pre-definite (indicate, tra l’altro dal Gruppo Consultivo delle
Nazioni Unite sui Gas Serra), Greenpeace ha calcolato un bilancio del carbonio
fino al 2100, al fine di limitare i danni dovuti all’aumento della temperatura
del pianeta.
Le condizioni ecologiche
pre-definite sono:
1) limitare nel lungo periodo
(da qui al 2100) l’aumento della temperatura media globale ad 1°C, rispetto
al livello pre-industriale;
2) limitare l’aumento del
livello dei mari a 20 cm rispetto ai livelli del 1990;
3) ridurre il tasso di
accrescimento del riscaldamento globale e del livello dei mari al di
sotto, rispettivamente, di 0,1°
C e 20 mm per decade.
Sulla base di queste
condizioni, con un serio intervento da parte dei Governi per fermare la
deforestazione e con l’istituzione di programmi di reinserimento delle foreste
distrutte, sarà tollerabile, per il sistema-Terra, un consumo di combustibili
fossili pari a 225 miliardi di tonnellate di carbonio (GtC). Tale cifra
rappresenta circa un quarto delle riserve attualmente note e solo una
piccolissima parte (5%) delle risorse totali.
Senza una regolare e concreta
azione di controllo delle emissioni di C02,
si stima che entro il 2100 si avranno emissioni di CO2 equivalente pari a 1.400 GtC. In pratica, ai ritmi correnti di
uso dei combustibili fossili la quota di “sicurezza” delle emissioni di
carbonio sarà raggiunta in meno di 40 anni e, se la domanda di energia
continuerà a crescere al ritmo attuale del 2% annuo, questa quota sarà
superata in meno di 30 anni.
2. I consumi di energia per fonti primarie in Italia nel 1997
Nel 1997 i consumi italiani di
energia sono stimati complessivamente in 173,1 milioni di
tonnellate equivalenti di
petrolio (Mtep), pari allo 0,5% in PIÙ rispetto al 1996.
|
FONTE PRIMARIA |
Milioni di Tep |
% |
Variaz. vs 1996 |
|
Combustibili solidi (°) |
12,7 |
7,3 |
- 0,8% |
Gas naturale |
47,7 |
27,6
|
+2,8% |
|
Energia elettrica primaria(*) |
18,5 |
10,7 |
= |
|
Petrolio |
93,9 |
54,2 |
-
0.4 |
|
Fonti rinnovabili |
0,3 |
0,2 |
= |
|
TOTALE |
173,1 |
100 |
+ 0,5% |
|
(*) di cui: Energia idrogeolettrica Energia nucleare Importazioni nette |
10,4
- 8,1
|
|
- 2,8 % -
+
3,8% |
(Fonte: Unione
Petrolifera, 1998)
(°) escluso il coke di
petrolio che è considerato un prodotto petrolifero
54,2% di tali consumi
energetici è coperto dall’utilizzo del petrolio (93,9 Mtep), che deriva per
il 5,7% da produzione nazionale (pari a 5,4 milioni di tonnellate) e per il
restante 4,3% (pari a 88,5 milioni di tonnellate) da importazione. E’ noto,
infatti, come l’Italia, insieme al Giappone, sia, tra i paesi
industrializzati, quello che dipende maggiormente dall’estero per
l’approvvigionamento energetico.
Anche l’Europa non è da meno
in fatto di dipendenza dall’estero: importa oltre il 60% del petrolio che
consuma.
1. Il ruolo dell’Agip (ENI) nel contesto nazionale ed internazionale
Tra le società italiane
titolari di istanze, permessi di ricerca, concessioni di coltivazione di
idrocarburi liquidi e gassosi sul nostro territorio - una quarantina in tutto -
l’Agip risulta dal 1926 il maggior operatore.
L’1/1/98 è operativa la fusione nell’ENI holding della controllata Agip S.p.A. A seguito del riassetto organizzativo, la nuova “Divisione Agip” é stata suddivisa in dodici funzioni. quattro “aree geografiche” otto “strutture”.
La sua intensa attività di
ricerca e produzione viene condotta sia con iniziative in proprio che in joint
venture con le più importanti compagnie petrolifere. L’Eni opera
anche all’estero in 26 Paesi, svolgendo attività rilevanti nell’Africa
Settentrionale (dal 1954 è il principale operatore) ed Occidentale, nel Mare
del Nord, in Cina, nei territori dell’ex Unione Sovietica e negli Stati Uniti.
Alla fine del 1997 l’Eni
aveva riserve certe pari a 2.844 milioni di barili di petrolio (+14,5%
rispetto al 1996) e 358,7 miliardi di metri cubi di gas naturale (+1,8%
rispetto al 1996); in totale, 5.073 milioni di barili di petrolio equivalente (Mboe)
(+8,5% rispetto al 1996). L’indice di ricostituzione delle riserve
(rapporto tra l’incremento delle riserve certe nell’anno e la produzione
dell’anno) nel 1997 è stato pari al 206% (200% nel 1996, 126% nel 1995)
e la vita residua delle riserve di 13,6 anni (13,1 nel 1996, 11,9 nel 1995).
In Italia, l’Eni ricava circa
il 40% della sua produzione complessiva ed è presente anche nel settore
fotovoltaico con la controllata Eurosolare.
Negli ultimi anni, la
produzione si è attestata intorno al milione di barili di petrolio equivalente
al giorno (1.021.000 boe nel 1997, 984.000 nel 1996), mantenendo un rapporto
riserve/produzioni in linea con quello delle maggiori compagnie petrolifere.
Utile operativo delle attività dei principali settori Eni (miliardi di
lire)
Esplorazione
e
Produzione Gas naturale |
1996 5.295 3.919 |
1997 5.015 3.895 |
Variazione
% -5,3 - 0,6 |
|
Raffinazione e Marketing |
964 |
1.118 |
16,0 |
|
Petrolchimica |
202 |
362 |
79,2 |
|
Ingegneria e Servizi |
308 |
327 |
6,2 |
|
Altre attività, incluse dismissioni |
- 283 |
- 370 |
30,7 |
|
Effetto SFAS 121 |
- 801 |
|
|
|
Utile operativo |
9.604 |
10.347 |
7,7 |
(fonte: Bilancio consolidato ENI 1997)
Il bilancio consolidato del
1997 parla di 10.347 miliardi di lire di utile operativo (5.118 miliardi di
utile netto). Il fatturato è stato di 60.718 miliardi e gli investimenti
tecnici hanno aggiunto la quota di 8.073 miliardi.
Nei prossimi quattro anni, la
compagnia dovrebbe investire circa 20.000 miliardi e, purtroppo, non ci sono
segnali di un reale impegno da parte dell’Eni nel voler intensificare o
sviluppo del settore delle fonti energetiche rinnovabili.
Eurosolare, società del gruppo Eni, è l’unica industria
fotovoltaica in Italia; nel 1997 la produzione è stata pari a 2,2 MWp, mentre
le vendite di celle e moduli hanno raggiunto i
2,6 MWp. L’attività di
Eurosolare copre circa il 2% del mercato mondiale, che lo scorso anno ha
raggiunto il valore di 122 MW
L’esercizio 1997 si è chiuso per Eurosolare con una
perdita di 2,6 miliardi (nel 1996 la perdita era stata di 14,1 miliardi), con
investimenti effettuati per 1,3 miliardi (1/3 degli investimenti del 1996 e 1/5
di quelli del 1995).
Le vendite previste per il 1998
sono pari a circa 2,4 MWp e l’obiettivo che Eurosolare si è posto è quello
di conseguire una capacità produttiva e di vendita di celle, moduli e sistemi
intorno ai 4 MWp, per poi aumentarla fino a 5,1 MWp nei prossimi anni; quindi,
un raddoppio della capacità produttiva nei prossimi anni che, nella migliore
delle ipotesi, si tradurrà ogni anno in investimenti reali non superiori a
quelli dell’esercizio 1997 (poco più di un miliardo di lire). Tali
investimenti rappresentano lo 0,000 1% dell’utile operativo dell’Eni
del 1.997 lo 0,0003% dell’utile operativo, sempre del 1997, relativo al
solo settore dell’esplorazione e produzione di idrocarburi. Confrontati con
gli investimenti che l’Eni destina all’attività esplorativa, il rapporto è
1 a 850, mentre se li confrontiamo con gli investimenti relativi all’attività
di sviluppo della produzione, il rapporto è maggiore di 1 a .500. In pratica
per ogni 1.000 lire che l’Eni investe sul fotovoltaico tramite Eurosolare
investe 1,5 milioni di lire nello sviluppo della ricerca e
produzione di idrocarburi.
La produzione italiana di gas
naturale proviene principalmente dai giacimenti del Mare Adriatico, della
Pianura Padana e del Mar Ionio e copre circa un terzo del consumo nazionale di
gas. I più importanti giacimenti italiani di petrolio sono quelli di TrecateVillafortuna,
posto a cavallo fra il Piemonte e la Lombardia (tristemente noto per
l’incidente del 28 febbraio 1994 al pozzo TR24d) e quelli situati in Sicilia e
in Basilicata.
3.Il petrolio in Basilicata
La Basilicata è la prima
regione italiana per numero di permessi di ricerca (23, di cui I sospeso al
31/12/97 e altri 2 in scadenza entro la fine del 1998) e concessioni di
coltivazione di idrocarburi (27, di cui 1 in scadenza entro la fine del 1998),
rispettivamente il 21,5% ed il 19,7% del numero totale dei permessi di ricerca e
delle concessioni di coltivazioni nel nostro paese. Il territorio lucano
interessato alle attività di esplorazione e coltivazione di idrocarburi è pari
a 702.536 ettari, il 70,3% dell’intero territorio regionale.
Le 20 compagnie petrolifere
che, da quando è iniziata la ricerca di idrocarburi in Basilicata, hanno
richiesto permessi di ricerca e/o di coltivazione nella regione sono, in ordine
alfabetico:
Agip, Blu Star Corporation
(EU), British-Borneo lnternational, British Gas Exploration and Production,
British Gas Rimi, Edison Gas, Canada Northwest Italiana, Elf Idrocarburi
Italiana, Enterprise Oil Exploration, Enterprise Oil Italy, Fina Italiana,
Futuradiciassette, Italmin Petroli, Lasmo Italia Sud, Mobil Oil Italiana,
Petrorep Italiana, Società Petrolifera Italiana (SPI), Texaco Energia, Triton
Italy, Union Texas Adriatic.
3.1 Il petrolio in
Val d’Agri
Quando si parla del petrolio in
Val d’Agri, si fa riferimento ad una quindicina di permessi di ricerca e,
soprattutto, a 6 concessioni di coltivazione dislocate lungo e intorno la
valle del fiume Agri.
Tali concessioni sono:
1)
"TEMPA D’EMMA"
I titolari della concessione, e
le relative quote di partecipazione, sono le seguenti(*):
FINA ITALIANA (28,23 %) (r.u.)
(**)
MOBIL OIL ITALIANA (28,23 %)
ENTERPRISE OIL ITALIANA (23,08
%)
LASMO IALIA SUD (20,46 %)
La concessione é estesa su una
superficie di 30.323 ettari (ha) nelle province di Potenza e Matera e la data di
scadenza è il 19/5/2024.
2)
“ GORGOGLIONE”
I titolari della concessione, e
le relative quote di partecipazione, sono le seguenti(*)
LASMO ITALIA SUD (40 %) (r.u.)
(**)
ENTERPRISE OIL ITALIANA (33,33
%)
FINA ITALIANA (13,335 %)
MOBIL OIL ITALIANA (13,335 %)
La concessione è estesa su una
superficie di 10.741 ettari (ha) nelle province di Matera e
Potenza e la data di scadenza
è il 1/10/2023.
3)
"VOLTURINO"
I titolari della concessione, e
le relative quote di partecipazione, sono le seguenti (*):
AGIP (45 %) (r.u.) (**)
ENTERPRISE OIL ITALIANA (55 %)
La concessione è estesa su una
superficie di 34.837 ettari (ha) nella provincia di Potenza e la data di
scadenza è il 31/5/2023.
4)
"GRUMENTO NOVA"
I titolari della concessione, e
le relative quote di partecipazione, sono le seguenti(*)
AGIP (60%) (r.u.)
ENTERPRISE OIL ITALIANA (40%)
La concessione è estesa su una
superficie di 9.175 ettari (ha) nella provincia di Potenza e la data di scadenza
è il 20/4/2020.
5)
"CALDAROSA"
I titolari della concessione, e
le relative quote di partecipazione, sono le seguenti(*):
AGIP (100 %)
La concessione è estesa su una
superficie di 12.051 ettari (ha) nella provincia di Potenza e la data di
scadenza è il 26/10/2019.
6)
"COSTA MOLINA"
I titolari della concessione, e
le relative quote di partecipazione, sono le seguenti(*):
AGIP (100 %)
La concessione è estesa su una
superficie di 13.360 ettari (ha) nella provincia di Potenza e la data di
scadenza è il 14/7/2013.
(*) dalla data del decreto o della
determinazione ministeriale ad oggi, parte delle quote di partecipazione può
essere stata trasferita con provvedimenti specifici e i dati riportati sopra
sono relativi alla situazione al 31/12/97;
(**) con (r.u.) si intende la
rappresentante unica per i rapporti con l’Amministrazione di più soggetti
intestatari di uno stesso titolo minerario.
3.2 Le riserve e la
produzione della Val d’Agri
Nella tabella sottostante viene
sintetizzato l’ammontare delle riserve (certe e possibili) per le 4
concessioni della Val d’Agri, dove opera l’Eni. Le cifre sono espresse in
Milioni di barili di petrolio equivalente (Mboe) visto che, oltre al petrolio,
é presente anche il gas (Si prevede l’estrazione di oltre 2 milioni di metri
cubi di gas naturale all’anno, entro il 2001).
|
CONCESSIONI |
RISERVE CERTE |
RISERVE POSSIBILI |
TOTALE |
|
Grumento Nova |
93 |
34 |
127 |
|
Caldarosa |
126 |
24 |
150 |
|
Costa Molina (olio leggero) |
23 |
5 |
28 |
|
Volturino |
85 |
93 |
178 |
|
Totale olio leggero |
327 |
156 |
483 |
|
Costa Molino (olio pesante) |
115 |
24 |
139 |
|
TOTALE |
442 |
180 |
622 |
(Fonte: Agip, 1997)
Il totale di 622 Mboe fa
risultare tale giacimento non solo come il più grande d’Italia, ma anche come
il più grande nell’Europa continentale (e alcune stime parlano dell’ottavo
in assoluto a livello mondiale).
In termini di valorizzazione
della produzione di idrocarburi della Val d’Agri, i 622 Mboe previsti nel
periodo 1996-2022, ad un prezzo di l5$ USA al barile, portano ad una cifra pari
a 9.330 milioni di dollari (circa 15.500 miliardi
di lire).
Dalla Val d’Agri, per il
periodo 2000-2005, e prevista una produzione media di 4,8 milioni di
tonnellate/anno di petrolio, cioè’ quasi il raddoppio della produzione
nazionale (che giungerebbe così a coprire quasi l’11% del fabbisogno).
Considerando l’aumento tendenziale dei consumi energetici in Italia, la
produzione petrolifera della Val d’Agri dovrebbe contribuire con una quota
massima del 7,1%, rispetto al fabbisogno italiano, nel 2001, per poi assestarsi
intorno al 6% negli anni a seguire.
Tali stime sono senz’altro
quelle minime alle quali far riferimento, vista l’intensa attività di
supporto all’estrazione mineraria registrata poco prima della dichiarazione da
parte dell’ENI, effettuata nell’aprile scorso, di voler interrompere le
attività nella zona a seguito di contrasti con la Regione. Tali attività
procedevano secondo piani di sviluppo che fanno effettivamente pensare a flussi
produttivi largamente superiori a quelli dichiarati.
Alcune dichiarazioni fatte da
dirigenti dell’Eni, evidenziano come le riserve di un’altra concessione
petrolifera (TEMPA ROSSA) adiacente alla Val d’Agri, nella quale è presente
la compagnia italiana, siano di altri 420 Mboe, che coprirebbero un ulteriore 3%
del consumo nazionale (facendo salire cosi la produzione nazionale potenziale a
circa il 14% del consumo). Inoltre, secondo dichiarazioni rilasciate da
dirigenti dell’Eni al Wall Street Journal, il giacimento della zona potrebbe
essere valutabile in totale tra i 10 e i 20 miliardi di barili. Calcolando che
siano 15 miliardi di barili ed ipotizzando che la quantità recuperabile ammonti
al 60%, avremmo 9 miliardi di barili, per un ammontare 15 volte superiore alla
valutazione ufficiale.
3.3 La presenza
dell’Eni in Val d’Agri
Dai dati sopra esposti risulta
evidente il ruolo di leader che svolge la nostra compagnia petrolifera nella
zona.
Nelle quattro concessioni
prettamente inerenti alla Val d’Agri nelle quali è presente VOLTURINO,
GRUMENTO NOVA, CALDAROSA, COSTA MOLINA) è previsto lo sviluppo dei campi
petroliferi denominati "Monte
Alpi", "Cerro Falcone", "Monte Enoc" e "Costa Molina", con la messa in produzione di 55 pozzi di
cui:
- 4 già in produzione;
- 2 in corso di perforazione;
- 17 già perforati;
- 32 da perforare;
Il progetto prevede che
i 55 pozzi siano dislocati in 29 postazioni (quindi più pozzi all’interno di
una stessa postazione), di cui 14 già esistenti.
Inoltre, il piano di sviluppo
dell’Eni prevede l’ampliamento del Centro Olio "Monte Alpi" di
Viggiano e la costruzione di un oleodotto lungo 136 km che colleghi tale Centro
con la raffineria di Taranto. Nell’area della raffineria di Taranto si
utilizzerebbero 2 serbatoi da 60.000 metri cubi (mc) e I da 100.000 mc già
esistenti, ed è prevista la costruzione di altri 3 serbatoi da 100.000 mc; il
terminale marino esistente verrebbe utilizzato per eventuale export di petrolio.
I 4 pozzi attualmente in
produzione- nella concessione GRUMENTO NOVA inviano al Centro Olio di Viggiano
per il trattamento circa 7.500 barili di petrolio al giorno (b/g) che, con
autocisterne, vengono successivamente trasportati a Taranto, con tutti i rischi
connessi al trasporto di petrolio su gomma. Attraverso due successive fasi di
ampliamento del Centro Olio e la contemporanea messa in produzione degli altri
pozzi, la produzione totale sarà portata, entro il 2002, a 104.000 b/g. La
capacità di trasporto dell’oleodotto in progettazione (150.000 b/g) fa
prevedere una produzione ben superiore a quella dichiarata ad oggi, anche se è
previsto l’inserimento di petrolio proveniente da altre concessioni della
regione.
3.4 Il piano di
investimenti dell’Eni
L’Eni ha pianificato, per il progetto di sviluppo della Val d’Agri, investimenti per circa 3.200 miliardi, così suddivisi:
|
Esplorazione |
750 |
|
Perforazione, completamenti e rete raccolta |
1.381 |
|
Centro Olio |
754 |
|
Oleodotto, deposito terminale |
322 |
|
TOTALE GENERALE |
3.207 |
(Fonte:
Agip, 1997)
Di questi 3.207 miliardi, circa
1.200 sono già stati spesi e, quindi, altri 2.000 verranno spesi nei prossimi
5-6 anni.
Tali investimenti dovrebbero provocare un effetto sull’economia nazionale (con una domanda di forniture sul mercato) di oltre 3.000 miliardi. L’occupazione diretta nella Regione a seguito di tali investimenti dovrebbe essere di circa 90 unità, di cui la metà già tecnici dell’Agip di provenienza extra-regionale; l’occupazione indiretta, sempre secondo stime Agip, porterebbe altri 1.000 posti di lavoro.
Quindi, nel caso
dell’occupazione diretta, si creerebbe un posto di lavoro per ogni 27 miliardi
di investimenti (comprendendo anche l’occupazione indiretta - tenendo in mente
la generalità di questo dato - si creerebbe 1 posto di lavoro per ogni 2
miliardi di investimenti). In tali cifre, a causa della mancanza di dati
ufficiali da parte dell’Agip, non sono considerati eventuali altri posti di
lavoro che si potrebbero creare fuori dalla Basilicata.
Dati forniti dalla Shell
(compagnia petrolifera anglo-olandese) e dalla BP (British Petroleum - la
compagnia petrolifera britannica) mostrano che l’industria solare produce a
parità di investimento un numero di occupati maggiore di 6 volte rispetto
all’industria petrolifera.
In particolare, secondo la
Shell, un investimento di 2,4 miliardi di dollari nella Frontiera Atlantica
(campi petroliferi di Foinaven e Schiehallion) produrrebbe circa 2.000 posti di
lavoro permanenti, ad un costo, quindi, di 1,2 milioni di dollari per ogni posto
di lavoro creato.
Uno studio della BP afferma invece che un investimento di 560 milioni di dollari in una grande industria solare produrrebbe circa 3.000 posti di lavoro ad un costo, quindi, di circa 90.000 dollari (poco di più di 300 milioni di lire) per ogni posto di lavoro creato.
Tale studio evidenzia anche come tale investimento ridurrebbe i costi del fotovoltaico dell’80%, generando a livello mondiale un mercato annuale dì 100 miliardi di dollari.
3.5
Uno
sviluppo alternativo per la Val d’Agri
Alcune analisi in corso
dell’Università degli Studi della Basilicata evidenziano come uno sviluppo
eco-sostenibile delle attività agricole e zootecniche della Val d’Agri
produrrebbe oltre 170 posti di lavoro, ai quali si dovrebbero aggiungere quelli
che si creerebbero nei settori turistico e agrituristico, per i quali al momento
non ci sono stime attendibili.
|
Attività Agricole/zootecniche |
Situazione attuale |
Sviluppo potenziale eco- sostenibile |
Nuovi posti di lavoro potenziali |
|
Coltivazione
fagiolo Di
Sarconi |
600
ha con marchio IGP e 200 occupati |
1000
ha con marchio IGP e 300 occupati |
+
100 |
|
Frutteto |
300
ha con 70 occupati |
500
ha con 120 occupati |
+
50 |
|
Allevamento
ovino |
90
aziende con 3-4.000 ovini |
10.000
ovini |
+
20 |
|
Totale |
|
|
+170 |
(Fonte: elaborazione su dati
del Dipartimento Tecnico-Economico per la Gestione del Territorio
Agricolo-Forestale (DITEC), Facoltà di Agraria dell’Università degli Studi
della Basilicata, Potenza, 1998)
Attualmente il contesto
agricolo/zootecnico della zona ha una produzione vendibile di oltre 50 miliardi,
con un reddito lordo intorno ai 35 miliardi; per i prossimi due anni sono state
avanzate richieste di finanziamento da parte di 380 imprese individuali per
investimenti di oltre 120 miliardi di lire. Non tutte le richieste di
finanziamento saranno accolte e, poiché in Basilicata la domanda complessiva è
doppia rispetto alla disponibilità delle risorse, si può prevedere che per i
prossimi due anni potranno essere approvati investimenti per circa 60 miliardi
di lire. Ci sono inoltre altri regolamenti comunitari che erogano sovvenzioni
per alcune attività agricole e zootecniche che da qualche anno rappresentano
un’entrata costante per le imprese dell’area.
Tali attività consentirebbero uno sviluppo "qualitativo" della zona, aumentando quelle caratteristiche già note anche a livello europeo (marchio IGP - Indicazione Geografica Protetta - per i fagioli di Sarconi) che verrebbero seriamente compromesse dalle attività petrolifere. Un esempio negativo di questo e’ dato dal settore della viticoltura della zona di Viggiano: prima dell’insediamento del Centro Olio "Monte Alpi", il prezzo di vendita dell’uva per la produzione vinicola era di 2.300 lire/kg, ora é drasticamente sceso a 500 lire/kg, grazie al peggioramento della qualità dovuto alla presenza e all’attività del Centro.
Oltre alle attività descritte
nella tabella, ve ne sono altre, soprattutto nel settore orticolo (melanzane,
zucchine), con prospettive interessanti di sviluppo. Quindi, con investimenti
molto inferiori rispetto a quelli delle attività petrolifere, si creerebbero a
livello regionale molti più posti di lavoro rispetto alle attività legate allo
sfruttamento del petrolio. Per quanto riguarda l’occupazione diretta a
livello regionale in definitiva, le attività dell’Eni eliminano potenziali
nuovi posti di lavoro più’che crearne.
3.6 Il rapporto con la Pubblica Amministrazione
Secondo la normativa vigente
(D.L. 625/96), le cosiddette royalties
che la compagnia petrolifera deve pagare sui ricavi ammontano al 7%, così
suddiviso: 30% allo Stato (250 miliardi circa), 55% alla Regione (600 miliardi
circa) e 15% ai Comuni sul cui territorio sono ubicati i pozzi (150 miliardi
circa). In tutto, poco più di un migliaio di miliardi, a fronte di un valore
della produzione di oltre 15.000 miliardi.
Ad oggi (13 giugno 1998),
persiste una sorta di braccio di ferro per le royalties tra la Regione, che le vorrebbe più alte, e l’Eni.
Nell’aprile scorso l’Eni, a seguito di continui stop burocratici da parte
della Regione (che negli ultimi tempi si è opposta al rilascio di nuove
concessioni per singole trivellazioni, sostenendo che i pareri non potevano che
essere relativi alla globalità del programma di estrazione sull’intero
comprensorio) ha deciso di bloccare temporaneamente parte dei lavori (continua
la produzione dai 4 pozzi già operativi e le perforazioni già iniziate) finché
il rapporto con la Regione stessa non si fosse chiarito. E’ giustissima la
decisione della Regione di un’impostazione globale, relativa alla valutazione
di impatto ambientale, tenuto anche conto che il 70,3% del territorio regionale
è interessato dalla ricerca di idrocarburi e che la maggior parte delle attività
petrolifere in loco non sono passate attraverso l’analisi di valutazione di
impatto ambientale (V.I.A.) poiché relative a concessioni rilasciate prima
dell’emanazione della legge (DPR n.526 del 1994) che istituiva la V.I.A.
Attualmente, l’Eni è in
attesa della pronuncia di compatibilità ambientale da parte del Ministero
dell’Ambiente, per:
- l’ampliamento del Centro
Olio "Monte Alpi" di Viggiano (in questo caso la Commissione V.I.A. è
in ritardo di oltre un anno, visto che avrebbe dovuto pronunciarsi entro il
15/2/97);
- l’esecuzione dei pozzi di
sviluppo della concessione GRUMENTO NOVA (poiché furono apportate successive
modifiche al progetto iniziale e, quindi, su tali modifiche, è ora obbligatoria
l’analisi di V.I.A.).
Nell’ambito delle autorizzazioni per l’oleodotto, l’Eni ha presentato istanza V.I.A. alla regione Basilicata (ai sensi della L.R. 47/94) per la costruzione dell’oleodotto ViggianoTaranto e, ai sensi delle Leggi 1497/39, 431/85 e della L.R. 3/90, l’Eni ha presentato istanza alla Regione Basilicata per la perforazione del pozzo "Cerro Falcone 3" e per la prova di produzione del pozzo "Cerro Falcone 2" della concessione VOLTURINO.
3.7
Ltaccordo Eni-Regione Basilicata
E’ tuttora in corso una
trattativa tra Eni e Regione con alla base un accordo di programma mirato a
rimuovere le conflittualità che hanno fino ad oggi frenato le mire delle
compagnie petrolifere, con interventi di carattere economico, energetico e
ambientale. Essenzialmente, all’Eni vengono richiesti impegni economici e di
sostegno allo sviluppo dell’area attraverso:
- la partecipazione a una
società di promozione imprenditoriale (con una quota non
superiore al 49%);
- il mantenimento degli
attuali livelli occupazionali di cantiere e l’attivazione di iniziative in
campo manufatturiero e dei servizi per la creazione di 3.000 nuovi posti di
lavoro;
- investimenti di
sostegno nei settori industriale, agricolo, turistico e dei servizi, per almeno
1.000 miliardi di lire in tre anni;
- la costituzione di un fondo
di garanzia per il credito agevolato e la copertura degli oneri per interessi di
mutui contratti dalle imprese della provincia per l’intero periodo di
sfruttamento;
- il riconoscimento delle
priorità agli investimenti col più alto grado di innovazione
tecnologica, il minore impatto
ambientale e il più basso consumo energetico;
- l’impegno a versare
alla Regione i minori esborsi previsti (aumentato del 10%) per interessi e per
la Società di promozione; eventualmente non attivati entro il 2002 (queste
somme verrebbero destinate a interventi di tutela e valorizzazione ambientale)
Inoltre, l’Eni, d’intesa
con la Regione Basilicata, è chiamata a:
- contribuire alla
costituzione di un consorzio o di un’azienda di produzione di energia
elettrica da vendere poi all’Enel;
- farsi carico della
progettazione di una o più centrali alimentate col gas estratto o
dell’equivalente in valore di
metano a prezzo industriale da stabilire;
- coprire. i costi
degli impianti per una potenza di 150 MW, al netto degli investimenti a carico
dei soggetti partecipanti che ne cureranno la gestione;
- realizzare due
centrali bioelettriche, alimentate con residui delle produzioni agricole e di
recupero dal sottobosco, per una potenza complessiva di 30 MW;
- finanziare il
progetto e la realizzazione di un programma di completamento della rete di
distribuzione del gas metano per allacciare 34.000 utenze.
Con questo documento, la
Regione intende vincolare le attività di ricerca ed estrazione all’utilizzo
delle migliori tecnologie, che minimizzino il rischio e l’impatto
sull’ambiente, sempre che “qualcuno”
(a parte gli ecosistemi naturali) possa decidere quale sia il limite minimo
di impatto sull’ambiente. Non é un caso che, in relazione alle alterazioni
dirette o indotte dall’attività petrolifera, vengono già ipotizzati
interventi di “riequilibrio” e “risanamento” ambientale, come ad
esempio:
- un onere di 25 miliardi di
lire per il rimboschimento di 5.000 ettari;
- l’erogazione di 5 miliardi
all’anno, per tutta la durata della coltivazione dei giacimenti, a sostegno
della promozione e valorizzazione del parco regionale dell’Appennino Lucano
(di prossima istituzione);
- l’integrale
“ripristino” di aree interessate da incidenti o danni, con particolare
riguardo per le riserve idriche invasate nella vicina diga del Pertusillo (che,
tra l’altro, fornisce acqua anche alla Puglia);
- la costituzione e gli oneri
per il funzionamento di un Osservatorio ambientale della Val d’Agri e dei
territori attigui che sorvegli sulle valenze vegetazionali, faunistiche e
dell’ecosistema;
- la realizzazione e gestione
di una rete di monitoraggio ambientale e di una rete sismica
della valle;
- la creazione e il sostegno di
una sede distaccata della Fondazione Enrico Mattei per la ricerca e la
formazione professionale;
- l’impegno a concordare,
insieme al ministero dell’Ambiente, un protocollo tecnico per le situazioni di
emergenza dovute alle perforazioni e alle eventuali reimmissioni di fluidi nelle
cavità.
A fronte, o sarebbe meglio dire
in cambio, di questo articolato e oneroso impegno dell’Eni in termini monetari
si supererebbe la cifra di 3.500 miliardi di lire, royalties
escluse, la regione Basilicata si impegnerebbe a definire entro un paio di
mesi le istruttorie di autorizzazione per l’attuazione del programma di
sfruttamento petrolifero dell’area. Al di là della decisione presa dall’Eni
di bloccare parte delle attività nella zona, sembra che molti dei principi
contenuti nella bozza di intesa siano stati condivisi. E’ chiaro che sulle
quantità economiche ci si aspetta una rivisitazione al ribasso da parte della
compagnia petrolifera.
Questo potenziale accordo farà
certamente da battistrada per altre intese di programma relative ad altri
giacimenti di idrocarburi già accertati. Di conseguenza, ulteriori tavoli di
confronto, altrettanti prezzi da pagare e contropartite da chiedere. Il
tutto, come al solito. a danno dell’ambiente.
3.8 Il rischio
sismico
Secondo i dati dell’Istituto
Nazionale di Geofisica, nelle zone interessate dalle attività petrolifere si
sono verificati nel corso della storia fenomeni sismici di intensità medio-alta (dall’VIII al XI grado della scala MCS -
Mercalli, Cancani, Sieberg), che dovrebbero maggiormente essere tenuti in
considerazione prima di dare autorizzazioni ad attività quali quelle della
ricerca e coltivazione petrolifera. Una corretta valutazione di impatto
ambientale. deve tener conto di questi rischi; e rischi ve ne devono essere
se anche nella bozza di accordo tra la Regione e l’Eni viene espressamente
richiesta la realizzazione di una rete sismica per la valle. Queste analisi, più
che giustificate, devono essere fatte prima di dare autorizzazioni per
l’esplorazione petrolifera... e non dopo, indipendentemente dalla presenza o
meno di una legge che lo richieda.
La presenza di più postazioni
petrolifere collegate al centro di raccolta del petrolio nella valle deve essere
attentamente valutata per evitare che, in caso di attività sismiche, (purtroppo
frequenti nel nostro Paese) si aggiungano ulteriori problemi.
Oltre alle attività nella
valle, il rischio sismico interessa anche l’oleodotto che dovrebbe essere
costruito tra il centro olio di Viggiano e la raffineria di Taranto; esso
attraverserebbe zone montuose ad elevata attività sismica che, in caso di
incidenti, aumenterebbe i pericoli di inquinamento delle falde acquifere.
4. Le richieste di Greenpeace
Le attività di esplorazione e
produzione di idrocarburi nella Val d’Agri come è stato delineato in questo
rapporto, diversi problemi di carattere economico, sociale ed ambientale; a
livello sia globale che locale.
4.1
Problemi dì carattere globale
E’ stato dimostrato come un
uso sempre maggiore dei combustibili fossili sia ecologicamente non sostenibile;
sulla base di condizioni ecologi che definite al fine di limitare i danni
ambientali dovuti al cambiamento climatico globale, l’ecosistema -Terra potrà
tollerare, nei prossimi cento anni, un consumo di combustibili fossili pari a
circa un quarto delle riserve attualmente note.
Politiche di sviluppo economico
basate su costanti ed ingenti investimenti nel settore petrolifero
allontaneranno sempre di più l’obiettivo della stabilizzazione del clima a
livelli di sicurezza.
E’ evidente che limitare da
subito l’uso dei combustibili fossili può avere delle implicazioni nella
gestione e nello sviluppo del settore energetico che, ovviamente, deve
modificarsi ed intraprendere una nuova strada verso uno sviluppo
eco-sostenibile. E’ necessario, quindi, attuare una politica energetica idonea
ad una rapida riduzione delle emissioni di C02
e che favorisca il raggiungimento degli obiettivi; sopra esposti. Tutto
ciò potrà essere realizzato tenendo in considerazione sia il problema della
conservazione dell’energia che quello di una migliore efficienza energetica
delle tecnologie, unito, ovviamente, ad una modificazione nell’uso delle
risorse energetiche.
In sintesi, le azioni da
intraprendere sono:
1)
eliminazione dell’uso del carbone, poiché, tra i combustibili fossili
convenzionali, e quello che presenta la più alta intensità di carbonio a parità
di unità di energia prodotta e solo una piccola parte delle riserve attualmente
note potrebbe essere sfruttata per raggiungere gli obiettivi prefissati;
2)
trasferimento dei sussidi dalla produzione ed utilizzo del petrolio e
degli altri combustibili fossili ai sistemi basati sulle fonti energetiche
rinnovabili;
3)
introduzione di meccanismi di abbandono progressivo dello sviluppo e
dell’esplorazione delle riserve di petrolio e gas attualmente già note, e
cancellazione dei piani di espansione per l’esplorazione di nuove riserve,
comprese quelle non convenzionali;
4)
adozione di serie politiche per la riduzione delle emissioni di C02 e degli altri gas ad effetto serra. Attualmente, le politiche
più progressiste propongono programmi di riduzione delle emissioni di C02
del 20% entro il 2005. Attuare queste politiche su scala mondiale
rappresenta un primo passo di grande importanza verso la stabilizzazione del
clima a livelli di sicurezza; Esso dovrà poi essere seguito da ulteriori
riduzioni, fino al 55% entro il 2010, per limitare al massimo i rischi di gravi
impatti ecologici.
4.2
Problemi di carattere locale
Le attività dell’Eni in
Basilicata hanno mostrato alcuni evidenti segni di incompatibilità ambientale.
Primo tra tutti, il fatto che fin dall’inizio il dibattito sul petrolio abbia
assunto la forma della contrattazione tra le società petrolifere ed il governo,
anziché essere rivolto alla preventiva verifica della compatibilità
ambientale.
In particolare, la Legge 9/91
(art.2, comma 3) afferma che “
la prospezione, la ricerca e la coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi
sono da assoggettare alla valutazione di impatto ambientale ed al ripristino
ambientale" proprio perché tali attività sono considerate pericolose
fin dalla fase iniziale di esplorazione. Purtroppo, come già detto, la
maggior parte delle attività petrolifere in atto non è stata soggetta alla
V.I.A. poiché le autorizzazioni a procedere erano precedenti l’emanazione
della legge sulla V.I.A.; inoltre, non si è mai pensato di effettuare una
valutazione di impatto ambientale globale che tenesse conto di tutte le attività
previste, invece di una valutazione per alcune singole attività. Una
valutazione globale dovrebbe certamente tenere in considerazione, ad esempio,
l’alto grado di sismicità presente nella zona che invece per una singola
attività (ad esempio, la perforazione di un pozzo) potrebbe non risultare
determinante.
Sempre la Legge 9/91 (art. 6 e
9) prevede anche su istanze di pubbliche amministrazioni o di associazioni di
cittadini, la revoca dei permessi di ricerca e delle concessioni di coltivazione
"ove sussistano gravi motivi
attinenti al pregiudizio di situazioni di particolare valore ambientale o
archeologico-monumentale ". E’ fuori di dubbio che una corretta
valutazione ambientale complessiva metterebbe in risalto proprio questo aspetto
visto l’alto valore naturalistico (monte di Viggiano, invaso del Pertusillo,
ecc.), archeologico (scavi di Grumento) e produttivo (attività agricole e
zootecniche descritte in precedenza) dell’intera zona. A fronte, tra
l’altro, degli ingenti finanziamenti previsti dall‘Unione Europea per il
periodo 1994-99 finalizzati proprio alla valorizzazione delle risorse
ambientali.
Ci sono poi altre normative non
meno importanti che devono essere tenute in considerazione, quali la Legge
431/85,. meglio conosciuta come legge “Galasso” per l’impatto
paesaggistico o il DPR 616/77 che afferma come "il
ministro per i beni culturali possa inibire lavori o disporne la sospensione
quando essi rechino pregiudizio ai beni qualificabili come bellezze naturali”.
In sintesi,
da un punto di vista generale il messaggio è chiaro. Per limitare al
massimo il rischio di un cambiamento climatico è necessario:
·
introdurre significativi limiti allo sviluppo ed all’esplorazione delle
riserve di petrolio e gas attualmente già note, con cancellazione dei piani di
espansione per l’esplorazione di nuove riserve;
·
trasferire i sussidi dalla produzione ed utilizzo dei combustibili
fossili ai sistemi basati sulle energie rinnovabili, in modo da renderli
competitivi sul mercato.
azioni da intraprendere nello
specifico per la Val d’Agri sono:
·
sospensione definitiva di tutte le attività di ricerca ed esplorazione e
delle attuali attività di coltivazione petrolifera;
·
un controllo maggiore da parte delle autorità competenti sulle attività
già messe in atto al fine di scongiurare problemi come quelli verificatisi a
Paterno, dove una piattaforma per lo stoccaggio e il trattamento di rifiuti
speciali (in particolare, fanghi di perforazione di alcuni dei pozzi dell’Agip)
agiva senza l’autorizzazione regionale. Allo stesso modo, maggiore attenzione
per verificare la presenza di sostanze non autorizzate, presumibilmente rifiuti,
nei pozzi non più utilizzati (alcuni mesi fa sono stati inviati 5 avvisi di
garanzia ad alcuni dirigenti dell’Eni per la presenza di alcune sostanze in un
pozzo in Valbasento).
Risulterebbe fondamentale
dirottare gli investimenti ancora da effettuarsi (2.000 miliardi di lire
relativi alle attività già programmate dall’Eni più altri 3.500 miliardi
come da proposta della Regione nella bozza di accordo) verso attività di
sviluppo energetico più sostenibile come, ad esempio, le fonti energetiche
rinnovabili.
Se grandi compagnie petrolifere
come la Shell o la BP, hanno deciso di promuovere forti investimenti nel settore
delle rinnovabili è perché, come ha citato il presidente della BP Solar lo
scorso anno, "un giorno questa
industria sarà grande quanto quella petrolifera".
E l’Eni cosa farà? Continuerà
ad investire nel settore petrolifero e del gas, limitandosi a fornire dati sul
minor impatto ambientale (in termini di emissione di anidride carbonica) del gas
rispetto al petrolio e destinando poche briciole allo sviluppo delle fonti
energetiche rinnovabili?
Lo scenario che si prospetta
non è dei migliori e le scarse indicazioni fornite dal nostro Governo su questo
terna (il ministro Ronchi si era impegnato a presentare entro il 30 aprile 1998
i provvedimenti attuativi della "Seconda Comunicazione Nazionale")
certamente non aiuta.
BP Solar et al.: A study of the manufacture at 500 MW per annum of
crystalline silicon photovoltaic modules. 14th European Photovoltaic Conference,
Barcellona, luglio 1997. ENI,
Progetto di sviluppo della Val d’Agri, Convegno 5/6/97.
ENI, Rapporto ambientale 1996.
ENI, estratto dal Prospetto Eni 1997.
ENI, Bilancio consolidato Eni 1997.
Eurosolare: Relazione sulla gestione e Bilancio di
esercizio, 1997
Greenpeace, I combustibili fossili e il clima: la Logica del
Carbonio, aprile 1998.
Greenpeace, Una prima parte dell’azione, nota sintetica di
Greenpeace in vista dell’incontro dell’ 11 maggio 1998 tra i Ministri
dell’Energia dell’UE - aprile 1998.
Istituto Nazionale di Geofisica, Mappa della massima intensità
macrosismica , Roma, 1995.
La Gazzetta del Mezzogiorno, 19/2/97, pag.21.
La Gazzetta del Mezzogiorno, 21/1/98, pag.25.
Ministero dell’Ambiente, Seconda Comunicazione
Nazionale alla Convenzione sui cambiamenti
Climatici, 1997.
Ministero dell’Ambiente, Relazione del ministro Ronchi
alla Conferenza Nazionale “Cambiamenti climatici; energia e trasporti”,
Roma, 13 - 15 novembre 1997.
Ministero dell’industria, del commercio e
dell’artigianato - Direzione generale delle miniere - Bollettino ufficiale
degli idrocarburi è della geotermia, anno XLI - n.6; 30 giugno 1997. Istituto
Poligrafico e Zecca dello Stato -Roma.
Ministero dell’Industria, del commercio e
dell’artigianato - Direzione generale delle miniere - Bollettino ufficiale
degli idrocarburi e della geotermia, anno XLII - n. 1; 31 gennaio 1998. Istituto
Poligrafico e Zecca dello Stato - Roma.
Piero Ragone, "Basilicata al bivio", articolo su
Verde Ambiente n.2/1998.
- Intervista di Igor Man a dirigente Eni, 12/5/98. -
Unione Petrolifera, Notizie statistiche petrolifere, Anno XI, n. 12
dicembre 1997.
Unione Petrolifera, Notizie statistiche petrolifere, Anno XII, n.2
febbraio 1998.
Università degli Studi della Basilicata, Facoltà di Agraria -
Dipartimento Tecnicoeconomico per la Gestione del Territorio
Agricolo-Forestale (DITEC), intervista con il
prof. Ettore Bove, Potenza
12/5/98.
Tam Verde,
Anno XIII, maggio 1998, n.97
Wall Street Journal, 25/3/97.