I lucani 

  Girano tanti lucani per il mondo, ma nessuno li vede, non sono esibizionisti. Il lucano, più di ogni altro popolo, vive bene all’ombra. Dove arriva fa il nido, non mette in subbuglio il vicinato con le minacce e neppure i "mumciupì" con le rivendicazioni. E’ di poche parole. Quando cammina preferisce togliersi le scarpe, andare a piedi nudi. Quando lavora non parla, non canta. Non si capisce dove mai abbia attinto tanta pazienza, tanta sopportazione. Abituato a contentarsi del meno possibile si meraviglierà sempre dell’allegria dei vicini, dell’esuberanza dei compagni, dell’eccitazione del prossimo. Lucano si nasce e si resta. Gli emigranti che tornano dalla Colombia o dal Brasile, dall’Argentina o dall’Australia, dal Venezuela o dagli Stati Uniti, dopo quaranta anni di assenza, non raccontano mai nulla della vita che hanno trascorso da esuli. Rientrano nel giro della giornata paesana, nei tuguri o nelle grotte, si contentano di masticare un finocchio o una foglia di lattuga, di guardare una pignatta che bolle, di ascoltare il fuoco che farnetica. E di uscire all’aurora se hanno un lavoro o un servizio da compiere, uscire all’oscuro per tornare di notte. Non si tratta di una vocazione alla congiura o alla rapina ma di una istintiva diffidenza verso il sole. Dove c’è troppa luce il lucano si eclissa, dove c’è troppo rumore il lucano s’infratta. Non si fa in tempo a capire questo animale, a fare un passo di strada insieme, che già fugge alla svolta. Per andare dove? Gli amici che hanno qualche dimestichezza coi lucani hanno capito la strategia, li fanno cuocere nel loro brodo. C’è un tratto caratteristico dei lucani, un tratto sfuggito ai viaggiatori, da Norman Douglas a Carlo Levi, sfuggito ai benefattori, da Adriano Olivetti a Clara Luce, e forse agli stessi sociologi. Il lucano non si consola mai di quello che ha fatto, non gli basta mai quello che fa. Il lucano è perseguitato dal demone della insoddisfazione. Parlate con un contadino, con un pastore, con un vignaiolo, con un artigiano. Parlategli del suo lavoro. Vi risponderà che aveva in mente un’altra cosa, una cosa diversa. La farà un’altra volta.

Come gli indù, come gli etruschi egli pure pensa che la perfezione non è di questo mondo. E difatti, scolari e bottai, tagliapietre e sarti, muratori e fornaciari si fanno seppellire ancora con tutti gli arnesi. Essi pensano di poter compiere l’Opera in un’altra vita. Quando avranno pace. Non trovano in terra le condizioni necessarie per poter fare il meglio che sanno fare. Strana etica. L’ultimo tocco, il tocco della grazia il lucano non lo troverà mai. Eppure nella nitidezza del disegno ti parrà di intravvedere l’opera compiuta. Manca un soffio. Questo è un popolo che la saggezza ha portato alle soglie dell’insensatezza. Come una gallina che s’impunta davanti alla riga tracciata col gesso l’intelligenza dei lucani si distoglie per un niente, si blocca appena sente volare una mosca.

 

(Da L. SINISGALLI, Il ritratto di Scipione e altri racconti, MI, Mondadori, pp. 165-166)

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GIOVANNI PASSANANTE

E’ il 17.11.1878, ore 14,25, a Napoli Umberto I, re d’Italia, assieme alla moglie regina Margherita, con la carrozza reale attraversa Napoli “quand’ecco un uomo, male in arnese, sottile di persona, brutto di volto, feroce negli occhi, avente la mano avvolta in un panno rosso, si slanciò dalla folla allo sportello della carrozza; saltò sullo scalino del “montatorio” e cercò con un coltello di colpire il re” (Felice Venosta , Umberto I re D’Italia. Cenni biografici con documenti.).

L’uomo male in arnese, brutto di volto e feroce negli occhi che ha la mano avvolta in un panno rosso (o, dicono altre fonti, coperta da un mazzo di garofani), è Giovanni Passanante, cuoco, di anni 29, nativo di Salvia nella provincia di Potenza. Sull’impugnatura del suo coltello sono le parole “Viva la Repubblica Internazionale!”. Ha con sé una piccola bandiera rossa con la scritta “ Viva la Repubblica! Viva Orsini!”. Nessuno aveva pensato alla possibilità di un attentato: Passanante è una sorpresa, un guastafeste. Con lui è l’altra Italia che si fa viva, quella che non s’appaga di strette di mano, di sorrisi e di elemosine, e nemmeno si ritrova nei trasformismi dei governi di sua maestà. Questa volta il colpo ha fatto cilecca. Umberto è stato appena scalfito ad un braccio…

Dopo qualche giorno il re riceve nella reggia i sindaci della Basilicata: c’è anche quello di Salvia, Giovanni Parrella, un piccolo proprietario - che non aveva i soldi per la giacca nera, e il consiglio comunale convocato d’urgenza deliberò l’acquisto della giacca del sindaco - che davanti al re balbetta:

 Io rappresento la disgraziata Salvia”. Il re gli tende la mano: “Gli assassini non hanno patria”.

Eppure Salvia non può non espiare: dai consiglieri della corona scende il suggerimento. A dicembre il consiglio comunale di Salvia delibera e nel febbraio del 1879 un decreto reale esaudisce “il desiderio dei fedeli sudditi”: d’ora in poi il paese si chiamerà Savoia di Lucania.

attentato passanante

 Abbiamo a lungo esaminato le qualità psichiche dell’imputato e non vi troviamo nulla di anormale. La facoltà di generare le idee è in lui fuori dall’ordinario: le espressioni di cui si serve non sono quelle che la sua condizione sociale comporterebbe: esse sono spesso elevate e poggiano su informazioni di storia. Le sue risposte rivelano una finezza e una forza di pensiero non comuni. Interrogato se si credeva in diritto di far violenza ai sentimenti della maggioranza e di turbarne la tranquillità, ha risposato: la maggioranza che si rassegna è colpevole e la minoranza ha diritto di resisterle. L’associazione delle idee dell’imputato è regolare, rapida. Espone con calma, con piena convinzione, la sua memoria è pronta, tenace. I sentimenti ben sviluppati, quelli altruistici più che quelli egoistici. Ama i genitori, gli amici: di sé e dei suoi bisogni e noncurante. Finalmente, la volontà ferma, parlare chiaro, risoluto che riflette in generale in modo assai fedele il suo pensiero: Fisionomia dolce, persin sorridente; aspetto nella persona energico tali sono le note caratteristiche di Giovanni Passanante: interrogato se approva che si allegasse a sua giustificazione la pazzia, rispose: Non temo la morte; non voglio passare per pazzo; sacrifico volentieri la mia vita ai miei principi

(dalla perizia medica redatta su incarico dei giudici istruttori).

 

Cesare Lombroso, contro il parere dei periti, gli attribuirà più tardi il carattere del mattoide.

processo passanante

 

Il 7 Marzo 1879 Passanante è condannato a morte; al regicida la pena dei parricidi: i piedi scalzi, il velo nero, la morte.

Il 29 marzo la Gazzetta Ufficiale annuncia che il re aveva commutato la morte in quella dei lavori forzati a vita.

Nella notte del 30 Passanante lascia Napoli e, sotto scorta, si imbarca sul Laguna diretto a Portoferraio.

Anni dopo, quando il deputato Agostino Bertani riuscirà a penetrare nella fortezza, lo spettacolo che si presenta ai suoi occhi è orribile.

Per i primi due anni e mezzo Passanante è stato rinchiuso in una cella posta sotto del livello del mare, nel buio totale, e l’assalto dell’umidità, delle infiltrazioni saline e dello scorbuto gli ha fatto perdere tutti i peli, perdere il colore, rovesciare le palpebre sugli occhi, gonfiare il corpo. In questo stato fu portato in una cella sopra il livello del mare, avendo cura di non permettergli di vedere il cielo nemmeno durante il trasferimento. Ormai non riesce a sopportare la catena di 18 chili che gli opprime in permanenza le reni; i battellieri che passano vicino la torre odono giorno e notte il rumore della catena trascinata e un lamento, a volte di dolore, a volte di rabbia. Bertani ha ottenuto il permesso di vederlo, ma solo attraverso il buco della porta della cella e con l’obbligo di avvicinarsi in punta di piedi: non ha ottenuto il permesso di essere visto, non quello di parlargli, perché il condannato non deve mai avvertire la presenza di anima viva. Bertani vede immobile sul pagliericcio un essere gonfio, gessoso, rantolante, evidentemente non più in senno: sente dire che è arrivato ad inghiottire i propri escrementi. Il deputato radicale esce dal maschio profondamente turbato e protesta vivacemente “questo non è un castigo” scrive ”è una vendetta peggiore del patibolo” e minaccia un’interpellanza. Allora il governo si muove, una perizia decide che il condannato non è sano di mente e così è trasferito al manicomio criminale di Montelupo, presso Pisa. E’ l’anno 1889: esplode lo scandalo. Francesco Saverio Merlino ricorda che al confronto il regime carcerario borbonico, che Settembrini ci ha descritto, ci guadagna parecchio e che “ la pazzia del Passanante è conseguenza diretta ed esclusiva del trattamento spaventoso che gli è stato inflitto al penitenziario, trattamento che i regolamenti non permetterebbero”. Anna Maria Mozzoni, su Critica sociale, ricorda quando ha accompagnato Bertani fino al cancello della torre  e il medico del penitenziario che ”mi disse dell’indole dolce del prigioniero, che tenuto, da anni, con tanti rigori, non si era mai lasciato sfuggire una parola di impazienza. Mi disse che volgeva all’ascetismo, ed aggiunse questa frase testuale: E’ un san Luigi”.

Passanante morirà a Montelupo il 14 febbraio 1910.

(da  Il re “buono” di Ugobero Alfassio Grimaldi, Feltrinelli)

Sul suo cadavere inveirono gli scienziati dell’epoca che, a scopo scientifico, staccarono la testa e la conservarono presso il Museo di Criminologia di Roma.

Nel 1999 due parlamentari scoprono la testa del Passanante nel Museo e ne chiedono al Ministro di Grazia e Giustizia  il seppellimento .

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ROCCO SCOTELLARO

“ Era una testa solida il ragazzo di Tricarico, uno di quei tipi che hanno sempre qualche idea loro da darti e qualche idea tua da farti germogliare in mente” (Italo Calvino).

Nasce a Tricarico (Matera) il 19.4.1923 da famiglia artigiana  e, malgrado la miseria in cui viveva la famiglia, riesce a conseguire la maturità classica, anche grazie alla permanenza presso il convitto Serafico dei Cappuccini. Nel 1942 si  iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza di Roma ma la guerra e la morte del padre lo costringono a ritornare in paese.

La drammatica condizione dei contadini lucani  e il desiderio di  aiutare la sua gente lo motivano ad aderire il 4.12.1943 al Partito Socialista Italiano.  E’  membro del Comitato di Liberazione di Tricarico e svolge una intensa attività politica e sindacale che lo porterà, nel 1946,  alla guida di una lista unitaria di sinistra con il simbolo dell’aratro,  a divenire sindaco a soli 23 anni.

Già dal 1940 al 1943 Scotellaro scrive numerose liriche  

Lucania

 M'accompagna lo zirlio dei grilli

e il suono del campano al collo

d'un'inquieta capretta.

Il vento mi fascia

di sottilissimi nastri d'argento

e là, nell'ombra delle nubi sperduto,

giace in frantumi un paesetto lucano.

 1940

 

Insieme sindaco,  politico poeta e studioso dei problemi della sua terra riesce a realizzare l’ospedale di Tricarico, a essere ispettore regionale del suo partito per il lavoro giovanile in Basilicata, a collaborare con Pack e Friedmann nello studio della comunità di Tricarico e della civiltà contadina, a assere protagonista del movimento di occupazione delle terre.

Nel 1948 è rieletto sindaco.

“….Ma la sua rielezione, in una regione meridionale ritor­nata in gran parte sotto il controllo di vecchi gruppi diri­genti passati dal fiancheggiamento della dittatura al par­tito nuovo di governo, con la benedizione delle gerarchie ecclesiastiche, rischiava di costituire una contraddizione palese all'equilibrio politico generale che ormai caratte­rizzava il Mezzogiorno intero.

Di qui la scelta di uno strumento più insidioso, ma tipico di un modo di esercitare il potere proprio di quei vecchi gruppi dirigenti: non l'assalto politico frontale, ma l'attacco laterale attraverso la calunnia diffusa all'interno della comunità e l'inchiesta di una magistratura almeno in parte complice e sottomessa all'esecutivo, come già era stato durante il ventennio fascista. Rocco era dal 1945, come emerge dalle carte di polizia ora venute alla luce, un sorvegliato speciale, in quanto 'sovversivo' seguito e spia­to, sia prima che dopo la sua elezione a sindaco e la sua rielezione nel 1948. Il fascicolo che lo riguarda nel Casel­lario Politico Centrale (il registro generale dei 'sovversivi' - possiamo definirlo - istituito nell'età liberale, potenziato dal regime fascista e mantenuto in funzione - nonostante le precise norme costituzionali - nei primi decenni repubblicani) è ricco di indicazioni minuziose sulla sua vita quotidiana, sulle sue azioni politiche e sulle sue ini­ziative culturali.

Il 16 settembre 1948 Scotellaro riceve un verbale con la denunzia anonima, raccolta dalla Pubblica Sicurezza, di concussione a proposito della distribuzione di stoffa da parte dell'UNRRA attraverso il Comune: il sindaco viene accusato, senza alcuna prova, di aver ottenuto ventimila lire da alcuni assegnatari della merce. Dodici giorni do­po, con un successivo verbale, la Pubblica Sicurezza gli contesta i reati di associazione a delinquere, truffa, falsità in autorizzazione amministrativa e malversazione conti­nuata aggravata.

Si attribuisce in altri termini al sindaco-poeta che pas­sa la sua vita cercando di soccorrere i contadini in mag­giore difficoltà, divide i suoi pasti e i suoi scarsissimi proventi con chi sta peggio, di aver organizzato una banda di truffatori che utilizza la distribuzione di merci dell'UNRRA per realizzare forti guadagni. L'accusa è così poco credibile che Scotellaro per alcuni mesi non reagi­sce né si rivolge ai partiti amici e alle forze politiche per organizzare la propria difesa. Ma sbaglia, perché il procedimento va avanti e il 9 febbraio 1950, con un procedi­mento verbale che porta il numero 21, un giudice di Matera ordina ai carabinieri di Tricarico di arrestare il sindaco per il reato di concussione e per i successivi contestati nell'autunno del 1948.

Scotellaro è catturato e portato nel carcere di Matera, dove resterà fino al 25 marzo successivo: quarantacinque giorni di carcerazione cautelativa e preventiva che non è giustificata né dal pericolo di fuga (visto che Rocco è sindaco in carica appena rieletto e non mostra in nessun modo di voler rinunciare all'incarico) né dalla possibilità di inquinare le prove dei reati (giacché è trascorso più di un anno dalla contestazione dei fatti compiuti) e ha soltanto un valore di intimidazione e di distruzione dell'immagine pubblica di un uomo politico rieletto dalla popolazione malgrado il mutamento degli equilibri politici nel paese e nella regione.

Così, quando la Corte di Appello di Potenza sollecitata con insistenza da Carlo Levi, che ha conosciuto Roc­co nel maggio 1946, subito dopo la prima elezione a sindaco, ed ha sensibilizzato l'opinione pubblica nazionale sul caso del sindaco poeta del mondo contadino improvvisamente arrestato per ragioni non valide perfino per il codice inquisitorio di Alfredo Rocco (ereditato con lievi modifiche solo formali dalla repubblica) - emette una sentenza della sezione istruttoria che riconosce la falsità delle accuse e l'assoluta innocenza dell'imputato e sottolinea le motivazioni politiche e non giudiziarie del procedimento, Scotellaro può lasciare il carcere ma decide, nello stesso tempo, di lasciare la carica di sindaco di Tricarico e l'impegno politico diretto.

A cinquant'anni dagli avvenimenti, il caso del sindaco socialista incarcerato per motivi schiettamente politici (togliere di mezzo qualcuno che non era in linea con i nuovi equilibri politici fissati con le elezioni del 18 aprile e che, con il suo esempio di dedizione alla popolazione contadina, poteva creare nuove contraddizioni anche al di là di quel territorio) non è solo un normale episodio di cattiva giustizia.

E piuttosto uno dei simboli eloquenti di una demo­crazia fortemente incompiuta nella quale il vecchio Stato borbonico e fascista, per incarico di un ceto politico che era passato senza nessuna scossa dal regime alle regole inapplicate della Costituzione repubblicana, si presta ad operazioni che di solito conseguono il loro effetto, al di là delle sentenze di condanna o di assoluzione. Ed è quello che succede nella vicenda politica e umana del sindaco-poeta, che nel processo e nella carcerazione preventiva vede il segno dell'ostilità dello Stato e delle istituzioni che aveva ritenuto di servire a favore dei suoi contadini di Tricarico.

Nella sua prefazione alla prima edizione dell'Uva puttanella, Carlo Levi ricorda una lettera di Scotellaro alla sorella dello stesso Levi in cui il poeta scrive: «Carlo e i contadini sono i pochi che mi vogliono a Tricarico ».

Rocco, in altri termini, interpretò quella persecuzione fondata su lettere anonime e indizi inconsistenti come la prova inequivocabile che politici e giudici, su impulso e comunque d'accordo con chi allora deteneva il potere esecutivo, nella regione e a Roma, avessero individuato in lui il leader dei contadini, da anni in lotta per la terra (non si può dimenticare che erano proprio quelli i tempi di una lunga ondata di occupazioni che attraversò tutto il Mezzogiorno) e dunque un pericoloso avversario da bloccare ad ogni costo.

Nell'Uva puttanella c'è un brano che fa capire quello che pensava Scotellaro dei giudici e dei poliziotti che lo avevano incarcerato senza alcuna giustificazione valida.

 

  Il mio giudice - ricorda - mi disse - Dite se è una persecuzione politica, ma datemi le prove.

Io lo guardai, un secondo, con l'occhio del suo antenato e con quello di suo figlio. Gli vidi i baffi neri e la fede al dito, le labbra di creta e i suoi occhi scattavano come persiane. Avrei voluto parlargli d’altro, non gli risposi. Seppi poi che disse a un suo amico che io lo guardavo dall'alto in basso. Infatti lui mi pareva una sveglia enorme su un comodino. Tutti i giudici erano dei pendoloni carichi, le cui lancette segnavano il tempo, le ore e i minuti e scoppiavano all'ora voluta dal potere esecutivo.

  Le pochissime volte che qualcuno di loro si ribellò e volle funzionare secondo le leggi scritte e decantate sulle lapidi, la sveglia si ruppe prima di suonare. Un giudice che non si spie­ga le cose e deve seguire il carro del potere, è lo scrivano del ca­rabiniere semianalfabeta, è uno schiavo principe o no che può gustare soltanto il cibo che gli portano...

 Il brano che abbiamo riportato è significativo non solo per quello che dice letteralmente ma per il senso di delusione, di disvelamento doloroso della realtà e quasi di ritorno a un'idea di società e di rapporti politici che il giovane sindaco aveva creduto per un momento potesse essere superato e messo da parte grazie al consenso espresso dalla maggioranza degli elettori di Tricarico che per due volte lo avevano eletto alla maggiore carica della comunità. Con quel giudizio e quelle parole, Rocco sembra dover riconoscere, sia pure a fatica, che si è trattato di un'illusione, che i rapporti di forza tra i contadini che vuol rappresentare e il resto della popolazione sono ancora a favore degli altri (come scrive alla sorella di Carlo Levi), che pur dopo qualche battaglia vinta la guerra è ancora lunga e difficile.

Ed è perciò che Scotellaro accantona, a sua volta, la politica in cui si era immerso nei quattro anni precedenti e sceglie la strada dello studio, della ricerca, della scrittu­ra per continuare con altre armi e con altri ritmi la sua battaglia. Non è dunque, neppure per un momento, una diserzione, l'abbandono della lotta, ma è piuttosto la scel­ta consapevole da parte sua di strumenti diversi e non me­no impegnativi per difendere i suoi contadini e far cono­scere a un mondo più largo i problemi e i valori del mondo da cui viene.

  Nella Prefazione già ricordata a L'uva puttanella, Levi riporta uno dei primi schemi del libro fatti da Rocco quando questi pensava a scriverlo ponendo al centro l'au­tobiografia e l'esame di coscienza. Nella Parte prima dello schema, Scotellaro scrisse una frase che conferma l'in­terpretazione politica, oltre che psicologica, del suo gesto: «Dimissioni spiegate: sfiducia nell'autorità: l'autorità non sarebbe mai stata nostra».

C'è nel pessimismo profondo di quella visione della società italiana e meridionale di quegli anni, il realismo contadino di cui Rocco è naturalmente dotato. La battaglia non si può vincere attraverso uno scontro frontale, di lotta politica, ma creando gli strumenti di una lotta futu­ra, lo studio, l'inchiesta, il racconto per coinvolgere l'opinione pubblica nazionale e internazionale. In questo senso la scelta di lasciare la carica di sindaco e andare a studiare l'economia agraria con Manlio Rossi-Doria a Portici e preparare per Vito Laterza un libro sui contadini del Sud non fu in nessun modo una scelta di tipo individualistico, ma qualcosa di estremamente legato e coerente con la sua battaglia per i contadini di Tricarico, della Basilicata e del Mezzogiorno.

Tra le poesie di E’ fatto giorno, quella dell'estate 1950 che si intitola Passaggio alla città' riflette lo stato d'animo di Rocco costretto dal processo e dal carcere a lasciare il suo lavoro e i suoi contadini: «Ho perduto la schiavitù contadina, / non mi farò più un bicchiere contento, / ho perduto la mia libertà». Dove risaltano i due termini in ap­parente, frontale opposizione, schiavitù contadina e li­bertà perduta, che consentono al poeta di esprimere la contraddizione di fondo sentita nel lasciare il paese e i contadini per inseguire una nuova ma diversa libertà in quella Napoli che non a caso definisce «città dell'esilio». (Nicola Tranfaglia “L’eredità di Rocco Scotellaro” Prefazione a L’Uva puttanella – Contadini del Sud 

Nel maggio 1950 Scotellaro si dimette da sindaco e lascia Tricarico per Roms dove lavora per qualche mese con Einaudi, poi passa all’Osservatorio di economia agraria dove è chiamato da Manlio Rossi Doria. Qui partecipa alla stesura degli studi preliminari del Piano regionale per la Basilicata. Sono anni di studi e di approfondimenti  per cercare di costruire ed avere, quindi, gli strumenti per cambiare la vita e il destino della Lucania, dopo aver sperimentato personalmente, come sindaco e dirigente politico, l’impotenza di chi  crede ed attua la sola lotta politica  secondo schemi che, erroneamente, si credono validi per ogni realtà.

Nel 1952 si candita alla elezioni per la provincia di Matera per il PSI e non è eletto.

Nel 1953, mentre sta realizzando per Vito Laterza un libro sulla cultura dei contadini meridionali “ CONTADINI DEL SUD” ,  il 15 dicembre muore, stroncato da un infarto, dopo aver firmato solo 20 giorni prima il contratto con   Mondadori per la pubblicazione di “ E’ fatto Giorno”.

“Ma l'episodio più significativo del dibattito su Scotellaro, ­quello che ha per certi aspetti segnato la sua scarsa fortuna proprio nella sinistra che per tanti aspetti avreb­be dovuto e potuto essere più interessata alla sua eredità - l'ho già ricordato - si verifica già nel 1954.

A pochi mesi dalla morte, l'intero stato maggiore del partito comunista meridionale - da Alicata a Giorgio Napolitano e a Giorgio Amendola - interviene sui libri di Scotellaro con un attacco che, riletto molti anni dopo, ri­vela insieme un profondo settarismo ideologico e si traduce in una sostanziale incomprensione del contributo originale che il poeta aveva dato al processo di risveglio delle masse contadine, del ruolo che la sua battaglia poli­tica prima, quella culturale dopo aveva rivestito nel mo­mento in cui il centrismo era entrato in crisi e nuovi spa­zi potevano aprirsi alle forze della sinistra, soprattutto se quest'ultima avesse stabilito rapporti di collaborazione con la parte più avanzata della borghesia meridionale piuttosto che chiudere ogni forma di dialogo e spingerla, in questo modo, a rafforzare i propri legami con la de­mocrazia cristiana.

Fu, insomma, e nello stesso tempo, un errore politico e un errore culturale. Il primo scaturiva da un'impostazione della battaglia politica che considerava del tutto a torto “reazionari” uomini come Compagna e Rossi-Doria e collocava Carlo Levi, il Levi di Cristo si è fermato a Eboli e dell'amaro romanzo L'orologio insieme con Guido Dorso, l'autore dell'Occasione storica, tra “gli utopisti del Partito d'Azione” e riteneva che da soli i partiti della sinistra all'op­posizione, i comunisti e i socialisti ancora legati dal patto di unità d'azione, potessero rappresentare le ragioni dei contadini e del Mezzogiorno di fronte all'intero paese.

Il secondo fu ancora più grave, perché, di fronte a un'esperienza intensa e originale come quella di Rocco Scotellaro, un politico-intellettuale di indubbie capacità e intelligenza come Mario Alicata, nell'intervento che apparve il 9 settembre 1954 su «Cronache meridionali» e che aprì la successiva serie di letture di parte comunista, diede del poeta un'immagine e un'interpretazione riduttiva e soprattutto in nessun modo rispondente a quella che in effetti era stata.

Scotellaro, secondo Alicata, poteva essere considerato una figura rappresentativa di un certo tipo di giovane intellettua­le meridionale il quale, portato dallo sviluppo degli avvenimenti, sulla base di un'esperienza reale, a cercare, e nel caso suo a trovare, il proprio posto di lotta per la redenzione del Mezzogiorno nelle file di un partito operaio, procede tuttavia con difficoltà ad assimilare tutti gli insegnamenti del marxismo e dalle sue incertezze ideologiche è tratto talvolta a fermarsi, indugiando, sulle so­glie di una diretta partecipazione al movimento organizzato delle masse, o è talvolta indotto a perdere la giusta prospettiva poli­tica e a subire delle alternative di pessimismo, di sfiducia, come è testimoniato (...) da non poche poesie della raccolta E’ fatto giorno, alla tormentata costruzione di quel libro che è diventato il volume Contadini del Sud, infine alla sua stessa decisione di abban­donare in un certo momento Tricarico, le proprie funzioni di sin­daco popolare del paese natio per andare ad esercitare un'attività culturale “pura” a Napoli.

 Era necessario citare con ampiezza l'intervento di Alicata per consentire un giudizio ai lettori che hanno letto nelle pagine precedenti di questa introduzione il raccon­to su come siano andate effettivamente le cose nella vita di Rocco Scotellaro: il modo in cui egli aveva esercitato le proprie funzioni di sindaco popolare - per usare l'espres­sione di Alicata - ed era riuscito a vincere di nuovo le ele­zioni dopo la grande sconfitta del 18 aprile grazie al ruolo di leader dei contadini che aveva conquistato in quegli an­ni, i quarantacinque giorni in carcere e il significato che aveva assunto per Rocco quella vera e propria «persecu­zione politica» travestita da indagine giudiziaria come avrebbe riconosciuto la Corte di Appello di Potenza, la sofferta decisione non di disertare o di dedicarsi al lavoro culturale «puro», come scrive Alicata sulla base - bisogna pensare - di informazioni non controllate, bensì di prose­guire e allargare la propria battaglia per l'autonomia con­tadina attraverso le ricerche svolte in quattro regioni me­ridionali e interrotte dalla morte improvvisa. ». (Nicola Tranfaglia “L’eredità di Rocco Scotellaro” Prefazione a L’Uva puttanella – Contadini del Sud

 

Rocco Scotellaro ci ha lasciato:

L’UVA PUTTANELLA  “ noi siamo gli acini maturi, ma piccoli di un grappolo di uva puttanella” 

I CONTADINI DEL SUD , ambedue ristampati dalla Laterza nel 2000, con una ricca e partecipe prefazione di Nicola Tranfaglia

E’ FATTO GIORNO,  pubblicato prima ne “ LO SPECCHIO” e poi negli OSCAR MONDADORI  a cura di Franco Vitelli

 

Noi che facciamo?

Ci hanno gridata la croce addosso i padroni

per tutto che accade e anche per le frane

che vanno scivolando sulle argille.

Noi che facciamo? All'alba stiamo zitti

nelle piazze per essere comprati,

la sera è il ritorno nelle file

scortati dagli uomini a cavallo,

e sono i nostri compagni la notte

coricati all'addiaccio con le pecore.

Neppure dovremmo ammassarci a cantare,

neppure leggerci i fogli stampati

dove sta scritto bene di noi!

Noi siamo i deboli degli anni lontani

quando i borghi si dettero in fiamme

dal Castello intristito.

Noi siamo figli dei padri ridotti in catene.

Noi che facciamo?

Ancora ci chiamiamo

fratelli nelle Chiese

ma voi avete la vostra cappella

gentilizia da dove ci guardate.

E smettete quell'occhio

smettete la minaccia,

anche le mandrie fuggono l'addiaccio

per qualche stelo fondo nella neve.

Sentireste la nostra dura parte

in quel giorno che fossimo agguerriti

in quello stesso Castello intristito.

Anche le mandrie rompono gli stabbi

per voi che armate della vostra rabbia.

Noi che facciamo?

Noi pur cantiamo la canzone

della vostra redenzione.

Per dove ci portate

lì c'è l'abisso, lì c'è il ciglione.

Noi siamo le povere

pecore savie dei nostri padroni.

 

**************** 

Sempre nuova è l'alba

 Non gridatemi più dentro,

non soffiatemi in cuore

i vostri fiati caldi, contadini.

 Beviamoci insieme una tazza colma di vino!

che all'ilare tempo della sera

s'acquieti il nostro vento disperato.

 Spuntano ai pali ancora

le teste dei briganti, e la caverna –

l'oasi verde della triste speranza –

lindo conserva un guanciale di pietra...

 Ma nei sentieri non si torna indietro.

Altre ali fuggiranno

dalle paglie della cova,

perché lungo il perire dei tempi

l'alba è nuova, è nuova.

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 Topi e condannati

 Solo le lire che abbiamo spaccate!

Poveri siamo e poveri siamo stati,

domani ci ficcano dentro, nell'inferno.

Ma, diteci, si salva nell'occhio dei mendicanti

l'uomo piccolo e torto, cui comandano

di scarnare le strade dai pidocchi che siamo?

Loro non pensano e lui, l'uomo piccolo e torto,

che i topi sanno tacere alla luce del giorno:

hanno voglia di accendere le lampade,

di mettere la pasta avvelenata!

Stanotte turberemo il loro sonno.

 

[1948]

 

 UNO SI DISTRAE AL BIVIO, pubblicato dalla Basilicata Editrice nel 1974

MARGHERITE E ROSOLACCI, pubblicata da MONDADORI, LO SPECCHIO, nel 1978 con la prefazione di Manlio Rosso Doria

 

FRESCO ERA IL MIO LIMBO

Come fresco era il mio limbo

amici forestieri partiti per sempre.

Voi quando ve ne andate

partite davvero per sempre

miei amici forestieri

che venite a godere

i palmi di terra vergine

sotto i boschi incendiati.

Venite a scoprire i sacri altari

Ove è sommersa l’anima di un arabo

Del greco che si mise

La prima volta a cantare.

Vi ho fatto bere sotto le viti

Vi ho fatto sapere dallo spiritato

I suoi discorsi col cimitero.

Avete tremato ai laceri gridi

Del suino ucciso col rito antico.

E voi avete rovistato

Gli angoli della casa come ladri.

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