I lucani
Girano tanti lucani per il mondo, ma nessuno li vede, non sono esibizionisti. Il lucano, più di ogni altro popolo, vive bene all’ombra. Dove arriva fa il nido, non mette in subbuglio il vicinato con le minacce e neppure i "mumciupì" con le rivendicazioni. E’ di poche parole. Quando cammina preferisce togliersi le scarpe, andare a piedi nudi. Quando lavora non parla, non canta. Non si capisce dove mai abbia attinto tanta pazienza, tanta sopportazione. Abituato a contentarsi del meno possibile si meraviglierà sempre dell’allegria dei vicini, dell’esuberanza dei compagni, dell’eccitazione del prossimo. Lucano si nasce e si resta. Gli emigranti che tornano dalla Colombia o dal Brasile, dall’Argentina o dall’Australia, dal Venezuela o dagli Stati Uniti, dopo quaranta anni di assenza, non raccontano mai nulla della vita che hanno trascorso da esuli. Rientrano nel giro della giornata paesana, nei tuguri o nelle grotte, si contentano di masticare un finocchio o una foglia di lattuga, di guardare una pignatta che bolle, di ascoltare il fuoco che farnetica. E di uscire all’aurora se hanno un lavoro o un servizio da compiere, uscire all’oscuro per tornare di notte. Non si tratta di una vocazione alla congiura o alla rapina ma di una istintiva diffidenza verso il sole. Dove c’è troppa luce il lucano si eclissa, dove c’è troppo rumore il lucano s’infratta. Non si fa in tempo a capire questo animale, a fare un passo di strada insieme, che già fugge alla svolta. Per andare dove? Gli amici che hanno qualche dimestichezza coi lucani hanno capito la strategia, li fanno cuocere nel loro brodo. C’è un tratto caratteristico dei lucani, un tratto sfuggito ai viaggiatori, da Norman Douglas a Carlo Levi, sfuggito ai benefattori, da Adriano Olivetti a Clara Luce, e forse agli stessi sociologi. Il lucano non si consola mai di quello che ha fatto, non gli basta mai quello che fa. Il lucano è perseguitato dal demone della insoddisfazione. Parlate con un contadino, con un pastore, con un vignaiolo, con un artigiano. Parlategli del suo lavoro. Vi risponderà che aveva in mente un’altra cosa, una cosa diversa. La farà un’altra volta.
Come gli indù, come gli etruschi
egli pure pensa che la perfezione non è di questo mondo. E difatti, scolari e
bottai, tagliapietre e sarti, muratori e fornaciari si fanno seppellire ancora
con tutti gli arnesi. Essi pensano di poter compiere l’Opera in un’altra
vita. Quando avranno pace. Non trovano in terra le condizioni necessarie per
poter fare il meglio che sanno fare. Strana etica. L’ultimo tocco, il tocco
della grazia il lucano non lo troverà mai. Eppure nella nitidezza del disegno
ti parrà di intravvedere l’opera compiuta. Manca un soffio. Questo è un
popolo che la saggezza ha portato alle soglie dell’insensatezza. Come una
gallina che s’impunta davanti alla riga tracciata col gesso l’intelligenza
dei lucani si distoglie per un niente, si blocca appena sente volare una mosca.
(Da L. SINISGALLI, Il
ritratto di Scipione e altri racconti, MI, Mondadori, pp. 165-166)
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GIOVANNI PASSANANTE
E il 17.11.1878, ore 14,25, a Napoli
Umberto I, re dItalia, assieme alla moglie regina Margherita, con la carrozza reale
attraversa Napoli quandecco un uomo,
male in arnese, sottile di persona, brutto di volto, feroce negli occhi, avente la mano
avvolta in un panno rosso, si slanciò dalla folla allo sportello della carrozza; saltò
sullo scalino del montatorio e cercò con un coltello di colpire il re
(Felice Venosta , Umberto I re DItalia. Cenni biografici con documenti.).
Luomo male in
arnese, brutto di volto e feroce negli occhi che ha la mano avvolta in un panno rosso (o,
dicono altre fonti, coperta da un mazzo di garofani), è Giovanni Passanante, cuoco, di
anni 29, nativo di Salvia nella provincia di Potenza. Sullimpugnatura del suo
coltello sono le parole Viva la Repubblica Internazionale!. Ha con sé una
piccola bandiera rossa con la scritta Viva la Repubblica! Viva Orsini!.
Nessuno aveva pensato alla possibilità di un attentato: Passanante è una sorpresa, un
guastafeste. Con lui è
laltra Italia che si fa viva, quella che non sappaga di strette di mano, di
sorrisi e di elemosine, e nemmeno si ritrova nei trasformismi dei governi di sua maestà. Questa volta il colpo
ha fatto cilecca. Umberto è stato appena scalfito ad un braccio
Dopo
qualche giorno il re riceve nella reggia i sindaci della Basilicata: cè anche
quello di Salvia, Giovanni Parrella, un piccolo proprietario - che non aveva i soldi per
la giacca nera, e il consiglio comunale convocato durgenza deliberò lacquisto
della giacca del sindaco - che davanti al re balbetta:
Io
rappresento la disgraziata Salvia. Il re gli tende la mano: Gli assassini non hanno patria.
Eppure Salvia non può non espiare: dai consiglieri della corona scende il suggerimento. A dicembre il consiglio comunale di Salvia delibera e nel febbraio del 1879 un decreto reale esaudisce il desiderio dei fedeli sudditi: dora in poi il paese si chiamerà Savoia di Lucania.

(dalla perizia medica
redatta su incarico dei giudici istruttori).
Cesare Lombroso,
contro il parere dei periti, gli attribuirà più tardi il carattere del mattoide.

Il 7 Marzo 1879
Passanante è condannato a morte; al regicida la pena dei parricidi: i piedi scalzi, il
velo nero, la morte.
Il 29 marzo la
Gazzetta Ufficiale annuncia che il re aveva commutato la morte in quella dei lavori
forzati a vita.
Nella notte del 30
Passanante lascia Napoli e, sotto scorta, si imbarca sul Laguna diretto a Portoferraio.
Anni dopo, quando il
deputato Agostino Bertani riuscirà a penetrare nella fortezza, lo spettacolo che si
presenta ai suoi occhi è orribile.
Per i primi due anni
e mezzo Passanante è stato rinchiuso in una cella posta sotto del livello del mare, nel
buio totale, e lassalto dellumidità, delle infiltrazioni saline e dello
scorbuto gli ha fatto perdere tutti i peli, perdere il colore, rovesciare le palpebre
sugli occhi, gonfiare il corpo. In questo stato fu portato in una cella sopra il livello
del mare, avendo cura di non permettergli di vedere il cielo nemmeno durante il
trasferimento. Ormai non riesce a sopportare la catena di 18 chili che gli opprime in
permanenza le reni; i battellieri che passano vicino la torre odono giorno e notte il
rumore della catena trascinata e un lamento, a volte di dolore, a volte di rabbia. Bertani
ha ottenuto il permesso di vederlo, ma solo attraverso il buco della porta della cella e
con lobbligo di avvicinarsi in punta di piedi: non ha ottenuto il permesso di essere
visto, non quello di parlargli, perché il condannato non deve mai avvertire la presenza
di anima viva. Bertani vede immobile sul pagliericcio un essere gonfio, gessoso,
rantolante, evidentemente non più in senno: sente dire che è arrivato ad inghiottire i
propri escrementi. Il deputato radicale esce dal maschio profondamente turbato e protesta
vivacemente questo non è un castigo
scrive è una vendetta peggiore del patibolo
e minaccia uninterpellanza. Allora il governo si muove, una perizia decide che il
condannato non è sano di mente e così è trasferito al manicomio criminale di Montelupo,
presso Pisa. E lanno 1889: esplode lo scandalo. Francesco Saverio Merlino
ricorda che al confronto il regime carcerario borbonico, che Settembrini ci ha descritto,
ci guadagna parecchio e che la pazzia del
Passanante è conseguenza diretta ed esclusiva del trattamento spaventoso che gli è stato
inflitto al penitenziario, trattamento che i regolamenti non permetterebbero.
Anna Maria Mozzoni, su Critica sociale, ricorda quando ha accompagnato Bertani fino al
cancello della torre e il medico del
penitenziario che mi disse dellindole
dolce del prigioniero, che tenuto, da anni, con tanti rigori, non si era mai lasciato
sfuggire una parola di impazienza. Mi disse che volgeva allascetismo, ed aggiunse
questa frase testuale: E un san Luigi.
Passanante morirà a
Montelupo il 14 febbraio 1910.
(da Il re
buono di Ugobero Alfassio Grimaldi, Feltrinelli)
Sul
suo cadavere inveirono gli scienziati dellepoca che, a scopo scientifico, staccarono
la testa e la conservarono presso il Museo di Criminologia di Roma.
Nel 1999 due parlamentari scoprono la testa del Passanante nel Museo e ne chiedono al Ministro di Grazia e Giustizia il seppellimento .
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ROCCO SCOTELLARO
“ Era una testa solida il ragazzo di Tricarico, uno di
quei tipi che hanno sempre qualche idea loro da darti e qualche idea tua da
farti germogliare in mente” (Italo Calvino).
Nasce a Tricarico (Matera) il 19.4.1923 da famiglia
artigiana e, malgrado la miseria in cui viveva la famiglia, riesce a
conseguire la maturità classica, anche grazie alla permanenza presso il
convitto Serafico dei Cappuccini. Nel 1942 si iscrive alla Facoltà di
Giurisprudenza di Roma ma la guerra e la morte del padre lo costringono a
ritornare in paese.
La drammatica condizione dei contadini lucani e il
desiderio di aiutare la sua gente lo motivano ad aderire il 4.12.1943 al
Partito Socialista Italiano. E’ membro del Comitato di Liberazione
di Tricarico e svolge una intensa attività politica e sindacale che lo porterà,
nel 1946, alla guida di una lista unitaria di sinistra con il simbolo
dell’aratro, a divenire sindaco a soli 23 anni.
Già dal 1940 al 1943 Scotellaro scrive numerose liriche
M'accompagna lo zirlio dei grilli
e il suono del campano al collo
d'un'inquieta capretta.
Il vento mi fascia
di sottilissimi nastri d'argento
e là, nell'ombra delle nubi sperduto,
giace in frantumi un paesetto lucano.
1940
Insieme sindaco, politico poeta e studioso dei
problemi della sua terra riesce a realizzare l’ospedale di Tricarico, a essere
ispettore regionale del suo partito per il lavoro giovanile in Basilicata, a
collaborare con Pack e Friedmann nello studio della comunità di Tricarico e
della civiltà contadina, a assere protagonista del movimento di occupazione
delle terre.
Nel 1948 è rieletto sindaco.
“….Ma la sua rielezione, in una regione meridionale ritornata in gran parte sotto il controllo di vecchi gruppi dirigenti passati dal fiancheggiamento della dittatura al partito nuovo di governo, con la benedizione delle gerarchie ecclesiastiche, rischiava di costituire una contraddizione palese all'equilibrio politico generale che ormai caratterizzava il Mezzogiorno intero.
Di qui la scelta di uno strumento più insidioso, ma tipico di un modo di esercitare il potere proprio di quei vecchi gruppi dirigenti: non l'assalto politico frontale, ma l'attacco laterale attraverso la calunnia diffusa all'interno della comunità e l'inchiesta di una magistratura almeno in parte complice e sottomessa all'esecutivo, come già era stato durante il ventennio fascista. Rocco era dal 1945, come emerge dalle carte di polizia ora venute alla luce, un sorvegliato speciale, in quanto 'sovversivo' seguito e spiato, sia prima che dopo la sua elezione a sindaco e la sua rielezione nel 1948. Il fascicolo che lo riguarda nel Casellario Politico Centrale (il registro generale dei 'sovversivi' - possiamo definirlo - istituito nell'età liberale, potenziato dal regime fascista e mantenuto in funzione - nonostante le precise norme costituzionali - nei primi decenni repubblicani) è ricco di indicazioni minuziose sulla sua vita quotidiana, sulle sue azioni politiche e sulle sue iniziative culturali.
Il
16 settembre 1948 Scotellaro riceve un verbale con la denunzia anonima, raccolta
dalla Pubblica Sicurezza, di concussione a proposito della distribuzione di
stoffa da parte dell'UNRRA attraverso il Comune: il sindaco viene accusato,
senza alcuna prova, di aver ottenuto ventimila lire da alcuni assegnatari della
merce. Dodici giorni dopo, con un successivo verbale, la Pubblica Sicurezza
gli contesta i reati di associazione a delinquere, truffa, falsità in
autorizzazione amministrativa e malversazione continuata aggravata.
Si attribuisce in altri termini al sindaco-poeta che passa la sua vita cercando di soccorrere i contadini in maggiore difficoltà, divide i suoi pasti e i suoi scarsissimi proventi con chi sta peggio, di aver organizzato una banda di truffatori che utilizza la distribuzione di merci dell'UNRRA per realizzare forti guadagni. L'accusa è così poco credibile che Scotellaro per alcuni mesi non reagisce né si rivolge ai partiti amici e alle forze politiche per organizzare la propria difesa. Ma sbaglia, perché il procedimento va avanti e il 9 febbraio 1950, con un procedimento verbale che porta il numero 21, un giudice di Matera ordina ai carabinieri di Tricarico di arrestare il sindaco per il reato di concussione e per i successivi contestati nell'autunno del 1948.
Scotellaro
è catturato e portato nel carcere di Matera, dove resterà fino al 25 marzo
successivo: quarantacinque giorni di carcerazione cautelativa e preventiva che
non è giustificata né dal pericolo di fuga (visto che Rocco è sindaco in
carica appena rieletto e non mostra in nessun modo di voler rinunciare
all'incarico) né dalla possibilità di inquinare le prove dei reati (giacché
è trascorso più di un anno dalla contestazione dei fatti compiuti) e ha
soltanto un valore di intimidazione e di distruzione dell'immagine pubblica di
un uomo politico rieletto dalla popolazione malgrado il mutamento degli
equilibri politici nel paese e nella regione.
Così, quando la Corte di
Appello di Potenza sollecitata con insistenza da Carlo Levi, che ha conosciuto
Rocco nel maggio 1946, subito dopo la prima elezione a sindaco, ed ha
sensibilizzato l'opinione pubblica nazionale sul caso del sindaco poeta del
mondo contadino improvvisamente arrestato per ragioni non valide perfino per
il codice inquisitorio di Alfredo Rocco (ereditato con lievi modifiche solo
formali dalla repubblica) - emette una sentenza della sezione istruttoria che
riconosce la falsità delle accuse e l'assoluta innocenza dell'imputato e
sottolinea le motivazioni politiche e non giudiziarie del procedimento,
Scotellaro può lasciare il carcere ma decide, nello stesso tempo, di lasciare
la carica di sindaco di Tricarico e l'impegno politico diretto.
A cinquant'anni dagli
avvenimenti, il caso del sindaco socialista incarcerato per motivi schiettamente
politici (togliere di mezzo qualcuno che non era in linea con i nuovi equilibri
politici fissati con le elezioni del 18 aprile e che, con il suo esempio di
dedizione alla popolazione contadina, poteva creare nuove contraddizioni anche
al di là di quel territorio) non è solo un normale episodio di cattiva
giustizia.
E piuttosto uno dei simboli
eloquenti di una democrazia fortemente incompiuta nella quale il vecchio Stato
borbonico e fascista, per incarico di un ceto politico che era passato senza
nessuna scossa dal regime alle regole inapplicate della Costituzione
repubblicana, si presta ad operazioni che di solito conseguono il loro effetto,
al di là delle sentenze di condanna o di assoluzione. Ed è quello che succede
nella vicenda politica e umana del sindaco-poeta, che nel processo e nella
carcerazione preventiva vede il segno dell'ostilità dello Stato e delle
istituzioni che aveva ritenuto di servire a favore dei suoi contadini di
Tricarico.
Nella sua prefazione alla prima
edizione dell'Uva puttanella, Carlo Levi ricorda una lettera di Scotellaro
alla sorella dello stesso Levi in cui il poeta scrive: «Carlo e i contadini
sono i pochi che mi vogliono a Tricarico ».
Rocco, in altri termini,
interpretò quella persecuzione fondata su lettere anonime e indizi
inconsistenti come la prova inequivocabile che politici e giudici, su impulso e
comunque d'accordo con chi allora deteneva il potere esecutivo, nella regione e
a Roma, avessero individuato in lui il leader dei contadini, da anni in lotta
per la terra (non si può dimenticare che erano proprio quelli i tempi di una
lunga ondata di occupazioni che attraversò tutto il Mezzogiorno) e dunque un
pericoloso avversario da bloccare ad ogni costo.
Nell'Uva puttanella c'è un
brano che fa capire quello che pensava Scotellaro dei giudici e dei poliziotti
che lo avevano incarcerato senza alcuna giustificazione valida.
Il mio
giudice - ricorda - mi disse - Dite se è una persecuzione politica, ma datemi
le prove.
Io lo guardai, un secondo, con
l'occhio del suo antenato e con quello di suo figlio. Gli vidi i baffi neri e la
fede al dito, le labbra di creta e i suoi occhi scattavano come persiane. Avrei
voluto parlargli d’altro, non gli risposi. Seppi poi che disse a un suo amico
che io lo guardavo dall'alto in basso. Infatti lui mi pareva una sveglia enorme
su un comodino. Tutti i giudici erano dei pendoloni carichi, le cui lancette
segnavano il tempo, le ore e i minuti e scoppiavano all'ora voluta dal potere
esecutivo.
Le pochissime volte che
qualcuno di loro si ribellò e volle funzionare secondo le leggi scritte e
decantate sulle lapidi, la sveglia si ruppe prima di suonare. Un giudice che non
si spiega le cose e deve seguire il carro del potere, è lo scrivano del carabiniere
semianalfabeta, è uno schiavo principe o no che può gustare soltanto il cibo
che gli portano...
Il brano che abbiamo
riportato è significativo non solo per quello che dice letteralmente ma per
il senso di delusione, di disvelamento doloroso della realtà e quasi di
ritorno a un'idea di società e di rapporti politici che il giovane sindaco
aveva creduto per un momento potesse essere superato e messo da parte grazie
al consenso espresso dalla maggioranza degli elettori di Tricarico che per due
volte lo avevano eletto alla maggiore carica della comunità. Con quel
giudizio e quelle parole, Rocco sembra dover riconoscere, sia pure a fatica, che
si è trattato di un'illusione, che i rapporti di forza tra i contadini che vuol
rappresentare e il resto della popolazione sono ancora a favore degli altri
(come scrive alla sorella di Carlo Levi), che pur dopo qualche battaglia vinta
la guerra è ancora lunga e difficile.
Ed è perciò che Scotellaro
accantona, a sua volta, la politica in cui si era immerso nei quattro anni
precedenti e sceglie la strada dello studio, della ricerca, della scrittura
per continuare con altre armi e con altri ritmi la sua battaglia. Non è dunque,
neppure per un momento, una diserzione, l'abbandono della lotta, ma è piuttosto
la scelta consapevole da parte sua di strumenti diversi e non meno
impegnativi per difendere i suoi contadini e far conoscere a un mondo più
largo i problemi e i valori del mondo da cui viene.
Nella Prefazione già
ricordata a L'uva puttanella, Levi riporta uno dei primi schemi del libro fatti
da Rocco quando questi pensava a scriverlo ponendo al centro l'autobiografia e
l'esame di coscienza. Nella Parte prima dello schema, Scotellaro scrisse una
frase che conferma l'interpretazione politica, oltre che psicologica, del suo
gesto: «Dimissioni spiegate: sfiducia nell'autorità: l'autorità non sarebbe
mai stata nostra».
C'è nel pessimismo profondo di
quella visione della società italiana e meridionale di quegli anni, il realismo
contadino di cui Rocco è naturalmente dotato. La battaglia non si può
vincere attraverso uno scontro frontale, di lotta politica, ma creando gli
strumenti di una lotta futura, lo studio, l'inchiesta, il racconto per
coinvolgere l'opinione pubblica nazionale e internazionale. In questo senso
la scelta di lasciare la carica di sindaco e andare a studiare l'economia
agraria con Manlio Rossi-Doria a Portici e preparare per Vito Laterza un libro
sui contadini del Sud non fu in nessun modo una scelta di tipo individualistico,
ma qualcosa di estremamente legato e coerente con la sua battaglia per i
contadini di Tricarico, della Basilicata e del Mezzogiorno.
Tra le poesie di E’ fatto giorno, quella dell'estate 1950
che si intitola Passaggio alla città' riflette lo stato d'animo di Rocco
costretto dal processo e dal carcere a lasciare il suo lavoro e i suoi
contadini: «Ho perduto la schiavitù contadina, / non mi farò più un
bicchiere contento, / ho perduto la mia libertà». Dove risaltano i due termini
in apparente, frontale opposizione, schiavitù contadina e libertà perduta,
che consentono al poeta di esprimere la contraddizione di fondo sentita nel
lasciare il paese e i contadini per inseguire una nuova ma diversa libertà in
quella Napoli che non a caso definisce «città dell'esilio». (Nicola
Tranfaglia “L’eredità di Rocco Scotellaro” Prefazione a L’Uva
puttanella – Contadini del Sud
Nel maggio 1950 Scotellaro si dimette da sindaco e lascia Tricarico per Roms dove lavora per qualche mese con Einaudi, poi passa all’Osservatorio di economia agraria dove è chiamato da Manlio Rossi Doria. Qui partecipa alla stesura degli studi preliminari del Piano regionale per la Basilicata. Sono anni di studi e di approfondimenti per cercare di costruire ed avere, quindi, gli strumenti per cambiare la vita e il destino della Lucania, dopo aver sperimentato personalmente, come sindaco e dirigente politico, l’impotenza di chi crede ed attua la sola lotta politica secondo schemi che, erroneamente, si credono validi per ogni realtà.
Nel 1952 si candita alla elezioni per la provincia di
Matera per il PSI e non è eletto.
Nel 1953, mentre sta realizzando per Vito Laterza un libro
sulla cultura dei contadini meridionali “ CONTADINI DEL SUD” , il 15
dicembre muore, stroncato da un infarto, dopo aver firmato solo 20 giorni prima
il contratto con Mondadori per la pubblicazione di “ E’ fatto
Giorno”.
“Ma l'episodio più
significativo del dibattito su Scotellaro, quello che ha per certi aspetti
segnato la sua scarsa fortuna proprio nella sinistra che per tanti aspetti avrebbe
dovuto e potuto essere più interessata alla sua eredità - l'ho già ricordato
- si verifica già nel 1954.
A pochi mesi dalla morte,
l'intero stato maggiore del partito comunista meridionale - da Alicata a Giorgio
Napolitano e a Giorgio Amendola - interviene sui libri di Scotellaro con un
attacco che, riletto molti anni dopo, rivela insieme un profondo settarismo
ideologico e si traduce in una sostanziale incomprensione del contributo
originale che il poeta aveva dato al processo di risveglio delle masse
contadine, del ruolo che la sua battaglia politica prima, quella culturale
dopo aveva rivestito nel momento in cui il centrismo era entrato in crisi e
nuovi spazi potevano aprirsi alle forze della sinistra, soprattutto se
quest'ultima avesse stabilito rapporti di collaborazione con la parte più
avanzata della borghesia meridionale piuttosto che chiudere ogni forma di
dialogo e spingerla, in questo modo, a rafforzare i propri legami con la democrazia
cristiana.
Fu, insomma, e nello stesso
tempo, un errore politico e un errore culturale. Il primo scaturiva da
un'impostazione della battaglia politica che considerava del tutto a torto
“reazionari” uomini come Compagna e Rossi-Doria e collocava Carlo Levi, il
Levi di Cristo si è fermato a Eboli e dell'amaro romanzo L'orologio insieme con
Guido Dorso, l'autore dell'Occasione storica, tra “gli utopisti del Partito
d'Azione” e riteneva che da soli i partiti della sinistra all'opposizione, i
comunisti e i socialisti ancora legati dal patto di unità d'azione, potessero
rappresentare le ragioni dei contadini e del Mezzogiorno di fronte all'intero
paese.
Il secondo fu ancora più grave,
perché, di fronte a un'esperienza intensa e originale come quella di Rocco
Scotellaro, un politico-intellettuale di indubbie capacità e intelligenza come
Mario Alicata, nell'intervento che apparve il 9 settembre 1954 su «Cronache
meridionali» e che aprì la successiva serie di letture di parte comunista,
diede del poeta un'immagine e un'interpretazione riduttiva e soprattutto in
nessun modo rispondente a quella che in effetti era stata.
Scotellaro, secondo Alicata,
poteva essere considerato una figura rappresentativa di un certo tipo di giovane
intellettuale meridionale il quale, portato dallo sviluppo degli avvenimenti,
sulla base di un'esperienza reale, a cercare, e nel caso suo a trovare, il
proprio posto di lotta per la redenzione del Mezzogiorno nelle file di un
partito operaio, procede tuttavia con difficoltà ad assimilare tutti gli
insegnamenti del marxismo e dalle sue incertezze ideologiche è tratto
talvolta a fermarsi, indugiando, sulle soglie di una diretta partecipazione al
movimento organizzato delle masse, o è talvolta indotto a perdere la giusta
prospettiva politica e a subire delle alternative di pessimismo, di sfiducia,
come è testimoniato (...) da non poche poesie della raccolta E’ fatto giorno,
alla tormentata costruzione di quel libro che è diventato il volume Contadini
del Sud, infine alla sua stessa decisione di abbandonare in un certo momento
Tricarico, le proprie funzioni di sindaco popolare del paese natio per andare
ad esercitare un'attività culturale “pura” a Napoli.
Era necessario citare con
ampiezza l'intervento di Alicata per consentire un giudizio ai lettori che
hanno letto nelle pagine precedenti di questa introduzione il racconto su come
siano andate effettivamente le cose nella vita di Rocco Scotellaro: il modo in
cui egli aveva esercitato le proprie funzioni di sindaco popolare - per usare
l'espressione di Alicata - ed era riuscito a vincere di nuovo le elezioni
dopo la grande sconfitta del 18 aprile grazie al ruolo di leader dei contadini
che aveva conquistato in quegli anni, i quarantacinque giorni in carcere e il
significato che aveva assunto per Rocco quella vera e propria «persecuzione
politica» travestita da indagine giudiziaria come avrebbe riconosciuto la Corte
di Appello di Potenza, la sofferta decisione non di disertare o di dedicarsi al
lavoro culturale «puro», come scrive Alicata sulla base - bisogna pensare - di
informazioni non controllate, bensì di proseguire e allargare la propria
battaglia per l'autonomia contadina attraverso le ricerche svolte in quattro
regioni meridionali e interrotte dalla morte improvvisa. ». (Nicola
Tranfaglia “L’eredità di Rocco Scotellaro” Prefazione a L’Uva
puttanella – Contadini del Sud
Rocco Scotellaro ci ha lasciato:
L’UVA PUTTANELLA “ noi siamo gli acini maturi, ma
piccoli di un grappolo di uva puttanella”
I CONTADINI DEL SUD , ambedue ristampati dalla Laterza nel
2000, con una ricca e partecipe prefazione di Nicola Tranfaglia
E’ FATTO GIORNO, pubblicato prima ne “ LO
SPECCHIO” e poi negli OSCAR MONDADORI a cura di Franco Vitelli
Noi che facciamo?
Ci hanno gridata la croce
addosso i padroni
per tutto che accade e anche
per le frane
che vanno scivolando sulle
argille.
Noi che facciamo? All'alba
stiamo zitti
nelle piazze per essere
comprati,
la sera è il ritorno nelle
file
scortati dagli uomini a
cavallo,
e sono i nostri compagni la
notte
coricati all'addiaccio con le
pecore.
Neppure dovremmo ammassarci a
cantare,
neppure leggerci i fogli
stampati
dove sta scritto bene di noi!
Noi siamo i deboli degli anni
lontani
quando i borghi si dettero in
fiamme
dal Castello intristito.
Noi siamo figli dei padri
ridotti in catene.
Noi che facciamo?
Ancora ci chiamiamo
fratelli nelle Chiese
ma voi avete la vostra
cappella
gentilizia da dove ci
guardate.
E smettete quell'occhio
smettete la minaccia,
anche le mandrie fuggono
l'addiaccio
per qualche stelo fondo nella
neve.
Sentireste la nostra dura
parte
in quel giorno che fossimo
agguerriti
in quello stesso Castello
intristito.
Anche le mandrie rompono gli
stabbi
per voi che armate della
vostra rabbia.
Noi che facciamo?
Noi pur cantiamo la canzone
della vostra redenzione.
Per dove ci portate
lì c'è l'abisso, lì c'è
il ciglione.
Noi siamo le povere
pecore savie dei nostri
padroni.
****************
Non gridatemi più
dentro,
non soffiatemi in cuore
i vostri fiati caldi,
contadini.
Beviamoci insieme una
tazza colma di vino!
che all'ilare tempo della
sera
s'acquieti il nostro vento
disperato.
Spuntano ai pali ancora
le teste dei briganti, e la
caverna –
l'oasi verde della triste
speranza –
lindo conserva un guanciale
di pietra...
Ma nei sentieri non si
torna indietro.
Altre ali fuggiranno
dalle paglie della cova,
perché lungo il perire dei
tempi
l'alba è nuova, è nuova.
*************************
Topi e condannati
Solo le lire che abbiamo spaccate!
Poveri siamo e poveri siamo stati,
domani ci ficcano dentro, nell'inferno.
Ma, diteci, si salva nell'occhio dei mendicanti
l'uomo piccolo e torto, cui comandano
di scarnare le strade dai pidocchi che siamo?
Loro non pensano e lui, l'uomo piccolo e torto,
che i topi sanno tacere alla luce del giorno:
hanno voglia di accendere le lampade,
di mettere la pasta avvelenata!
Stanotte turberemo il loro sonno.
[1948]
UNO SI DISTRAE AL BIVIO, pubblicato dalla Basilicata
Editrice nel 1974
MARGHERITE E ROSOLACCI, pubblicata da MONDADORI, LO
SPECCHIO, nel 1978 con la prefazione di Manlio Rosso Doria
FRESCO ERA IL MIO LIMBO
Come fresco era il mio limbo
amici forestieri partiti per sempre.
Voi quando ve ne andate
partite davvero per sempre
miei amici forestieri
che venite a godere
i palmi di terra vergine
sotto i boschi incendiati.
Venite a scoprire i sacri altari
Ove è sommersa l’anima di un arabo
Del greco che si mise
La prima volta a cantare.
Vi ho fatto bere sotto le viti
Vi ho fatto sapere dallo spiritato
I suoi discorsi col cimitero.
Avete tremato ai laceri gridi
Del suino ucciso col rito antico.
E voi avete rovistato
Gli angoli della casa come ladri.