Articolo tratto da

GIORNALE DELLA SERA

11 Giugno 2004

 

Matteotti e il pozzo di Tramutola

 

Agli inizi degli anni Ottanta viene "scoperto" in Basilicata un enorme giacimento di petrolio, il più grande del nostro continente. Scoperto per modo di dire La presenza dell'oro nero in Basilicata risale, in realtà, a molto tempo prima. Addirittura cento anni fa, per esempio, a Tramutola c'era un pozzo dove si estraeva petrolio. Estrazione che cessò qualche decennio dopo quando si disse che il pozzo era divenuto disgraziatamente "sterile". Che il giacimento più grande d'Europa fosse abbandonato perché sterile è una cosa a dir poco strana. E ancor più strano appare il caso se lo inquadriamo nel contesto storico della vigilia della seconda guerra mondiale. Se una nazione che si prepara alla guerra chiude i suoi pozzi petroliferi vuol dire che quella nazione la guerra vuole proprio perderla. Infatti, sappiamo come andò a finire la seconda guerra mondiale. Per capirci qualcosa di queste stranezze, conviene spostare la nostra attenzione su un fatto storico di enorme portata, successo negli anni Venti.

Il 10 giugno del 1924, il deputato socialista Giacomo Matteotti viene rapito mentre si reca in parlamento per preparare un suo intervento in aula, previsto per il giorno successivo. Il deputato sarà ucciso e il suo cadavere, malamente sotterrato, verrà scoperto qualche settimana dopo. Alcuni giorni prima, il 31 maggio, Matteotti aveva fatto un duro intervento in parlamento per denunciare una serie di "irregolarità" - termine che è un eufemismo nel quale sono compresi anche torture e omicidi - compiute dal fascismo durante le elezioni appena svolte. Quella giornata parlamentare era particolarmente solenne; il re Vittorio Emanuele III aveva appena concluso il suo "discorso della corona" e in aula c'erano numerosi ospiti, tra i quali molti giornalisti, anche stranieri. Il discorso del leader socialista, pronunciato in una circostanza così importante, aveva irritato particolarmente Benito Mussolini che si era lasciato andare a espressioni minacciose nei confronti di Matteotti e dei deputati dell'opposizione.

Fu naturale mettere in relazione questa reazione del Duce con il rapimento di Matteotti e Mussolini fu additato come mandante del delitto. Anche perché egli farà un intervento alla Camera, il famoso discorso nel quale del rapimento se ne assumerà "la responsabilità politica, storica e morale". Ma c'è un particolare, sul quale recentemente si è appuntata l'attenzione degli storici, che avanza qualche perplessità riguardo alla diretta responsabilità del duce nel delitto Matteotti. Il particolare è questo: pochi giorni dopo il fattaccio, i responsabili del delitto erano già stati individuati e assicurati alla giustizia. Se Mussolini fosse stato complice di questi delinquenti, non avrebbe mostrato tanta solerzia nella loro cattura; perché se uno di questi lo avesse tirato in ballo, per lui che non aveva ancora consolidato il suo potere sarebbe stata la fine. A questo punto gli storici hanno cominciato a interrogarsi oltre che su quello che Matteotti aveva detto in parlamento il 31 maggio, anche su quello che avrebbe voluto dire il giorno successivo al rapimento. Ma chi poteva saperlo? Nel 1978 Matteo, figlio di Giacomo Matteotti, riceve la visita di un uomo anziano e sconosciuto, un certo Antonio Piron; questi gli dice di volergli confidare un segreto: nel tubo della stufa di una casa di campagna presso Regello, in provincia di Firenze, è nascosto un importante documento che lo riguarda. Prelevato il documento dal tubo della stufa, Matteo Matteotti si accorge che si tratta di un autografo del padre, scritto su carta intestata della Camera dei deputati.

Lo scritto contiene un articolo che era stato pubblicato sulla rivista "Echi e Commenti" il 5 giugno del 1924, appena cinque giorni prima del rapimento del deputato socialista, nel quale si parla di tangenti riguardo a concessioni per ricerche petrolifere nel sottosuolo italiano. L'articolo era il risultato di una lunga indagine che Matteotti aveva condotto, recandosi clandestinamente all'estero per accertare la provenienza del denaro. Grazie pare a informazioni attinte in ambienti legati alla massoneria, Matteotti aveva accertato che quelle tangenti provenivano dalla società americana Standard Oil. Una società che diventerà la "madre" di tutte le compagnie petrolifere. "Madre" nel senso letterale - sarà questa infatti a partorire le "sette sorelle" del petrolio mondiale. La Standard Oil aveva dichiarato di essere interessata a effettuare ricerche petrolifere in Italia. Questo non deve apparire un interesse di secondaria importanza, essendo l'Italia in quegli anni il secondo paese produttore di petrolio al mondo. Il ministro dell'Economia comunque, trascurando l'importanza strategica del petrolio, non si fece tanto pregare e autorizzò senza indugio la Standard Oil a procedere comodamente alle proprie ricerche in tutta la Penisola, dall'Emilia alla Sicilia. Questo accordo è uno degli atti più strani che siano mai stati stipulati da un governo. Innanzitutto perché di queste ricerche non c'era alcun bisogno in quanto la mappa dei giacimenti petroliferi italiani era già arcinota. Inoltre, perché stranamente il governo italiano - forse per non intralciare il lavoro dei ricercatori americani - si impegnava a non sfruttare i pozzi petroliferi sul nostro territorio né quelli delle colonie. Infine, perché la Standard non avrebbe estratto nemmeno una goccia di petrolio. Se le cose stanno così, qual era il senso di questo accordo?

Un mistero è anche il fatto che il governo italiano per questo accordo non chiedeva nulla in cambio - pura gratuità - né pretendeva alcuna garanzia. E un altro mistero fu che il nostro pozzo petrolifero di Tramutola - e tanti altri - divenne improvvisamente sterile proprio in quella circostanza.

Una cosa è certa. Da quel momento, come aveva intuito Matteotti, era cominciato ad arrivare nelle tasche di vari esponenti fascisti tanto di quel denaro che il loro potere divenne enorme. E non fu facile schiodarli dalle loro poltrone.

Paolo Tritto

 

 

 

 

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LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO

Giovedì 1 Luglio 2004

 

L'INCHIESTA / Complessivamente cinque arresti dopo un anno di controlli dei Cc

 

Dal petrolio vacanze e regali

Val d'Agri, arrestato il comandante vigili fuoco di Potenza

L'accusa: hotel di lusso in cambio di pratiche "veloci"

 

POTENZA - Una vacanza in un hotel di gran lusso a Ischia, con incluso trattamento benessere; un pernottamento al Jolly Hotel di Ravenna «full credit» per spezzare il lungo viaggio delle vacanze fino ad Andalo, in Trentino. Due regali fatti dall'Eni (per un valore di circa 2mila euro) che sono costati cari al comandante dei Vigili del Fuoco di Potenza, Antonio Barone, 52 anni, arrestato ieri mattina insieme a due dirigenti dell'azienda petrolifera, Luigino Lusuriello e Carlo Russo, 42 e 43 anni, a Roberta Angelini, 43 anni, dipendente della stessa azienda addetta alle relazioni con le pubbliche amministrazioni per le estrazioni petrolifere in Val d'Agri, e al direttore tecnico di un'azienda dell'indotto estrattivo, la «Italfluid-Geoenergy», Roberto Sini, tutti posti ai domiciliari. Per il pm Henry John Woodcock che ha chiesto e ottenuto le ordinanze restrittive dal Gip Rocco Pavese al termine di indagini dei carabinieri di Potenza durante un anno, i regali sarebbero serviti ad «ammorbidire» l'ufficiale al fine di appianare problemi dell'Eni. Il caso più eclatante sarebbe quello di un impianto a «Cerro Falcone», in Val d'Agri. L'Eni, stando alle accuse, avrebbe presentato un progetto realizzativo ottenendo i necessari visti, ma poi l'esecuzione sarebbe stata difforme rispetto alle previsioni e perciò sarebbe stata sostituita la planimetria del progetto con una modificata. Un atto che gli inquirenti ascrivono a Barone, come pure di suo pugno l'ufficiale avrebbe segnato con una dicitura «urgente» tutte le pratiche relative all'Eni chiuse, osservano gli inquirenti, con una velocità decisamente superiore alla media. Come ricompensa, secondo l'accusa, Barone avrebbe gradito le vacanze. «Cose un po' strane, però, alla fine gli si fanno e basta», avrebbe osservato un responsabile Eni parlando con Angelini che aggiunge: «Che dobbiamo fare. Tappiamo la bocca pure a lui». E così la responsabile delle relazioni si sarebbe trasformata in agente di viaggi per la famiglia del comandante. «Le può andar bene Ischia? - propone all'ufficiale in una telefonata - Quattro notti e con un trattamento che chiamano pausa benessere, già incluso». L'idea è accettata, ma giunto nel lussuoso hotel, Barone trova qualcosa che non va. La stanza è più piccola di quella che si aspettava e allora ne prende un'altra per la figlia: un extra che con gli altri consumi confluisce in un conto che alla partenza Barone lascia «in sospeso». Stando all'accusa, il conto dell'albergo sarebbe stato poi saldato dalla «Italfluid Geoenergy», mentre per gli extra ci avrebbe pensato direttamente la Angelini, saldando ad un'agenzia di viaggi. Soldi- sostiene Barone - che avrebbe poi restituito in contanti, ma del pagamento, osservano gli inquirenti, non c'è traccia. A lasciare il segno, invece, è un'altra telefonata tra Barone ed Angelini. L'ufficiale annuncia l'arrivo in porto di una pratica, e la dipendente Eni comunica la disponibilità a prenotare un albergo a Ravenna. Barone stava andando in vacanza in Trentino e voleva spezzare il viaggio. Avrebbe preferito Rimini ma non ci sono alberghi convenzionati-Eni mentre a Ravenna, spiega Angelini, c'è un ottimo albergo, un bel passeggio e bei mosaici. A parere degli investigatori, questi episodi non sarebbero isolati, per le estrazioni di petrolio in Val d'Agri favori e pagamenti di tangenti (in forme diverse) sarebbero una «regola». Nell'inchiesta, che annuncia sviluppi; finiscono anche i nomi di amministratori locali, tecnici e dipendenti dell'ufficio minerario nazionale idrocarburi e geotermia.

Giovanni Rivelli

 

 

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Il Quotidiano della Basilicata

Giovedì 1 Luglio 2004

 

Un nuovo terremoto giudiziario si abbatte sull'Eni: cinque le persone arrestate dai carabinieri

 

La corruzione viaggia in oleodotto

 

Vacanze in regalo per ricompensare il comandante dei vigili del fuoco

 

IL PIU' VASTO giacimento su terraferma d'Europa, il centro di trattamento oli più importante nei Paesi dell'Occcidente europeo, un oleodotto di 130 chilometri che congiunge i giacimenti con la raffineria Agip di Taranto, un fiume di soldi, una parte dei quali - il 7 per cento - finisce nelle casse dei Comuni e della Regione. Ma il petrolio in Val d'Agri non offre solo questo. Offre anche viaggi e vacanze. "Regali" «per ricompensare lavori ricevuti dal funzionario pubblico di turno». «Pratiche corruttive», quelle che sarebbero state messe in campo da parte di dirigenti dell'Eni. «Una regola», sostengono gli investigatori. E per corruzione aggravata e continuata sono finiti agli arresti domiciliari il comandante provinciale di Potenza dei vigili del fuoco, Antonio Barone, i dirigenti dell'Eni Luigino Lusuriello e Carlo Russo, una dipendente dell'Eni, Roberta Angelini, e Roberto Sini, direttore tecnico della Italfluid-Geoenergy, società collegata all'Eni (presente sul mercato petrolifero da oltre 20 anni. Si occupa prevalentemente di progettazione e costruzione di apparecchiature per l'industria petrolifera, di noleggio di personale e attrezzature per prove di produzione). Cambiano i protagonisti, ma il film è lo stesso: tangentopoli. Dopo l'inchiesta di due anni fa, che portò agli arresti di politici e imprenditori, il sostituto procuratore della Repubblica presso il tribunale di Potenza Henry John Woodcock prepara un nuovo fascicolo. I dettagli dal nuovo filone sono stati illustrati ieri mattina, nel corso di una conferenza stampa al comando provinciale di Potenza dei carabinieri. Alcuni mesi fa, sulla scrivania del magistrato di origini anglo-napoletane sarebbe giunta la denuncia di un imprenditore che sosteneva di essere stato volutamente danneggiato nell'assegnazione di lavori relativi agli impianti petroliferi. I carabinieri hanno stabilito che le accuse dell'imprenditore erano false, ma indagando hanno raccolto altri elementi. Sino ad arrivare ai «giorni di soggiorno in un lussuoso complesso alberghiero di Ischia e un pernottamento in un albergo di Ravenna, per tutta la famiglia del comandante provinciale dei vigili del fuoco». Intercettazioni telefoniche e ambientali hanno poi convinto sia il magistrato sia il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Potenza Rocco Pavese (che ha emesso le ordinanze di custodia cautelare) che invece si trattava di veri e propri "regali,,. «Le indagini - spiegano il comandante provinciale di Potenza dei carabinieri, tenente colonnello Pietro Polignano, il comandante del Reparto operativo, maggiore Nazareno Zolli, e il comandante del nucleo operativo, tenente Antonio Milone hanno portato alla luce un "sistema" di scambio di favori». Sistema con cui - come scrive il gip nell'ordinanza l'Eni ha impegnato tutta la sua potenza economica e sociale. E così i dirigenti dell'Eni attraverso la Italfluid-Geoenergy avrebbero ricompensato il comandante provinciale di Potenza dei Vigili del fuoco Antonio Barone, «funzionario prezzolato e al servizio della compagnia petrolifera», scrivono i magistrati. Il soggiorno a Ischia e il pernottamento a Ravenna sarebbero il prezzo pagato a Barone per aver agevolato alcune pratiche dell'Eni relative alle estrazioni di petrolio in Val d'Agri. In una occasione, addirittura, sarebbe stato sostituito un documento in un fascicolo, dopo che i progetti di un impianto erano stati realizzati in modo tanto difforme da non poter sfuggire ai controlli, anche ai più distratti. Barone - definito dal gip nell'ordinanza «un funzionario senza scrupoli» - ha detto di aver restituito in contanti la spesa del soggiorno a Ischia. Ma secondo l'accusa, i dirigenti e dipendenti dell'Eni arrestati erano consapevoli dell'attività corruttiva, perché pagarono anche il conto degli extra accumulati da Barone a Ischia e, nella richiesta del pernottamento in Emilia Romagna, gli consigliarono un albergo di Ravenna convenzionato con l'Eni, anche se il funzionario- in viaggio per le vacanze in Trentino - avrebbe preferito una struttura a Rimini.

Fabio Amendolara

 

 

 

 

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la Nuova Basilicata

Giovedì 1 Luglio 2004

L'accusa: sarebbero state sveltite le pratiche di una società impegnata nell'estrazione di petrolio in Val d'Agri

 

Regali in cambio di favori

 

Potenza, arresti domiciliari al comandante dei Vigili del Fuoco e a quattro dirigenti Eni

 

POTENZA- Come ricompensa c'erano soggiorni, insieme ai familiari, in albergo. Favori che alcuni dirigenti Eni restituivano al comandante dei Vigili del fuoco di Potenza, Antonio Barone, 52 anni, arrestato ieri mattina dai carabinieri insieme a due dirigenti e un dipendente dell'Eni e il direttore tecnico di una società collegata alla compagnia petrolifera - impegnata in Val d'Agri nell'estrazione di petrolio. Devono rispondere di concorso in corruzione aggravata e continuata. L'arresto dei cinque è avvenuto al termine di indagini, durate oltre un anno, coordinate dal pubblico ministero di Potenza, Henry John Woodcock, che ha chiesto l'emissione dell'ordinanza di custodia cautelare al giudice per le indagini preliminari, Rocco Pavese. Le altre persone che si trovano agli arresti domiciliari per l'inchiesta che va avanti da alcuni anni sulle presunte tangenti legate all'Eni, oltre al comandante provinciale di Potenza dei Vigili del Fuoco, sono: Luigino Lusuriello e Carlo Russo (di 42 e 43 anni), dirigenti dell'Eni; Roberta Angelini (43), dipendente della compagnia petrolifera e Roberto Sini (52), direttore tecnico della Italfluid-Geoenergy, una società titolare di appalti dell'Eni. Da quanto si è appreso, per favorire le pratiche dell'Eni Barone, secondo l'accusa, avrebbe ricevuto in cambio dalla compagnia petrolifera soggiorni in alberghi di Ischia e Ravenna, pagati dalla Italfluid. A parere del pm per le estrazioni di petrolio in Val d'Agri i favori, le regalie e anche il pagamento di tangenti sarebbero una regola. Il pm Woodcock, sempre facendo riferimento a questa inchiesta, ha inoltre ipotizzato nei confronti di dirigenti e dipendenti dell'Eni (alcuni dei quali arrestati oggi) l'accusa di associazione per delinquere finalizzata a commettere più delitti contro la pubblica amministrazione e la fede pubblica. Secondo l'inchiesta del pubblico ministero di Potenza, Henry John Woodcock, il soggiorno a Ischia e il pernottamento a Ravenna furono il prezzo pagato dal comandante dei Vigili del Fuoco Barone per aver agevolato pratiche dell'Eni relative alle estrazioni del petrolio in Val d'Agri. L'accusa ha spiegato che le pratiche dell'Eni erano tutte "urgenti" per decisione di Barone. Ma non solo. A detta del pm potentino fu anche sostituito un documento in un fascicolo, dopo che i progetti di un impianto erano stati realizzati in modo talmente difforme da non poter sfuggire ai controlli, anche i più distratti. Barone («un funzionario senza scrupoli» ha dichiarato Woodcock), si è difeso dicendo di aver restituito in contanti la spesa del soggiorno a Ischia. A parere dell'accusa, invece, dirigenti e dipendenti dell'Eni arrestati erano consapevoli dell'attività corruttiva in corso: pagarono il conto degli extra accumulati da Barone a Ischia e, nella richiesta gli consigliarono un albergo di Ravenna convenzionato con l'Eni, anche se il funzionario avrebbe preferito una struttura a Rimini.

 

 

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Il Quotidiano della Basilicata

Venerdì 2 Luglio 2004

 

INCHIESTA ENI Coinvolti amministratori e tecnici di centri della Val d'Agri

 

Tangenti di provincia

 

I sindaci: «Non ne sapevamo nulla»

 

I CARABINIERI che entrano in alcuni municipi della Val d'Agri, nella sede di Napoli dell'Ufficio minerario, negli uffici del comando provinciale di Potenza dei vigili del fuoco e anche nelle sedi lucane dell'Eni, e portano via documenti. Segue l'iscrizione nel registro degli indagati del sindaco e del vicesindaco di Calvello, Rocco Coronato e Francesco Giovanni Alberti, dell'ex sindaco di Montemurro, Giuseppe De Bellis, e del responsabile dell'ufficio tecnico comunale, Roberto Schettini, di Aniello Iaccarino, geometra dell'Unmig di Napoli, di Antonio Campanella, tecnico in servizio al comando di Potenza dei vigili del fuoco e di Enrico Cingolani e Roberto Carchesio, alto dirigente e dipendente dell'Eni. Raggiunto telefonicamente il sindaco di Calvello ha detto di essere all'oscuro della vicenda. «Sapevo delle indagini - ha detto Coronato - ma non ho ricevuto alcuna comunicazione dalla procura». E' stato simile il commento dell'ex sindaco di Montemurro: «Apprendo da voi la notizia», ha detto al Quotidiano. Dopo gli arresti - ai domiciliari - dei giorni scorsi del comandante provinciale dei vigili del fuoco Antonio Barone, dei dirigenti dell'Eni Luigino Lusuriello e Carlo Russo, di una dipendente dell'Eni, Roberta Angelini, e di Roberto Sini, direttore tecnico della Italfluid-Geoenergy; società collegata all'Eni (presente sul mercato petrolifero da oltre 20 anni. Si occupa prevalentemente di progettazione e costruzione di apparecchiature per l'industria petrolifera, di noleggio di personale e attrezzature per prove di produzione), la mannaia del sostituto procuratore Henry John Woodoock si abbatte sugli amministratori locali. Le accuse della procura - l'inchiesta è partita l'anno scorso dalla denuncia di due professionisti - sono dure: associazione a delinquere finalizzata a commettere reati contro la pubblica amministrazione e fede pubblica, nei confronti di Cingolani Carchesio, Lusuriello, Russo e Angelini, concorso in concussione, a carico di Coronato e Alberti, falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale per Iaccarino e Campanella, abuso d'ufficio per Schettini e De Bellis, corruzione per Carchesio, Schettini e De Bellis. La regola, secondo l'accusa, era agevolare l'Eni e l'avvio dell'estrazione di petrolio in località Cerro Falcone di Calvello. E proprio in questa parte dell'inchiesta gli investigatori hanno raccolto gli altri elementi. In un palo di intercettazioni si parla dell'assunzione di una persona, da fare per non creare un «contrasto» (è questo il termine usato dai due dirigenti dell'Eni) con un amministratore della Regione Basilicata che non risulta tra gli indagati. L'amministratore regionale, però, a sua volta avrebbe avuto "da un vescovo la segnalazione" della persona da assumere, ma sono sempre i due dirigenti dell'Eni a dirlo. Il magistrato anglo-napoletano è arrivato ieri mattina al palazzo di giustizia con la sua vecchia Honda, il tempo di infilare la giacca sportiva ed è andato di corsa nel suo ufficio in procura, per un ultimo incontro con i suoi collaboratori, prima degli interrogatori di garanzia. Barone, difeso dall'avvocato Nicola Roccanova, è stato il primo a entrare nell'aula gip, dove lo attendeva il giudice per le indagini preliminari Rocco Pavese. Ma alle domande del giudice ha glissato, avvalendosi della facoltà di non rispondere. Le altre quattro persone agli arresti domiciliari sono tutte difese dall'avvocato Antonio Massa del foro di Napoli. Al momento di andare in stampa i loro interrogatori erano ancora in corso. Ma è dalle indagini e dalle intercettazioni telefoniche e ambientali che emergono riferimenti ad altri amministratori e uomini politici. I loro nomi al momento non sono nella lista degli indagati, ma compaiono più volte nelle trascrizioni delle intercettazioni. Sarebbe l'assunzione di persone la «merce preziosa» - cosi la definisce Woodcock - la «merce di scambio» come la definisce invece uno dei dirigenti dell'Eni agli arresti domiciliari - nei rapporti con gli amministratori locali. Oppure «la fornitura di servizi». L'Eni si fa carico di riparare una strada anche se non sono stati i suoi mezzi a danneggiarla, fa sistemare il piazzale davanti una scuola, in modo da «avvicinarsi alla pubblica amministrazione della quale- scrive il magistrato - ha bisogno per i noti motivi». E ancora: piccoli lavori di manutenzione che torneranno utili a un assessore della Provincia di Potenza (nell'ordinanza di custodia cautelare è riportato anche il nome dell'assessore che, però, non è indagato) che in questo modo, «prima delle elezioni - dice un dirigente dell'Eni - potrà far vedere che ha fatto qualcosa» Ma anche «necessità di sostenere un'iniziativa culturale della Provincia di Potenza». Ne parlano due dirigenti dell'Eni e dicono di sostenerla: «Anche con una piccola somma - uno dei due dice addirittura bruscolini - purché il sostegno non manchi a un uomo politico che è molto in crescita».

Fabio Amendolara

 

 

 

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la Nuova Basilicata

Venerdì 2 Luglio 2004

 

Val d'Agri, secondo l'accusa avrebbero agevolato le autorizzazioni all'Eni

 

Altri otto indagati

Nelle intercettazioni telefoniche anche sindaci e tecnici

 

POTENZA- Nuovi sviluppi nell'ambito dell'inchiesta sulla presunta corruzione per sveltire le pratiche delle compagnie petrolifere impegnate nell'estrazione petrolifera in Val d'Agri. Secondo indiscrezioni, dopo gli arresti domiciliari di mercoledì del comandante dei vigili del Fuoco di Potenza e di quattro tra tecnici e funzionari dell'Eni, nel mirino degli investigatori ci sarebbero anche altre otto persone tra amministratori comunali e tecnici. Dalle indagini e dalle intercettazioni telefoniche e ambientali emergerebbero riferimenti a numerosi amministratori e uomini politici, fra i quali però per il momento non vi sono persone indagate. Nel registro degli indagati sono finiti un sindaco e un vicesindaco in carica, un ex sindaco, un tecnico comunale, un funzionario dell'Ufficio minerario di Napoli, un altro funzionario del comando di Potenza dei vigili del fuoco, un altro dirigente e un altro dipendente dell'Eni. I reati contestati alle persone indagate fanno tutti riferimento ad attività per agevolare l'Eni e l'avvio dell'estrazione di petrolio nella zona di "Cerro Falcone", in Val d'Agri. Tutte dovranno rispondere di concorso in corruzione aggravata e continuata. Secondo la ricostruzione fatta dal pubblico ministero del Tribunale di Potenza, Henry John Woodcook, ci sarebbe stato uno scambio di favori per accelerare le pratiche di autorizzazione in cambio di soggiorni e vacanze. Ieri, intanto, si sono tenuti i primi interrogatori degli arrestati.

 

 

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LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO

Venerdì 2 Luglio 2004

 

Emergerebbero rapporti fra dirigenti Eni e amministratori locali. I 5 arrestati si avvalgono della facoltà di non rispondere.

 

Quanto ci costa 'sto petrolio

Le accuse della Procura dopo le intercettazioni in Val d'Agri

 

Lavorava all'ufficio Eni Relazioni con la pubblica amministrazione. In Val d'Agri lavorava sodo. Ma quei rapporti stretti con amministratori e funzionari pubblici, ad avviso della Procura di Potenza, andavano ben oltre le politiche di marketing tanto che i colloqui finiti nel fascicolo dell'inchiesta che mercoledì ha portato all'arresto di 5 persone sostengono ipotesi di reato che vanno dal concorso in corruzione aggravata e continuata, al concorso in concussione, falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale, abuso d'ufficio, corruzione, associazione per delinquere finalizzata a commettere più reati contro la pubblica amministrazione e la fede pubblica. Contestazioni mosse (in modo differenziato) ai cinque arrestati ai domiciliari (il comandante provinciale di Potenza dei Vigili del fuoco, Antonio Barone; due dirigenti e una dipendente dell'Eni Luigino Lusuriello, Carlo Russo e Roberta Angelini; e Roberto Sini, direttore tecnico della Italfluid-Geoenergy) per cui ieri si è tenuto l'interrogatorio di garanzia davanti al Gip (Barone, difeso dall'avv.Roccanova si e avvalso della facoltà di non rispondere, così gli altri assistiti da Camardese e Massa) ma anche ad amministratori locali, ad altri dipendenti pubblici a un altro dirigente e un altro dipendente dell'Eni. Nel registro degli indagati, nelle intercettazioni telefoniche e ambientali e nel fascicolo del Gip ci sono, infatti, anche il sindaco e il vicesindaco di Calvello, Rocco Coronato e Francesco Giovanni Alberti, l'ex sindaco di Montemurro, Giuseppe De Bellis, e il responsabile dell'ufficio tecnico comunale Roberto Schettini. Ancora, figurano i nomi di Aniello Iaccarino geometra dell'Ufficio nazionale minerario idrocarburi e geotermia di Napoli; Antonio Campanella tecnico in servizio al Comando di Potenza dei Vigili del fuoco; Enrico Cingolani e Roberto Carchesio, dirigente e dipendente dell'Eni. Nelle intercettazioni vi sarebbero anche riferimenti ad altri esponenti politici, ma senza che a loro carico si configurino ipotesi di reato e, in alcuni casi, senza nemmeno una identificazione certa. I reati ipotizzati nei confronti degli indagati a piede libero, invece, sono concorso in concussione (a carico di Coronato e Alberti), falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale (per Iaccarino e Campanella), abuso d'ufficio (per Schettini e De Bellis), corruzione (per Carchesio, Schettini e De Bellis) associazione per delinquere finalizzata a commettere più reati contro la pubblica amministrazione e la fede pubblica (nei confronti di Cingolani, Carchesio e di Lusuriello, Russo e Angelini, arrestati mercoledì). Comportamenti che sarebbero stati messi in atto per dare una «spinta» al giacimento di «Cerro Falcone», in Val d'Agri, dove il programma estrattivo era in ritardo. Gli «uomini del petrolio», insomma, non si sarebbero fermati davanti a nulla. Così, in una delle intercettazioni, avrebbero chiesto aiuto a un sindaco per far pressione su un privato per la cessione bonaria di un terreno. Si parlerebbe di incarichi per lavori, di quantificazione di compensi, di intervento della pubblica amministrazione per accollarsi parte degli oneri («ne ho già parlato coi colleghi di giunta» assicura un primo cittadino a un dirigente Eni) e si parlerebbe di assunzioni dietro segnalazione, di sponsorizzazioni di eventi, di lavori realizzati gratis, di posti di lavoro per «comprare» consenso sociale. Come quella volta in cui due dirigenti Eni avrebbero detto di fare un'assunzione per non creare «contrasto» con un politico regionale che avrebbe ricevuto «da un vescovo la segnalazione». Il lavoro, del resto, era la «merce di scambio» per dirla con un dirigente dell'Eni agli arresti domiciliari. Ma non solo. Ci sarebbero anche «piccoli lavori di manutenzione» che sarebbero tornati utili ad un assessore provinciale di Potenza che così, prima delle elezioni - dice un dirigente dell'Eni -potrà far vedere che ha fatto qualcosa». Ci sarebbero le sponsorizzazioni, come quando due dirigenti Eni parlano di sostenere un'iniziativa culturale della Provincia di Potenza, sia pure con una piccola somma (uno dei due dice «bruscolini»), purchè il sostegno non manchi ad un uomo politico che è «uno molto in crescita» o come quando, per un Comune, l'Eni dovrebbe sostenere una manifestazione musicale, ma le procedure partono in ritardo, il concerto è già avvenuto e quindi si decide di dirottare il finanziamento su un'altra manifestazione. Anche la logica delle sponsorizzazioni, sostiene il Pm, è legata più alla volontà di dare contentini che di ottenere ritorni d'immagine.

Giovanni Rivelli

 

 

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L'INDIPENDENTE

Giovedì 5 agosto 2004

 

L'oro nero: miraggio lucano

 

Oltre ai diritti sul petrolio l'Eni deve alla Basilicata altri 150 milioni. Ma la giunta Bubbico non ha firmato tutti gli accordi necessari

 

UNA POPOLAZIONE da 596mi1a abitanti. Tre miliardi di euro di fondi strutturali europei garantiti dal 2001 al 2006. Una regione che galleggia sull'acqua e soprattutto sul petrolio. Come dimostra un giacimento, valutato dall'Eni in 15 miliardi di euro. Ma una disoccupazione che nel 2003 ha superato il 16 per cento. Un tasso di povertà, al 26,9 per cento, secondo solo a quello della Calabria. La Basilicata potrebbe essere la Val D'Aosta del Mezzogiorno, ma non lo è. Nino Falotico, segretario regionale della Cisl, se la prende con la giunta regionale guidata dal diessino Filippo Bubbico, «che non ha realizzato una strategia di sviluppo nonostante i soldi a disposizione». E la situazione, per il deputato di Forza Italia Egidio Ponzo, «è destinata a peggiorare nel 2006, quando i fondi della Ue saranno decurtati». La Basilicata è inserita nel programma europeo "Obiettivo 1", che aiuta le aree più povere. Con l'allargamento a est, i parametri previsti entro il 75 per cento del Pil della media comunitaria - dovrebbero abbassarsi. La Basilicata, oggi al 72 per cento, potrebbe essere esclusa dal piano e perdere nel prossimo quinquennio quasi 1.200 milioni di euro. Si potrebbero recuperare con le royalties del greggio pompato, ma a quanto pare la giunta Bubbico fatica a incamerare quanto garantito dall'Eni. Il cane a sei zampe nel 1998 si è assicurato una concessione ventennale su uno dei migliori giacimenti d'Europa, quello della Val D'Agri. La produzione è stimata intorno ai 104mila barili al giorno. Secondo lo storico Nico Perrone, che ha lavorato in gioventù nello staff di Enrico Mattei, ha fatto un grande affare: «E' un giacimento cospicuo e, a differenza degli altri presenti nel nostro Paese, di buona qualità, quasi come il Brent (il petrolio quotato alla Borsa di Londra, ndr), e facilmente accessibile». La legge italiana prevede che una compagnia paghi agli enti locali dove estrae un diritto del 7 per cento su ogni barile. Nonostante le critiche dell'opposizione lucana, il predecessore di Bubbico, il diessino Angelo Di Nardo, ha ottenuto il massimo che poteva. Nota il vicepresidente Erminio Restaino (Margherita): «La Corte dei conti ha richiamato l'Eni per averci dato troppo». Infatti, grazie a un accordo con il governo D'Alema, quel 7 per cento rimane per intero nelle casse lucane, che non devolve nulla allo Stato centrale e dà solo il 20 per cento ai Comuni interessati. L'Eni, da qui al 2020, farà poi piovere altri 150 milioni di euro per compensare il disturbo. «Anche perché tra vent'anni», aggiunge Perrone, «finito il greggio, resteranno solo una zona deturpata e lo scheletro dell'oleodotto tra Viggiano e Taranto. Un impianto petrolifero non porta mai lavoro: la manovalanza è poca, iperspecializzata e viene da fuori». Ma se l'Eni è disposta a pagare per non avere grane, la Regione non sembra avere fretta. A quasi sei anni di distanza non sono stati ancora firmati tutti gli accordi per l'erogazione di alcuni stanziamenti. Così l'amministrazione lucana non può ottenere un anticipo sui diritti, fino a 100 milioni, senza dover aspettare il pagamento a fine anno. Congelati anche i 40 per promuovere attraverso un'apposita società lo Sviluppo regionale. E altri dieci per la costituzione di una spa energetica, a capitale misto, per erogare elettricità e gas a un prezzo calmierato per l'imprenditoria locale. Nella quale però questa non vuole investire. «Così non ci resta», spiega Restaino, «che fare un'azienda interamente regionale». Si sono perse le tracce di una fondazione per la ricerca da intitolare a Enrico Mattei, perché i Comuni interessati dalle trivellazioni, come Viggiano o Marsico Nuovo, se ne contendono la sede, mentre Bubbico la vorrebbe a Potenza per collegarla all'università. Sul versante ambientale, rispettando gli accordi firmati, l'Eni ha fornito un sistema di centraline alla Regione. Ma questa non ha ancora costituito un osservatorio ambientale - la delibera è di due mesi fa - e di conseguenza il grosso delle valutazioni viene realizzato da quello che dovrebbe essere il controllato: cioè la stessa Eni. Fa discutere pure l'utilità dei soldi ottenuti. Nel 1998 l'ex presidente Dinardo non riuscì a ottenere dall'Eni di poter spalmare i benefici dei "petroleuro" su tutta la Basilicata. La compagnia, per creare consenso intorno all'operazione, aveva tutto l'interesse a che l'uso dei fondi fosse vincolato alla Val D'Agri. Per questa zona, un tempo fitta di boschi, dove vivono 60mila abitanti e dove non esiste un tessuto aziendale capace di far fruttare i fondi. Il colosso non ha voluto neppure garantire prezzi calmierati, ai residenti, sulla benzina o sul gas. Non a caso la giunta Bubbico, trattando con la Total per la concessione del secondo giacimento lucano, quello della zona di Temprarossa, ha chiesto di non vincolare le spettanze alla sola area. Ma i francesi, che reputano il greggio di Temprarossa di scarsa qualità, hanno risposto picche. Conferma Restaino: «Compresi i costi per la compensazione, abbiamo chiesto un euro a barile, ma ci hanno offerto 12,7 centesimi». E la trattativa sembra impantanata.

FRANCESCO PACIFICO

 

Con gli introiti del greggio è stato costituito un fondo di sviluppo da 350 miliardi per la Val D'Agri. Ma per gli imprenditori è ancora impossibile accedervi

 

QUEL CHE SI SA è che ci sarebbero sulla carta 350 milioni di euro nelle casse della Regione per un fondo destinato allo sviluppo della Val D'Agri, dove si estrae il petrolio. E accanto agli interventi per migliorare la vivibilità e le infrastrutture dell'area, tanto denaro liquido, 230 milioni di euro, per impiantare nuove imprese e risanare le vecchie. Ma gli imprenditori non hanno ancora visto un centesimo. All'inizio del 2003 il governatore Filippo Bubbico annuncia alle parti sociali che, accantonando le anticipazioni sulle royalties che l'Eni paga per i barili estratti, sarà costituito un fondo ad hoc per lo sviluppo destinato non solo a imprese lucane. L'accordo di programma, firmato nel giugno nel 2003, dà il via all'operazione e a una cabina di regia formata dalla stessa Regione, dai Comuni dell'area, dai sindacati, dagli ambientalisti, dai rappresentanti degli imprenditori e degli artigiani. Ma da allora il consesso si è riunito solo due volte e, quel che è peggio, è stato sovvenzionato un solo progetto: 5 miliardi per un programma di sviluppo presentato dalla Confartigianato di Potenza. «E per farlo approvare», spiega il segretario regionale della Cisl Nino Falotico, «abbiamo dovuto presentare un apposito piano. Per il resto nulla. Perché la Regione non ha predisposto i criteri per l'erogazione, non ha fatto nessun bando». Conferma Antonio Marturano, presidente dell'Associazione industriali di Potenza: «Nonostante le rassicurazioni della Regione, il piano per la Val D'Agri è fermo».Dall'ente regionale però il coordinatore del "piano", Remo Votta, replica: «I bandi sono in via di preparazione. Però intanto abbiamo stanziato 44 milioni per le aziende della Val D'Agri, che non eravamo riusciti a finanziare con il Piano operativo regionale (Por) del 2003». Riportata a Marturano la notizia, il capo degli imprenditori quasi trasecola: «Cosa c'entra il Por? Questi soldi sono per il piano Val D'Agri. E poi non ci hanno nemmeno avvertito. Altro che cabina di regia».Ma quel che è peggio è che in cassa ci sono solo 33 milioni. Spiega Votta: «La Regione non ha stilato con l'Eni l'accordo attuativo per l'anticipo dei diritti. Noi abbiamo chiesto anche un prestito alla Banca europea degli investimenti, ma non possiamo incassarlo perché la Finanziaria per il 2004 ci vieta operazioni simili in presenza di forti indebitamenti».

(FP)

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