Articolo tratto da LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO sabato 12
ottobre 2002
VIAGGIO IN VAL D'AGRI/ Gli ambientalisti del Wwf sul
complesso rapporto tra la natura e "l'oro nero" Ma anche sulla
mancanza di controlli
E nel Parco spuntò il petrolio
Nel 1990 la prima incompatibilità con una sorgente
sulfurea
VIGGIANO - «Già nel 1990 una compagnia petrolifera di
Milano venne a fare delle perforazioni a Calvello. I cittadini della zona,
preoccupati perché le perforazioni erano effettuate nei pressi di una sorgente
d'acqua sulfurea, ci fornirono, come Wwf la possibilità di intervenire per
farle cessare anche con delle interrogazioni parlamentari». Il responsabile
delle relazioni esterne del Wwf di Basilicata, Mario Musacchio, racconta così
l'esordio dell'associazione ambientalista, sulla questione petrolio in Val
d'Agri. Si capì ben presto, però, che la vicenda era alquanto complessa.
Infatti, Musacchio, durante l'intervista ci consegna una copia fotostatica
dell'interrogazione formulata dal Wwf; la 4-06709 del 20 gennaio del 1997, la
cui risposta da parte dei ministri dell'ambiente, industria, commercio e
artigianato e dei beni culturali ed ambientali è giunta soltanto quattro anni
dopo, precisamente il 6 aprile 2001. «Da ben 11 anni, - continua il consigliere
del Wwf, - stiamo seguendo l'evolversi dell'estrazione petrolifera in Val
d'Agri. Ormai è noto a tutti che il petrolio non ha determinato delle ricadute
economiche, ma ha suscitato nelle popolazioni della zona solo l'illusione del
lavoro e dello sviluppo, mentre in realtà l'unico motivo per il quale è stato
necessario perforare un'area fortemente antropizzata, com'è la Val d'Agri, è
stato quello di sfruttare anche questo giacimento per far fronte alla crescente
domanda di risorse energetiche ed aumentare, nel frattempo, il profitto delle
compagnie petrolifere».
Il monitoraggio mai utilizzato
Di fronte all'accusa di aver dimostrato un atteggiamento
tiepido nei confronti dell'Eni e delle istituzioni, soprattutto al principio
della questione petrolio, in realtà il Wwf secondo le motivazioni addotte dal
responsabile delle relazioni esterne, si è sempre un po' distinto dalle altre
associazioni ambientaliste proprio per suo il ruolo incisivo sviluppato su basi
scientifiche, «Abbiamo realizzato dei report anche con Wwf Italia, proprio per
verificare quali sono stati i cambiamenti climatici rispetto all'estrazione
petrolifera, quali sono le attuali condizioni delle acque e quindi delle falde
acquifere della zona, qual è il grado d'inquinamento della terra e dell'aria.
Tuttavia, occorre ricordare che non abbiamo nessun livello di contrattazione,
poiché siamo un'associazione di volontariato e quindi, quando le istituzioni
stipulano degli accordi non possiamo che prenderne atto. Naturalmente, stiamo
attenti a quanto accade grazie soprattutto all'interessamento della società
civile, dei singoli cittadini, che molto spesso sentono il dovere di avvertirci.
Per lo più sono gli stessi amministratori locali, il sindaco piuttosto che
l'assessore, a segnalare al Wwf i fenomeni evidenti d'inquinamento che
riscontrano sul proprio territorio. Poi, non appena siamo avvertiti cerchiamo di
limitare i danni, per quanto possibile segnalando con comunicati stampa,
scrivendo alla Guardia forestale, all'Arpab, al Ministero dell'Ambiente, affinché
intervengano quanto prima, poiché è con questi enti riusciamo a realizzare
anche un rapporto, di collaborazione e non solo di denuncia».
La dicotomia Parco e petrolio
Sulla dicotomia Parco della Val d'Agri e petrolio
Musacchio non può che ripetere quanto l'Eni ha già riscontrato dal canto suo.
In altre parole, se viene riconosciuta una compensazione ambientale rispetto
all'estrazione petrolifera, vuol dire che si ammette, di fatto, l'esistenza di
un danno all'ambiente. «Abbiamo lanciato anche un appello sottoscritto da
centinaia di persone - afferma - proprio per consentire la perimetrazione del
parco perché, secondo noi, se c'è il parco non ci può essere il petrolio. Le
due realtà sono incompatibili. Esiste al mondo, credo in Africa, solo un altro
posto fortemente antropizzato, ricco di flora e fauna, nel quale stanno
perforando da una ventina d'anni, ma per il quale, ad oggi, non si hanno ancora
dei dati di valutazione ambientale certi. E', in realtà, un po' il dilemma che
si trova ad affrontare la stampa di settore nazionale ed internazionale che
tenta di parlare di quest'incompatibilità tra parco e petrolio. La nostra
opinione, in ogni caso, è quella anzitutto di delimitare il parco, definirlo
nella sua area e verificarne le valenze naturalistiche, le ricadute economiche
sull'occupazione, sperimentando con i dati alla mano le potenzialità, senza
ovviamente falsarne le cifre, per renderci conto e confrontarle, ad esempio, con
il numero di persone che lavorano nell'ente Parco del Pollino, quanti riescono
concretamente a percepire un reddito attraverso le aziende agrituristiche,
l'agricoltura biologica, il turismo sostenibile, l'equitazione ed altre attività,
comprendendo l'indotto collegato ad esse ed al parco".
Un'incompatibilità chiara dall'inizio
Tuttavia, sull'incompatibilità del parco con
l'estrazione petrolifera, il consigliere del Wwf Basilicata ci confessa che, sin
dal principio, la questione era chiara e inconfutabile. «Ci rendiamo conto -
afferma Musacchio - che il problema dell'energia esiste e non è possibile
nasconderci dietro un dito, per intenderci non possiamo fare "i
bucolici", anche se la nostra prima tesi che abbiamo sostenuto è stata
quella che il petrolio della Val d'Agri doveva essere una riserva strategica
nazionale. Per prima cosa, quindi; occorreva fare il parco; successivamente,
qualora il problema dell'energia fosse giunto in Basilicata, in Italia, nel
mondo, ad un punto critico, si sarebbe potuto attingere anche da questo
serbatoio di scorta. Così però non è andata, perché gli interessi erano
tanti e tali che hanno determinato lo sfruttamento immediato di questa risorsa.
Ora, sul Parco, c'è da non dimenticare che da ben quattro anni stiamo
sollecitando la Regione per mettere mano a questa perimetrazione». Impossibile
avere dati reali
A parlarci dell'inconsistenza del monitoraggio ambientale
è il presidente del WWf Basilicata Angela Risucci, la quale ci informa che
esiste una difficoltà oggettiva nell'ottenere i dati reali anche da parte della
Regione che non è in grado di riceverli dall'Eni. «In realtà - ricorda il
presidente - lo stesso accordo di programma prevede il monitoraggio ambientale,
ma molte parti di tale accordo sono state disattese e quindi, anche quella che
riguarda il controllo sull'ambiente è venuto meno. La cosa più grave, però,
è che le centraline di monitoraggio sono posizionate in punti distanti
dall'area estrattiva del petrolio e quindi non si otterranno mai dei dati reali
ed effettivi, oltre al fatto che le indicazioni percentuali che oggi si possono
rilevare per quell'area ormai compromessa, non sono più confrontabili con un
punto zero, vale a dire con parametri precedenti, in assenza cioè di estrazione
petrolifera». «L'obiettivo che ci poniamo come Wwf - conferma Musacchio -
rispetto ai programmi che le compagnie petrolifere hanno intenzione di
realizzare, è un no deciso alla perforazione di altri pozzi. Il nostro
obiettivo è quello di creare il parco. Nell'area parco non ci deve essere
nessun pozzo». Si chiede in definitiva «che gli accordi siano rispettati, i
controlli efficaci e che ci sia il rispetto della legalità oltre a pretendere
una maggiore attenzione alle tecnologie utilizzate nell'estrazione che,
contrariamente a quelle definite dall'accordo di programma, sono invece di
scarsa affidabilità poiché, in caso di eventuale esplosione, non prevedono la
chiusura automatica dei pozzi petroliferi. Ciò è dovuto al riciclaggio di
vecchi impianti che vengono smantellati e riutilizzati in Val d'Agri,
conformemente alla solita prassi secondo la quale viene sempre considerata
prioritaria l'economia delle multinazionali rispetto alla nostra economia locale».
Conclude Musacchio: «ovviamente, non possiamo essere considerati come i censori
che sanno dire solo no a tutto. In realtà, come Wwf, proponiamo uno sviluppo
secondo altri parametri; non a caso l'Unione Europea stanzia denaro per
l'energia alternativa; per il risparmio energetico, per i siti d'interesse
comunitario o per le zone di protezione speciale com'è l'intera area della Val
d'Agri. Ci piace ricordare, infatti, che dopo il 2006, come Regione Basilicata
usciremo fuori dall'obiettivo 1 mentre l'Unione Europea andrà a finanziare
soltanto le aree protette, le oasi, i parchi. Evidentemente l'indicazione
comunitaria è ormai quella di investire su questo tipo di sviluppo duraturo
tralasciando, in definitiva, l'industria pesante e petrolifera che tendono ad
esaurirsi come ciclo produttivo».
Antonio Porretti
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Articolo
tratto da LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO sabato 2 novembre 2002
La
denuncia di "Sos Lucania" sulla mancata perimetrazione dell'area
protetta in Val d'Agri
"Il petrolio blocca il parco"
L'Eni chiede altre concessioni e sfuma il sogno
ambientalista
CALVELLO - Il 16 ottobre di un anno fa l'Associazione Sos
Lucania prese parte ad una puntata televisiva della trasmissione Report sulla
terza rete Rai, che affrontava le problematiche concernenti il petrolio in
generale e, nello specifico, di quello estratto in Basilicata. «In un anno -
ci racconta l'avvocato Alfonso Fragomeni, esponente di Sos Lucania - sono
successe tante di quelle cose che si potrebbe proporre un'altra trasmissione di
Report. Premetto che ho prova documentale da produrre di tutto quanto sto per
dirvi. Ricordo che la giornalista della Rai, Sabrina Giannini, quando andò ad
intervistare l'assessore regionale Chiurazzi, fu rassicurata sul parco della Val
d'Agri poiché era sul punto d'essere perimetrato; eppure è trascorso un anno
ma non è accaduto. Non credo che la mancata perimetrazione sia frutto
dell'attuale diatriba sulla discarica di Satriano; secondo il nostro punto di
vista, ancora una volta, a decidere se il Parco della Val d'Agri deve decollare
sono le compagnie petrolifere che hanno costretto la Regione a modificare per
ben quattro volte la perimetrazione. Ciò
è dovuto al fatto che dalla prima alla quarta perimetrazione, l'Eni ha chiesto
nuove concessioni per l'estrazione, le quali gli sono state sempre fornite.
Aree pregiate
In tal modo, sono stati costruiti i pozzi petroliferi
esattamente sulle aree più pregiate di quello che doveva essere il parco
nazionale e quindi le superfici interessate sono state di volta in volta
stralciate per giungere al punto che, ad oggi, l'area del parco è diventata
qualcosa d'ignobile ed osceno. Comunque, Sos Lucania nonostante tutto, continua
ad essere interessata alla repentina definizione del suo perimetro; come dire
meglio questo che niente». Secondo il portavoce pro tempore di
quest'associazione ambientalista, la quale non prevede per i suoi iscritti il
classico tesseramento e dove i circa 40 aderenti diffusi in regione tra geologi,
avvocati ed ingegneri, ruotano solo attorno alla militanza rispetto alle
questioni trattate, dalla trasmissione di Report il quadro generale si è
ulteriormente offuscato ed attesta che la scelta del petrolio e stata nefasta.
«Si sono verificati tre incidenti molto gravi - continua Alfonso Fragomeni -
dal punto di vista ambientale; non è ancora entrato in funzione questo mega
progetto sulla sicurezza legata all'attività petrolifera; la situazione
occupazionale è peggiorata notevolmente e in Val d'Agri si registrano
continuamente la chiusura di attività economiche
Agricoltura in tilt
L'agricoltura è in ginocchio; sfido chiunque ad
acquistare il vino che è prodotto a Viggiano: attualmente non lo compra più
nessuno. La stessa cosa si registra in Val Camastra e nella Valle del Sauro».
Al contrario, Sos Lucania, può sicuramente tracciare un bilancio positivo
sull'attività prodotta durante l'arco dell'anno. Lo stesso avvocato Fragomeni
ci informa sugli attestati di stima riscontrati e dei numerosi contatti
realizzati attraverso il sito dell'associazione poiché la gente, a suo avviso,
ha cominciato finalmente ad aprire gli occhi. Poi, senza rumore, incalza «Sulla
questione del petrolio tutti dovremmo fare una critica feroce a noi stessi, al
mondo politico ed al mondo delle associazioni. Sos Lucania si è costituita come
associazione in Val Camastra per necessità, perché non potevamo più
sopportare i tecnici delle Compagnie petrolifere invadere i nostri terreni,
assistere al danneggiamento delle nostre proprietà e poi vederli andare via
senza neanche chiedere scusa. Ciò premesso, in questi giorni ascoltiamo delle
dichiarazioni da parte delle associazioni ambientaliste classiche e tradizionali
assolutamente tardive e ridicole. Oggi non ha senso chiedere di fermare le
estrazioni petrolifere: era una battaglia da fare dieci anni fa quando si
incominciava a parlare dei primi pozzi. Chi, poi, deve fare maggiore autocritica
è la classe politica dirigente. Essa si deve assumere la piena responsabilità
di quanto sta accadendo poiché ha deciso unilateralmente di operare questo tipo
di scelta irreversibile e gravissima, utilizzando il mandato elettorale, sul
destino di un pezzo importante della Basilicata. Questo non avrebbe dovuto
farlo.
Un referendum
Avrebbe dovuto, invece, indire un referendum e porre ai
cittadini gli esatti termini della questione: c'è questa possibilità, però
perderemmo delle altre. Volete scegliere uno sviluppo basato sull'attività
petrolifera, ma che esclude qualsiasi altro sviluppo diverso, ancorato
all'agricoltura e al turismo? Bastava porre la questione, senza entrare nel
merito se era meglio uno sviluppo industriale e petrolifero o turistico.
Personalmente non credo che un popolo come quello lucano abbia nel proprio Dna
il petrolio o la Fiat di Melfi. Tuttavia, ciò che contesto alla classe
dirigente è che non ha dato la possibilità ai lucani di scegliere quale
dovesse essere il proprio destino. Questa è la grande e grave responsabilità
dei Dinardo, dei Bubbico e di quella parte dell'opposizione che non ha creduto
in questa battaglia». Nel marcare, poi, le responsabilità sulla vicenda
petrolio, l'avvocato Fragomeni puntualizza ulteriormente: «Quando parlo di
responsabilità della classe politica, mi riferisco anche a quei rami che sono
collegati; vale a dire ai mezzi d'informazione. In particolare, mi riferisco
alla televisione. La Rai di Basilicata è stata il braccio mediatico più
potente e funzionale a questo tipo di politica petrolifera. Gli esempi sono
diversi. Per l'unico convegno di carattere scientifico sul petrolio, non certo
apologetico, che fu realizzato a Calvello due anni fa, la Rai non ritenne
opportuno informare l'opinione pubblica sull'iniziativa alla quale parteciparono
professori universitari provenienti da tutta Italia.
Rischi e incidenti
La gente che abita a Potenza deve sapere che l'anno
scorso a Calvello s'è riversata un'autocisterna piena di petrolio nel fiume
Laterra che alimenta la diga Camastra, la quale dà da bere a tutti i potentini.
Vi è in atto un rischio gravissimo che riguarda una ricchezza di questa
regione: l'acqua e le sue falde acquifere». Secondo l'opinione del portavoce di
Sos Lucania la gente deve sapere, in altre parole, che tutti i pozzi petroliferi
sono situati esattamente sulle sorgenti d'acqua per motivi tecnici; insediamenti
sul territorio, questi, per i quali in ogni caso, non si conoscono ancora gli
effetti sulla salute della popolazione. «Eppure - afferma Fragomeni - abbiamo
un diritto che non ci può essere negato ed è quello all'informazione. E questo
è stato uno degli aspetti che abbiamo denunciato come Sos Lucania alla Corte di
Giustizia Europea. Per non parlare poi di monitoraggio ambientale che, di fatto,
non esiste o del controllo della produzione di petrolio. Ma dove sta scritto che
dobbiamo fidarci di quello che ci dice l'Eni. Nessuno fa una verifica precisa.
Una sera, ci siamo fatti due conticini tenendo presente che, in un anno e mezzo
di estrazione dai pozzi di Calvello, si è registrato il trasporto quotidiano di
petrolio per opera di trenta, quaranta cisterne. La stima che ne fuoriusciva da
quei calcoli, ci suggeriva che ogni sera passava dal paese qualcosa come un
miliardo di vecchie lire ed era una quantità di greggio che era considerata
come prova di produzione per testare la qualità e la quantità di quei pozzi;
in altri termini il petrolio estratto non era conteggiabile ai fini delle
royalty. Sapete quanto ha ricevuto il comune di Calvello per il fastidio
arrecato dalle autocisterne in un anno e mezzo? 203 milioni di lire! In
definitiva - conclude l'avvocato - sarebbe stato più corretto informare
l'opinione pubblica lucana sul fatto che il petrolio che si estrae in Basilicata
si può trovarlo alla stessa profondità in qualsiasi altra parte dell'Italia.
Dei seri geologi possono attestare quest'amara verità che smentisce
clamorosamente la favola della Basilicata come l'unica regione in grado di
produrre tanto petrolio nel continente, ma senza dubbio a forte rischio sismico».
Antonio Porretti