La Nuova Basilicata Martedì
17 settembre 2002
Nuovi sviluppi
nell’inchiesta sull’oleodotto in Val d’Agri. Un altro episodio riguarda il
secondo filone Inail
Tangenti, scoppia il caso Eni
Diciassette
arresti e due indagati in diverse regioni su richiesta del Tribunale di Potenza
POTENZA – Tangentopoli lucana
atto secondo. Dopo gli arresti del 28 maggio e le successive scarcerazioni, il
giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Potenza, Gerardina
Romaniello, su richiesta del pubblico ministero, Henry John Woodcock, ha firmato
ieri 17 ordinanze di arresti domiciliari in carcere: tutte eseguite. Indagate
altre due persone. Molti degli arrestati avevano ottenuto la libertà solo poche
settimane fa. La novità è costituita questa volta dal filone Eni. Infatti,
sono scattate le manette ai polsi di Carlo Femiani, responsabile Eni-Agip per la
costruzione dell’oleodotto, lungo 136 chilometri, attraverso il quale sarà
trasferito il petrolio della Val d’Agri a Taranto. E’ finito in carcere
anche Maurizio Pierini, ex funzionario del gruppo petrolifero, ora in pensione.
L'accusa è di concorso in corruzione aggravata insieme agli imprenditori
potentini Antonio, Lucio, Francesco e Michele De Sio e all'imprenditore materano
Giovanni Castellano. Nell'ambito del filone Inail, sono stati poi arrestati l'ex
direttore generale dell'Istituto Alberigo Ricciotti, l’ex presidente del
collegio sindacale e altri due funzionari dell’Istituto – Vittorio Raimondo,
Mauro Gobbi e Antonio Marra – per accuse di concorso in corruzione
relativamente alla realizzazione di sedi Inail a Verona, Brindisi e Lecce. La
stessa accusa è contestata ai due imprenditori napoletani Vincenzo Cavone e
Bruno Luongo. Indagati ma non arrestati Emidio Luciani e Enrico Fede.
Una
“macchia scura” che insozza la regione
Di NINO GRASSO
Dopo i nuovi arresti di ieri,
l’affare petrolio si rivela per quello che è (o che almeno è stato sinora)
in Basilicata. Si rivela come la vera “macchia scura” – e non solo
metaforica – di questa regione. Come un elemento di inquinamento, tanto sotto
il profilo ambientale, quanto dal punto di vista morale e politico. E la regione
che doveva essere il fiore all’occhiello dell’intero Paese – una sorta di
Texas del Sud, come forse con eccessiva enfasi si è detto in questi anni –
appare, a torto o a ragione, come la terra del malaffare. Da maggio ad oggi –
e lo ripetiamo con il rammarico che probabilmente in queste ore accomuna un
po’ tutti i lucani – ci siamo bruciati un patrimonio di credibilità e di
pulizia morale che agli occhi dell’intera nazione la Basilicata si era
guadagnata grazie anche alla qualità della sua classe dirigente. Purtroppo, da
tre mesi a questa parte, da quando è stato scoperto il primo filone della
tangentopoli Inail, accomunata alla vicenda Eni-petrolio, agli occhi
dell’opinione pubblica nazionale, la Basilicata sembra essere diventata una
sorta di crocevia nel mondo degli affari "pilotati". E di questo
bisogna sicuramente dare atto a due magistrati che, sinora, come è emerso in
occasione dei primi due “patteggiamenti” dei mesi scorsi, hanno dimostrato
di aver colto nel segno. Ed è significativo che la tenacia degli inquirenti non
sia stata minimamente scalfita, da ciò che ci pare di capire, dal trasferimento
in altra sede dell’intero filone Inail.
Ma non è - diciamolo pure -
sugli affari legati alla costruzione di nuove sedi dell’Istituto nazionale
assistenza infortuni che l’opinione pubblica lucana oggi concentra la propria
attenzione. La vicenda Inail – almeno dal nostro punto di vista – è
importante perché rappresenta la cartina di tornasole di una azione
investigativa e giudiziaria, che sicuramente dovrà passare al vaglio di altri
gradi di giudizio prime di diventare qualcosa di più di una semplice
presunzione di colpevolezza. Ma che già oggi – ripetiamo – alla luce delle
prime ammissioni rese dagli imputati, non si è dimostrata di cartapesta.
Nell’inchiesta
Eni-Agip c’era un tassello che sinora mancava. C’era un elemento che, più
d’uno a partire da chi scrive, aveva messo in evidenza e che, come suol dirsi,
non faceva tornare i conti. Ed era l’assenza, tra le persone inquisite, di
dirigenti o funzionari dell’Ente nazionale idrocarburi.
Per cui, quando negli atti
della magistratura potentina, si leggeva di quella “illecita ingerenza
politica” che aveva portato ad un “rapporto privilegiato” tra l’Agip e
il gruppo De Sio, veniva spontaneo chiedersi: dov’è la controparte Eni? Con
chi, e in quali circostanze, i nostri politici, avrebbero brigato per
avvantaggiare questo o quel gruppo imprenditoriale lucano? Da questo punto di
vista, sia chiaro, gli arresti di ieri non rappresentano la conferma del teorema
accusatorio nei confronti dell’ex vice presidente della giunta regionale, De
Filippo, sul quale pendeva il sospetto di quel «rapporto privilegiato» con il
gruppo De Sio.
Sta di fatto, però, che il
coinvolgimento di Carlo Femiani e Maurizio Pierini rappresenta (o potrebbe
rappresentare) solo la prima pietrolina di una valanga molto più grossa, di cui
- non sappiamo con quanto fondamento – già si vocifera negli ambienti
giudiziari. Peraltro che 2occhio di vetro2 (come Carlo Femiani veniva indicato
in alcune intercettazioni telefoniche) fosse nell’occhio del ciclone, era noto
da tempo. E per certi versi meraviglia che il suo arresto sia avvenuto con tre
mesi di ritardo. Se il provvedimento restrittivo di ieri è stato determinato
– come probabilmente avviene in questi casi – per evitare l’inquinamento
delle prove, vien da chiedersi se non vi sia in questo caso una qualche
incongruenza temporale.
Ma questi sono dettagli che non
tocca a noi valutare e che sicuramente saranno discussi e approfonditi in altre
sedi.
Ci sembra invece opportuno, se
non addirittura doveroso cogliere il segnale lanciato dalla magistratura, per
porre ancora una volta in modo chiaro ed inequivocabile il tema legato alla
gestione politica del capitolo petrolio. E questo sia alla luce di quanto sta
emergendo sul piano giudiziario, quanto soprattutto dei ritardi che si sono
verificati nella mancata attuazione di quel protocollo d’intesa Regione-Eni
che chiamano direttamente in causa chi oggi guida il governo lucano.
Vogliamo ricordare che già tre
anni fa l’Eni avrebbe dovuto anticipare alla Regione qualcosa come 200
miliardi di vecchie lire per le royalties del petrolio. Ma quella cifra - che
sicuramente non è di poco conto, e che avrebbe potuto innescare processi di
sviluppo in Val d’Agri e anche, a cascata, nel resto della Basilicata - non è
mai stata versata dall’Ente petrolifero di Stato. Qualcuno – a Palazzo di
giustizia – potrebbe essersene chiesto le ragioni. Così come pesanti
interrogativi potrebbero essere stati alimentati dal mancato rispetto di altre,
onerose clausole contrattuali di cui la classe di governo regionale non ha mai
preteso il rispetto da parte dell’Eni.
Per restare in tema di impegni
assunti e mai mantenuti vogliamo ricordare che solo tre mesi f, in occasione del
dibattito in consiglio regionale, innescato proprio dalla vicenda Eni, il
presidente della giunta si fece garante di un impegno di “vigilanza,
trasparenza, e socializzazione”. Parole testuali. Disse che il Dipartimento
Ambiente avrebbe divulgato tutta la documentazione relativa alle procedure Via,
alle autorizzazioni concernenti le attività estrattive in Val D’Agri e
all’intensificazione dei controlli ambientali.
Non se ne e’ fatto nulla.
Il presidente della Regione annunciò che si sarebbe fatto carico di “chiedere all’Eni-Agip di fornire ogni utile elemento di chiarificazione circa le modalità seguite nell’affidamento dei lavori per la realizzazione dei progetti estrattivi in Val D’Agri.”
Non si è saputo più nulla.
Per tre mesi, le forze politiche di maggioranza hanno litigato
sull’assegnazione di poltrone assessorili e di posti di sottogoverno. Per tre
mesi, da quando è scoppiata la vicenda Eni-petrolio di tutto si è parlato
tranne che dell’accordo di programma sottoscritto. Degli impegni traditi.
Dello sviluppo mancato. Sotto sotto, forse qualcuno pensava che «fosse passata
la nottata». E che con qualche opportuno inserimento in giunta, si fosse pagato
una sorta di tributo alla "pacificazione" con il mondo giudiziario
lucano. Così non è stato. E l’avvio del secondo filone Eni-petrolio ne è la
dimostrazione. Se la coerenza non facesse difetto a gran parte della classe
politica lucana, il fallimento della partita petrolio - perché di fallimento
occorre parlare, senza nascondersi dietro le parole - dovrebbe indurre chi oggi
governa questa regione a fare “mea culpa”. E a trarne le dovute conseguenze.
POTENZA- Si ritorna a
parlare di “tangentopoli Lucana”. L’ingresso del filone Eni-Agip-accennato
all’inizio della vicenda, il 28 maggio scorso, accanto a quello dell’Inail-
e un’ordinanza di custodia cautelare in carcere per 17 persone, ha riportato
in primo piano l’inchiesta potentina sulle tangenti che presenta ancora una
volta elementi che fanno pensare ad altri sviluppi. Innanzitutto, la novità Eni-Agip.
Il gip, Gerardina Romaniello,
su richiesta del pubblico ministero, Henry John Woodoock, ha disposto
l’arresto di Carlo Femiani, responsabile di Eni-Agip per la costruzione di un
oleodotto, lungo 136 chilometri, per trasferire il petrolio estratto in Val
d’Agri a Taranto, direttamente in una raffineria; e di Maurizio Pierini, ex
funzionario del gruppo petrolifero, ora in pensione. L’accusa è di concorso
in corruzione aggravata, insieme agli imprenditori potentini Antonio, Lucio,
Francesco e Michele De Sio e all’imprenditore materano Giovanni Castellano
(tutti detenuti in carcere). Sarebbero state commesse irregolarità nella
procedura di accelerazione dei lavori di costruzione del tratto lucano
dell’oleodotto.
Femiani e altri dirigenti di
Eni-Agip non identificati si erano fatti promettere –secondo l’accusa- una
“mazzetta” di 150 milioni di lire dagli imprenditori, avvalendosi della
mediazione di Pierini, soprannominato "occhio di vetro", la cui figura
era già emersa nel maggio scorso. Secondo il gip, il filone Eni-Agip
dell’inchiesta “lascia intravedere come il ricorso alle tangenti non sia
episodico, ovvero legato solo ai lavori lucani dell’oleodotto, ma,
probabilmente e verosimilmente, diffuso a livello nazionale”.
Sono stati arrestati (le
ordinanze sono state eseguite da Carabinieri e militari della Guardia di
Finanza) anche l’ex direttore generale dell’Inail, Alberigo Ricciotti,
l’ex presidente del collegio sindacale e altri due funzionari dell’Istituto-
Vittorio Raimondo, Mauro Gobbi e Antonio Marra- per accuse di concorso in
corruzione relativamente alla realizzazione di sedi dell’Inail a Verona,
Brindisi e Lecce. La stessa accusa è contestata all’imprenditore napoletano
Vincenzo Cavone, a Bruno Luongo, considerato uno degli “intermediari” per il
pagamento delle tangenti (gli altri due, Emidio Luciani ed Enrico Fede, sono
indagati ma non sono stati arrestati, in considerazione del contributo fornito
alle indagini), agli imprenditori De Sio e ad un professionista napoletano, il
notaio Claudio de Vivo, sfuggito alla cattura. Il meccanismo è uguale a quello
già individuato in occasione degli arresti del maggio e del luglio scorsi:
secondo l’accusa, la “mazzetta” (due miliardi e 400 milioni di lire
promessi dai De Sio per gli immobili da costruire a Brindisi e Lecce) doveva
servire affinché i dirigenti dell’Inail agissero per aggiudicare ad una certa
impresa (la “Nuova Edina” di Cavone per l’immobile di Verona, la “De Sio
costruzioni” o una società controllata per le due città pugliesi) i lavori.
A parere del gip, il ricorso alla corruzione ha assunto caratteri di
“sistematicità e istituzionalizzazione”. Un’altra accusa di concorso in
corruzione è stata contestata, oltre che agli imprenditori De Sio, a Mario
Campana, ex dirigente della cancelleria civile del Tribunale di Potenza. Il
funzionario- già coinvolto in inchieste su episodi di corruzione nel 2000 e
2001- avrebbe agito per consentire alla “Ifigest”, una società controllata
dal gruppo De Sio, di aggiudicarsi un immobile situato a Viggiano. Campana,
dietro pagamento di una tangente di “diversi milioni di lire”, rivelò ai De
Sio notizie e informazioni sull’asta giudiziaria nella quale era in vendita
l’immobile ma soprattutto allontanò chiunque altro fosse interessato
all’acquisto. Infine, sono state arrestate due donne: Emilia Fiore, moglie di
Vittorio Raimondo, e la figlia, Diana Raimondo. Sono accusate di favoreggiamento
reale. Subito dopo l’arresto di Vittorio Raimondo, il 28 maggio scorso, la
moglie prelevò da un conto corrente intestato all’uomo 28 mila euro, somma
che fu custodita dalla figlia, in casa sua. Secondo il pm e il gip, il denaro
era provento di “mazzette”. Oltre al primo approfondimento del “filone”
Eni-Agip (in Basilicata, il gruppo ha scoperto due giacimenti di petrolio che
contengono riserve per circa 900 milioni di barile di greggio), un’altra novità
nell’inchiesta è rappresentata dalla conferma alle ipotesi investigative che
è venuta da parte di alcuni indagati: almeno due degli “intermediari” e
alcuni imprenditori, che hanno ammesso oppure fornito elementi per chiarire il
meccanismo delle tangenti. Un particolare che lascia pensare ad un ulteriore
ampliamento dell’inchiesta. Il pubblico ministero potrebbe ottenere nuovi
spunti già oggi, quando sono previsti gli interrogatori di garanzia che il gip
ha deciso per gli imprenditori de Sio, per Castellano e per Campana.
Due enormi giacimenti petroliferi con riserve che
sono pari a circa un miliardo di barili di greggio
POTENZA- Due grandi
giacimenti, con riserve pari a oltre 900 milioni di barili di petrolio che e_
quando le estrazioni andranno a regime – forniranno all’Itala il dieci per
cento del petrolio consumato: è questa la “fotografia” della Val d’Agri,
in un’area della provincia di Potenza che è come letteralmente sospesa su un
mare di petrolio. Secondo dati diffusi dall’Eni (che opera in circa 70 Paesi,
in tutto il mondo), i due giacimenti sono situati in Val d’Agri e nella valle
del Sauro. Il primo è stato scoperto nel 1981 e ha riserve per 480 milioni di
barili di petrolio al giorno, ma raggiungerà i 104 mila barili al giorno. Per
trasportare il petrolio a Taranto, direttamente in raffineria, è stato
costruito un oleodotto della lunghezza di circa 136 chilometri. Il giacimento
della Valle del Sauro, denominata “Tempa rossa”, è stato scoperto nel
19997: ha riserve pari a circa 420 milioni di barili. La produzione dovrebbe
cominciare nel 2004 e raggiungerà i 50 milioni di barili al giorno. Secondo
quanto l’ex amministratore delegato dell’Eni, Franco Bernabè; rese noto il
30 aprile 1988 in un’audizione alla Commissione Attività Produttive della
Camera dei Deputati, fra il 1975 e il 1993 il gruppo Eni ha speso in Val
d’Agri circa 530 miliardi di lire per lo sviluppo dei giacimenti.
Nell’ottobre del 1998, l’allora presidente del Consiglio, Romano Prodi, e
l’allora presidente della Giunta regionale della Basilicata, Angelo Raffaele
Dinardo, firmarono un protocollo di intesa per stabilire le “compensazioni”
da assegnare alla Regione per lo sfruttamento dei pozzi petroliferi.
E’ quanto si apprende nell’ordinanza firmata dal gip lucano
POTENZA – “La sistematicità
e l’istituzionalizzazione” del ricorso alla corruzione – così come è
emersa nell’inchiesta potentina sulle tangenti – ha assunto una sorta di
“potere certificativo”. Lo ha scritto il gip presso il Tribunale di Potenza,
Gerardina Romaniello, nell’ordinanza di custodia cautelare in carcere eseguita
a carico di 17 persone. Il riferimento – secondo quanto si è appreso – è
all’attività di uno degli intermediari per il pagamento delle tangenti,
Emidio Luciani: chiedere e ottenere mazzette era diventata una
“caratteristica inscindibile” dell’attività delle persone coinvolte
nell’inchiesta, “coessenziale al proprio modo di essere”. Il gip – che
nell’ordinanza del 28 maggio scorso aveva definito i reati contro la pubblica
amministrazione “un cancro da debellare per restituire alla legalità tutti i
settori dello Stato” – ha evidenziato l’importanza del nuovo filone
dell’inchiesta, quello su Eni-Agip. Secondo il giudice per le indagini
preliminari, il nuovo filone “lascia intravedere come il ricorso alle tangenti
non sia episodico, ovvero legato solo ai lavori lucani dell’oleodotto, ma,
probabilmente e verosimilmente, diffuso a livello nazionale”.
di Enzo
Romeo
VILLA
D’AGRI – Il sindaco di Moliterno, paese di origine dei quattro imprenditori
lucani arrestati Antonio, Francesco, Lucio e Michele De Sio, Angela Latorraca,
dice di non avere “niente da dire sugli arresti dei quattro imprenditori
moliternesi”. “Non è il caso”, si è limitata a commentare aggiungendo
“che la sua comunità già sta vivendo un dramma occupazionale dalla scorsa
settimana in quanto 30 famiglie di Moliterno sono state ghermite dallo spettro
della disoccupazione, e infatti, sono giunte al loro indirizzo le lettere di
licenziamento per alcuni dei dipendenti dell’impresa De Sio”, Interviene
anche il presidente del “Superconsorzio trasporti lucani “ , proprietari
delle autobotti impiegate, prima dell’entrata in esercizio dell’oleodotto
della Val d’Agri, per il trasporto del greggio alla raffineria di Taranto, ora
disoccupati. Il commento del presidente, Attilio Severi: “Spero che questi
ulteriori arresti, ed in particolare del dirigente dell’Eni – Agip, Carlo
Femiani, e dell’ex funzionario Eni-Agip, Maurizio Pierini, ora in pensione,
non ci crei ulteriori problemi, noi restiamo fermi nell’intenzione di
proclamare lo sciopero ed il blocco della strada fondovalle dell’Agri per la
fine di settembre, perché fino ad oggi “l’incontro risolutore” non c’è
stato chiesto ufficialmente. Gli arresti scattati ieri per una tangente promessa
in relazione alla costruzione dell’oleodotto che trasporta a Taranto il
petrolio, è l’opera che ha rovinato noi prima del tempo, invece di darci la
possibilità di lavorare ulteriori mesi hanno bruciato le tappe lasciandoci con
problemi finanziari che rischiano di soffocare i nostri soci”.
Il legale Bartolo : “Episodi già noti agli inquirenti
POTENZA – L’avvocato Pasquale Bartolo, difensore
dei quattro imprenditori potentini De Sio arrestati nell’ambito
dell’inchiesta sulle tangenti, in una nota, ha detto che si tratta di “fatti
già noti agli inquirenti nel momento in cui i De Sio erano stati arrestati alla
fine di maggio”
“ In particolare – ha aggiunto il legale –
relativamente alla presunta tangente Eni, si tratta di fatti sui quali gli
imputati sono già stati interrogati, spiegando agli inquirenti che si è
trattato di una consulenza richiesta ad un ex dipendente dell’Eni in pensione
da molti anni e che svolgeva questa attività – ha concluso l’avvocato
Bartolo – per molte delle società che lavoravano in Val d’Agri”.
“All’incompatibilità ecologica si aggiunge anche l’aggravante di una diseconomicità dell’intervento”
“E’ un presunto Texas lucano”
Legambiente propone il blocco
immediato di nuove autorizzazioni per l’estrazione
POTENZA – “L’apertura di un filone
ENI-Agip all’interno dell’inchiesta sulle mazzette Inail in Val d’Agri
testimonia che avevano un reale fondamento tutte le nostre perplessità, non
solo ambientali ma anche economiche, sulle attività petrolifere in Val
d’Agri. Gli sviluppi delle indagini rendono urgente, a nostro giudizio, il
blocco immediato a nuove autorizzazioni per pozzi petroliferi”. Lo ha detto,
in una dichiarazione, Fabio Renzi, responsabile territorio e aree protette di
Legambiente. “Abbiamo sempre sostenuto che all’incompatibilità ambientale
dei pozzo petroliferi in Val d’Agri si aggiungesse anche l’aggravante di una
diseconomicità dell’intervento – ha proseguito Renzi – ogni anno ad
esempio le royalties, che l’Eni dovrebbe pagare allo Stato, Regione Basilicata
e Puglia e Comuni, si aggirano intorno a un totale di 22,5 milioni di euro.
L’agricoltura della sola Val d’Agri, invece fattura oltre 26b milioni
l’anno e ad altri 26 milioni annui ammonta il giro di affari del turismo
lucano. Per non parlare dei numeri dell’occupazione: l’attività petrolifera
impiega circa 90 persone a tempo indeterminato e 900 a breve scadenza, a fronte
dei 1700 addetti a tempo pieno all’agricoltura e dei tremila occupati nel
turismo.”. Renzi ha sottolineato 2la necessità di perimetrare subito il Parco
nazionale piuttosto che proseguire con le estrazioni. In più è ora evidente
che la scoperta della procura di Potenza di tangenti relative anche
all’attività petrolifera di Eni-Agip apre profondi e inquietanti
interrogativi su tutta la vicenda di questo presunto Texas lucano”.
Il
Quotidiano
Martedì
17 settembre 2002
Tangentopoli
lucana
Arrestate ieri mattina dai carabinieri e dalla Guardia di Finanza 17 persone accusate di corruzione. In manette ancora i De Sio per appalti Inail ed Eni-Agip
POTENZA – “Il nuovo filone investigativo lascia intravvedere come il ricorso alle tangenti non sia solo episodico, ovvero legato soltanto ai lavori lucani dell’oleodotto, ma probabilmente e verosimilmente diffuso a livello nazionale”. E’ quanto sostiene il giudice per le indagini preliminari, Gerardina Romaniello, che ha emesso le diciassette ordinanze di custodia cautelare riguardante la terza tranche della tangentopoli Inail Eni-Agip. Gli indagati sono accusati di corruzione in merito alle tangenti promesse per la costruzione o l’acquisto di immobili per le sedi Inail di Verona, Lecce e Brindisi, e la realizzazione dell’oleodotto che trasporta il petrolio estratto in Val d’Agri a Taranto. I provvedimenti restrittivi, eseguiti ieri mattina dal Gico della Guardia di finanza e dai carabinieri, sono stati richiesti dal sostituto procuratore Henry John Woodcock.
Sono
finiti nuovamente in manette Antonio, Michele, e Lucio De Sio, noti imprenditori potentini;
Alberigo Ricciotti, ex direttore generale dell’ufficio patrimonio Dell’Inail
di Roma, Antonio marra, ex responsabile dell’ufficio di consulenza tecnica per
l’edilizia dell’Inail di Roma; Vittorio Raimondo, ex presidente del collegio
sindacale dell’Inail di Roma; Bruno Luongo, avvocato. In manette per la prima
volta Vincenzo Cavone, imprenditore; Giovanni Castellano, imprenditore; Mario
Campana, ex cancelliere del Tribunale civile di Potenza; Emilia Fiore, (venne
fermata lo scorso anno con il marito, Vittorio Raimondo, e i coniugi Ricciotti,
con oltre 600 milioni di vecchie lire nascosti nella biancheria intima), e Diana
Raimondo, figlia dell’ex presidente del collegio sindacale dell’Inail; Carlo
Femiani, dirigente dell’Eni- Agip; e Maurizio Pierini, ex funzionario dell’Eni-Agip,
ora in pensione e meglio conosciuto come “occhio di vetro”. Latitante un
conosciuto e stimato notaio napoletano, Claudio De Vivo. “La sistematicità e
l’istituzionalizzazione del ricorso alla corruzione ha assunto una sorta di
“potere certificativo”. Chiedere e attenere mazzette era diventata una
“caratteristica inscindibile” dell’attività delle persone coinvolte”,
prosegue il gip Gerardina Romaniello. Un nuovo impulso all’attività sono
state le risposte fornite durante gli interrogatori dai De Sio, Emidio Luciani
ed Enrico Fede. Le loro dichiarazioni hanno consentito agli investigatori di
scoprire un sistema illegale fondato sulla stretta connivenza tra funzionari
pubblici, imprenditori ed esponenti politici (nella prima parte dell’indagine
sono stati tirati in ballo i parlamentari Angelo Sanza, Antonio Luongo, e
l’allora vice presidente della giunta regionale della Basilicata, Vito De
Filippo). L’ordinanza del gip Romaniello ricostruisce nei dettagli gli appalti
per le sedi Inail di Verona, Lecce e Brindisi. Per il primo spuntano i nomi dei
manager dell’Inail, Ricciotti, Raimondo, Gobbi e Marra, degli
“intermediari” Luciani, Fede e Luongo, di Vincenzo Cavone, amministratore
della società napoletana “Nuova Edina” e del notaio Claudio De Vivo. Dalle
intercettazioni e dalle dichiarazioni acquisite il pm Henry Woodcock ha appurato
che ai dirigenti dell’ente era stata promessa una tangente di diverse
centinaia di milioni per scegliere l’offerta della “Nuova Edina”.
Ammantava a due miliardi e quattrocento milioni di lire, invece, la mazzetta che
i De Sio avrebbero dovuto sborsare ai dirigenti dell’Ente per
l’aggiudicazione degli appalti di Lecce e Brindisi, al gruppo imprenditoriale
potentino. Per i lavori Inail agli imprenditori erano state concesse notizie
riservate. Capitolo oleodotto Val D’Agri -Taranto: in questo caso i De Sio
avevano pattuito il pagamento di una tangente di 150 milioni a Maurizio Pierini
ex dipendente Eni-Agip e Carlo Femiani, responsabile del progetto della condotta
petrolifera. La mazzetta sarebbe stata proposta per commettere irregolarità
riguardanti le procedure per rendere celeri i lavori di realizzazione
dell’opera, da affidare a un’impresa dei De Sio e a una di Giovanni
Castellani. Accusato di corruzione anche l’ex cancelliere del Tribunale, Mario
Campana che aveva consentito alla Ifigest, una società riconducibile ai De Sio,
di acquisire un immobile a Viggiano, dopo avere intascato diverse mazzette. Sono
indagate di favoreggiamento reale, infine, Emilia Fiore e Diana Raimondo, moglie
e figlia di Vittorio Raimondo, Poco dopo l’arresto dell’ex presidente del
collegio sindacale dell’Inail, Emilia Fiore aveva prelevato da un conto
corrente del marito 28 mila euro, poi custoditi dalla figlia. Questa mattina
cominciano i primi interrogatori. Sugli arresti è infine intervenuto
l’avvocato Pasquale Bartolo, difensore dei De Sio. “Le accuse relative
all'ultima ordinanza erano già note agli inquirenti nel momento in cui i De Sio
erano stati arrestati a fine maggio. In particolare, relativamente alla presunta
tangente Eni, si tratta di fatti sui quali gli imputati sono stati già
interrogati, spiegando agli inquirenti che si è trattato di una consulenza
richiesta a un ex dipendente dell’Eni in pensione da molti anni che svolgeva
questa attività per molte società che lavorano in Val d’Agri”. Intanto,
gli altri tronconi investigativi vanno avanti (il primo è stato trasferito alla
Procura di Roma per competenza territoriale). Questa mattina, infine, si discute
il ricorso davanti al Riesame sulla richiesta di scarcerazione di Claudio Calza,
assistito dall’avvocato Giancarlo Pittelli.
POTENZA- “L’apertura di un
filone Eni-Agip all’interno dell’inchiesta sulle mazzette Inail in Val
D’Agri testimonia che avevano un reale fondamento tutte le nostre perplessità,
non solo ambientali ma anche economiche, sulle attività petrolifere in Val
d’Agri. Gli sviluppi delle indagini rendono urgente, a nostro giudizio, il
blocco immediato a nuove autorizzazioni per i pozzi petroliferi”: lo ha detto,
in una dichiarazione, Fabio Renzi , responsabile territorio e aree protette di Legambiente. “Abbiamo
sempre sostenuto che all’incompatibilità ambientale dei pozzi petroliferi in
Val d’Agri si aggiungesse anche l’aggravante di una diseconomicità
dell’intervento – ha proseguito Renzi – ogni anno ad esempio le royalties,
che l’Eni dovrebbe pagare allo Stato, Regione Basilicata e Puglia e Comuni, si
aggirano intorno a un totale di 22,5 milioni di euro. L’agricoltura della sola
Val d’Agri, invece fattura oltre 26 milioni l’anno e ad altri 26 milioni
annui ammonta il giro di affari del turismo lucano”.
Il primo materano indagato
MATERA – Giovanni Castellano, nato a Salandra 47
anni fa ma residente da tempo nella città dei Sassi, è il primo materano ad
entrare nell’inchiesta del pubblico ministero Henry John Woodcock. Era stato
ascoltato dai giudici di Potenza nello scorso mese di febbraio, ma a suo carico
sembrava non fossero emerse responsabilità in ordine al filone di inchiesta
sulle presunte tangenti versate all’Eni-Agip. A sorpresa, ieri i carabinieri
hanno fatto irruzione nella sua abitazione, alla periferia della città, facendo
scattare le manette ai polsi dell’imprenditore. E’ stato prima condotto
nella casa circondariale di Matera, per poi essere trasferito, nel primo
pomeriggio, nel carcere di Potenza dove oggi sono previsti gli interrogatori di
garanzia. Secondo i giudici, avrebbe cercato di accellerare le procedure dei
lavori di costruzione del tratto lucano dell’oleodotto, lungo 136 chilometri,
per trasferire il petrolio estratto in Val d’Agri a Taranto, direttamente in
una raffineria. Alcuni dirigenti di Eni-Agip si sarebbero fatti una
“mazzetta” di 150 milioni di lire da Castellano e dai fratelli De Sio.
Giovanni Castellano ha iniziato la sua attività di imprenditore a Salandra,
operando nel settore della costruzione di manufatti in cemento. Ha poi allargato
i suoi interessi nei settori dell’edilizia e del movimento terre. Insieme ad
Antonio Ciminelli, presidente del Torino
calcio, è azionista del parco tecnologico della Basilicata “Basentech”, di
cui è stato presidente per alcuni anni. Sino allo scorso mese di giugno è
stato anche comproprietario di un’autosalone concessionaria della Renault.
Molto conosciuto negli ambienti dell’imprenditoria materana, Castellano è
considerato frequentatore della classe politica locale. Recentemente, con una
associazione temporanea di imprese, si era aggiudicato un appalto da 50 miliardi
di vecchie lire per eseguire i lavori di riqualificazione del borgo Venusio.
Dagli
interrogatori degli inquisiti e dalle intercettazioni emerge che furono promessi
centinaia di milioni per la costruzione e la gestione dell’oleodotto Eni-Agip
in Val d’Agri
“Petrolio
corrotto”
I
28mila euro prelevati dal conto di Vittorio Raimondo
IL PUBBLICO Ministero Henry
John Woodcok, visti gli atti del procedimento penale n.2353/01 a carico di:
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17. ************************
18. ************************
19. ************************
Sottoposti ad indagini
preliminari in ordine ai seguenti reati: RICCIOTTI
Alberigo, RAIMONDO Vittorio, GOBBI
Mauro, MARRA Antonio, LUCIANI Emidio, FEDE Enrico, LUONGO Bruno, CAVONE
Vincenzo, DE VIVO Claudio.
A) perché, con più azioni
esecutive di un medesimo disegno criminoso, in concorso tra loro RICCIOTTI
Alberigo in qualità di Direttore generale dell’INAIL, GOBBI Mauro , in
qualità di Direttore dell’Ufficio patrimonio dell’INAIL di Roma, MARRA
Antonio, in qualità di Responsabile dell’ufficio di consulenza tecnica per
l’edilizia dell’INAIL di Roma, RAIMONDO Vittorio, presidente del Collegio
Sindacale dell’INAIL ed altri funzionari dell’INAIL allo stato non
compiutamente identificati, per scegliere tra le varie offerte formulate da
diverse società relativamente all’acquisto finanziario dell’INAIL per
l’immobile (da costruire) da destinare a sede istituzionale INAIL in Verona,
l’offerta formulata dalla società Nuova Edina srl, fornendo, inoltre, durante
e soprattutto prima dell’inizio della procedura in questione, notizie ed
informazioni riservate, si facevano promettere da CAVONE Vincenzo,
amministratore unico e legale rappresentante della Nuova EDINA e da DE VIVO
Claudio, socio occulto e finanziatore della medesima società, avvalendosi per
la contrattazione e per l’intermediazione della tangente in oggetto di LUCIANI
Emidio, di FEDE Enrico e LUONGO Bruno, soggetti estranei all’Ente menzionato.
Con l’aggravante di aver
agito in numero superiore a cinque.
Accertati in Potenza il
12.7.2002
RICCIOTTI Alberigo, RAIMONDO Vittorio, GOBBI Mauro, MARRA Antonio, LUCIANI Emidio, FEDE Enrico, LUONGO Bruno, DE SIO Antonio, DE SIO Lucio, DE SIO Francesco, DE SIO Michele
B) perché, con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, in concorso tra loro RICCIOTTI Alberigo in qualità di direttore generale dell’INAIL, GOBBI Mauro, in qualità di Direttore dell’ufficio patrimonio dell’INAIL di Roma, MARRA Antonio, In qualità di Responsabile dell’ufficio di consulenza tecnica per l’edilizia dell’INAIL di Roma, RAIMONDO Vittorio, Presidente del Collegio Sindacale dell’INAIL ed altri funzionari dell’INAIL allo stato non compiutamente identificati, si facevano promettere dai DE SIO Antonio, DE SIO Lucio, DE SIO Franco, DE SIO Michele una somma di danaro pari a 2 miliardi e 400 milioni di lire (un miliardo e 200 milioni + un miliardo e 200 milioni di lire) per scegliere tra le varie offerte formulate da diverse società relativamente all’acquisto finanziato dall’INAIL per gli immobili (da costruire) da destinare a sedi INAIL in Lecce e Brindisi, l’offerta dalla società DE SIO Costruzioni spa o da altre società comunque controllate dalla famiglia DE SIO, fornendo, inoltre, in particolare prima dell’inizio della procedura in questione, notizie ed informazioni riservate, avvalendosi per la contrattazione e per l’intermediazione della tangente in oggetto di LUCIANI Emidio di FEDE Enrico e LUONGO Bruno, soggetti estranei all’Ente menzionato. Con l’aggravante di aver agito in numero superiore a cinque.
Accertati in Potenza il
12.7.2002
FEMIANI Carlo, CASTELLANO Giovanni, PIERINI Maurizio, DE SIO Antonio, DE
SIO Lucio, DE SIO Francesco, DE SIO Michele
C) perché FEMIANI Carlo in
qualità di costruction manager, in concorso con altri funzionari e dirigenti
dell’Eni-Agip da identificare, tutti incaricati di pubblico servizio, per
commettere irregolarità varie riguardanti in modo specifico la procedura di
acceleramento relativa ai lavori di costruzione e messa in opera del lotto
lucano Viggiano-Metaponto dell’oleodotto destinato a condurre a Taranto il
petrolio estratto in Val d’Agri, lavori appaltati dall’ENI - AGIP ad un
consorzio di imprese costituito, tra l’altro, sia da un’impresa del gruppo
DE SIO sia da un’impresa facente capo a CASTELLANO Giovanni, irregolarità
consistente, in particolare, nell’alterare la contabilità riguardante gli
“stati di avanzamento lavori” presentati dai menzionati imprenditori, che
venivano vistati con modalità e tempi diversi da quelli ordinali, si facevano
promettere da DE SIO Antonio, DE SIO Lucio, DE SIO Michele e da CASTELLANO
Giovanni una somma di danaro pari a 150 milioni di lire, avvalendosi, per la
contrattazione e per l’intermediazione della tangente in oggetto, di Pierini
Maurizio ex funzionario dell’Eni-Agip, in pensione.
Accertati in Potenza il
12.07.2002
Sussistono i gravi indizi di colpevolezza a carico di tutti gli indagati
in rubrica indicati in ordine a tutti i reati loro ascritti.
In primo luogo a tal riguardo
appare fondamentale richiamare tutte le considerazioni ampiamente svolte nelle
richieste di emissione di misure cautelari avanzate dal GIP di Potenza, che
dunque formeranno parte integrante della presente richiesta, nella quale
verranno presi in esame gli ulteriori fondamentali risultati investigativi
conseguenti proprio all’esecuzione delle menzionate misure cautelari.
In particolare, il richiamo e
il riferimento alle menzionate richieste consentirà di ricostruire
compiutamente sia la vicenda già ampiamente presa in esame, riguardante gli
investimenti relativi agli acquisti immobiliari dell’INAIL e il voluminoso
giro di affari gestiti
all’insegna della corruzione a tali acquisti legato, sia la vicenda collegata
agli appalti dell’ENI - AGIP in Val
d’Agri (e alla gestione degli stessi) alla quale pure si è data ampio spazio
nella richiesta del 14.5.2002.
IL
MATTINO Martedì 17 settembre 2002
Cossiga,
i giorni dell’ira
L’inchiesta di Potenza si
attirò subito le critiche dell’ex presidente della Repubblica, Francesco
Cossiga. Scese subito in campo a difendere uno degli indagati: il generale del
Sisde Stefano Orlando. Con parole dure: “ Mi augurerei che tutti i magistrati,
pm e gip compresi, avessero il senso dello Stato e del rispetto delle leggi”.
A distanza gli rispose il gip Gerardina Romaniello. Poi ci fu una lettera al
presidente Ciampi per chiedere tutela, nel dubbio di essere stato intercettato
in maniera illegittima dai magistrati potentini. Infine, la clamorosa richiesta
di dimissioni dal Senato, respinta dall’assemblea di palazzo madama. Nel
frattempo, sia la giunta per le autorizzazioni a procedere che il Parlamento
respinsero la richiesta di arresti per due parlamentari, coinvolti
nell’inchiesta. Angelo Sanza (Fi) e Antonio Luongo (Ds). Oggi, a Potenza, si
terrà invece il riesame d’appello per Claudio Calza, consigliere di
amministrazione del Banco di Sardegna, altro indagato su cui Cossiga spese
parole a difesa.
CORRUZIONE STORIA INFINITA
Il direttore generale e altri dirigenti Inail di nuovo in carcere. Napoli: manette per un costruttore, ricercato un notaio. Un cancelliere avrebbe pilotato le aste.
GIGI DI FIORE
L’INCHIESTA delle polemiche e delle proteste di Cossiga arriva al suo secondo capitolo. Quattro mesi dopo la prima ordinanza cautelare, il gip Gerardina Romaniello, su richiesta del Pm Henry Woodcock, firma altre 609 pagine di ordinanza cautelare per 17 persone. Per qualcuno, che era agli arresti domiciliari, è un ritorno in cella. Per altri, è il primo ingresso nella ponderosa indagine che, in un anno, ha prodotto già tremila pagine per tre ordinanze cautelari, con un filo conduttore: le attività della nota impresa potentina “De Sio costruzioni”, per appalti e lavori diversi su cui, con l’intercessione di politici e burocrati, i quattro fratelli titolari dell’azienda avrebbero versato o promesso tangenti. Tre, i filoni delle nuova ordinanza. Uno è nuovo, ma era annunciato già da maggio: le promesse di denaro a funzionari Agip-Eni, per la realizzazione del tratto lucano dell’oleodotto Val d’Agri-Taranto.
L’oleodotto. Intercettati da microspie nella loro Bmw, il 25
ottobre di un anno fa, i fratelli De Sio discutono di appalti. E accennano anche
all’oleodotto. Antonio De Sio dice: “Femiani una volta si è sentito con
“occhio di vetro” là, questo sui lavori ordinari, avevano pattuito il 3 per
cento da dare a questo. Lui ricorda che Bonatti avrebbe detto queste cose ve le
dovete vedere voi, io mi vedo le cose su Milano”. L’azienda Bonatti era la
capofila dell’appalto per l’oleodotto da 11 miliardi di lire. Carlo Femiani
è invece uno dei nuovi arrestati: è il “costruct manager” del prodotto
oleodotto per conto dell’Agip. Dietro il soprannome di “occhio di vetro”,
si nasconde invece un geometra ex dipendente Agip: Maurizio Pierini, pensionato
con attività di consulenze per appalti legati alla società petrolifera.
Secondo l’accusa, i De Sio ed il loro socio, l’imprenditore Giovanni
Castellano, avrebbero promesso a Femiani, attraverso la mediazione di Pierini,
una tangente di 150 milioni per ottenere l’accelerazione del progetto per
l’oleodotto Viggiano-Metaponto. Indiretta, nei loro primi interrogatori,
l’ammissione dei fratelli Antonio, Lucio, Francesco e Michele De Sio. Sentiti
a lungo, hanno confermato di aver intrecciato rapporti con politici e mediatori
vari, per ottenere aiuti. Tutto lecito, però, hanno precisato. L’inchiesta
continua continua, per verificare se furono effettivamente pagate tangenti e se
beneficiari furono «altri funzionari e dirigenti Eni Agip». Nella precedente
ordinanza, del resto, si citavano telefonate intercettate in cui i De Sio
parlano ancora della gestione degli oleodotti, del centro oli «temparossa».
Così Francesco De Sio ha cercato di spiegare le cose al Pm: “Pierini ci
tornava utile per la ponderosa documentazione che richiedeva il rapporto con
l’Agip”. E ha aggiunto Antonio De Sio: “ Con Pierini e per altre spese
abbiamo messo da parte un 3 per cento con la capogruppo. Pierini aveva detto che
per quanto riguarda Milano le cose me le vedo io, per quanto riguarda la Val
d’Agri, però…”
RITARDI E PROMESSE NON MANTENUTE: AMBIENTE SFREGIATO PER 30 NUOVI POSTI DI LAVORO
Il sogno tradito del piccolo Texas in Lucania
FRANCO
MANCUSI
IL SOGNO del piccolo Texas lucano nacque vent’anni fa, con
l’estrazione dei primi campioni di greggio. Olio medio leggero,
giudicato dagli esperti di buona qualità. Prima le trivellazioni nel cuore
verde della Val d’Agri, poi la scoperta dei giacimenti di Tempa Rossa,
un’oasi che soltanto i pastori e pochi contadini conoscevano e apprezzavano.
Complessivamente, riserve per 900 milioni di barili, una produzione in grado di
coprire per vent’anni il 9 per cento del fabbisogno nazionale. Il resto è
storia di oggi: entusiasmi pilotati e delusioni cocenti, promesse di sviluppo e
mancati progetti di salvaguardia ambientale. Alti e bassi, colpi di scena e ora
interventi della magistratura per un’operazione difesa a denti stretti dalla
Regione (che dovrebbe incassare 700 milioni di euro nei prossimi venti anni),
avversata dagli ambientalisti e dalle comunità contadine locali («le royalties
incassate non basteranno a riparare i guasti provocati al paesaggio e alle
attività produttive tradizionali»).
Un miraggio mal tradotto in
prospettive concrete, insomma. Affari soltanto per le multinazionali e un giro
ristretto d’imprenditori, coinvolti nella tangentopoli degli ultimi anni.
L’accordo codificato dall’Eni con la Regione, quattro anni fa, avrebbe
dovuto segnare una svolta sia per lo sviluppo economico del comprensorio – uno
straordinario arcipelago di trenta frazioni comunali – che per l’attesa
opera di «compensazione» ambientale . Fra le righe dell’intesa, il varo di
una società regionale per la vendita delle risorse energetiche a basso costo,
una scuola di specializzazione manageriale, corsi di formazione per tecnici e
operatori locali. Un processo di sviluppo che avrebbe dovuto tirare fuori la
Lucania dall’atavica condizione di povertà e di degrado strutturale. Invece
si è realizzato poco o niente. Tutto si è fermato nelle pastoie della
burocrazia dei contrasti strumentali nelle beghe di un piccolo cabotaggio
affaristico che ancora una volta penalizza il sud, mortificandolo al di là
delle colpe della classe politica locale.
Di tanti progetti e guadagni,
ai lucani sono rimaste poche briciole. Una trentina di posti, non di più,
all’interno del mostruoso Centro Olio costruito a Viggiano, devastando dieci
ettari di verde incontaminato, per avviare il petrolio verso la raffineria di
Taranto, attraverso un’autostrada sotterranea lunga 136 chilometri. «Impianto
modernissimo, con un circuito di trattamento fornito di un sistema a doppia
barriera», spiegano i responsabili della società di gestione. «Esclusa
qualsiasi possibilità d’incidente o d’inquinamento ambientale». Intanto,
però, gli equilibri del mondo contadino lucano sono stati già stravolti: 24
pozzi, profondi cinquemila metri, non sono uno scherzo. E il castello estrattivo
dl Monte Alpi non è tale da passare inosservato, con il suo groviglio di tubi,
impalcature e condotte; del peso di oltre diecimila tonnellate di acciaio.
Mentre non vanno avanti, anzi non decollano affatto i progetti di tutela delle
risorse ambientali, tanto che neppure è stato possibile bandire i concorsi per
l’assegnazione delle borse di studio destinate ai giovani che hanno scelto
d’impegnarsi nella società come tecnici guardiani delle risorse ambientali.
E
i contadini si affidano al culto della Madonna nera
Ai
contadini, intanto, non resta che appellarsi alle grazie della Madonna nera.
C’è un santuario antichissimo, sul picco della montagna che sovrasta la
città di Viggiano, diventata capitale del piccolo Texas lucano. Una chiesa
dedicata all’immagine della Madonna nera, onorata ogni anno dal
pellegrinaggio di migliaia di contadini. Il petrolio non centra con le origini
e con la storia di questo antico culto. Eppure le scalate dei fedeli sono
aumentate, negli ultimi anni. Fede, devozione, speranza. A chi dovrebbero
ancora rivolgersi, i contadini della Val d’Agri, per essere finalmente
ascoltati? Le illusioni del miraggio industriale sono state sinora cocenti.
Senza prospettive concrete di sviluppo, anche il lavoro dei campi per molti
oggi è irrimediabilmente compromesso.
IL
GIORNALE Martedì 17 settembre 2002
Tangenti Inail: 17 arresti per il filone Eni-Agip
da Potenza
L’ingresso
del filone Eni-Agip - accennato all’inizio della vicenda, il 28 maggio
scorso, accanto a quello dell’Inail - e un’ordinanza di custodia cautelare
in carcere per 17 persone, ha riportato in primo piano l’inchiesta potentina
sulle tangenti, che presenta ancora una volta elementi che fanno pensare ad
altri sviluppi. Innanzitutto, la novità Eni-Agip. Il gip Gerardina Romaniello,
su richiesta del pubblico ministero, Henry John Woodcock, ha disposto
l’arresto di Carlo Femiani, responsabile di Eni-Agip per la costruzione di
un oleodotto, lungo 136 chilometri, per trasferire il petrolio estratto in Val
d’Agri a Taranto, direttamente in una raffineria; e di Maurizio Pierini, ex
funzionario del gruppo petrolifero, ora in pensione. L’accusa è di concorso
in corruzione aggravata, insieme agli imprenditori potentini Antonio, Lucio,
Francesco e Michele De Sio all’imprenditore materano Giovanni Castellano
(tutti detenuti in carcere). Sarebbero state commesse irregolarità nella
procedura d’accelerazione dei lavori di costruzione del tratto lucano
dell’oleodotto. Femiani e altri dirigenti di Eni-Agip non identificati si
erano fatti promettere - secondo l’accusa – una “mazzetta” di 150
milioni di lire dagli imprenditori avvalendosi della mediazione di Pierini.
Secondo il gip il filone Eni-Agip dell’inchiesta “lascia intravedere come
il ricorso alle tangenti non sia episodico ovvero legato solo ai lavori lucani
dell’oleodotto, ma, probabilmente e verosimilmente, diffuso a livello
nazionale”. Sono stati arrestati anche l’ex direttore generale dell’Inail,
Alberigo Ricciotti, l’ex presidente del collegio sindacale e altri due
funzionari dell’Istituto - Vittorio Raimondo, Mauro Gobbi e Antonio Marra -
per accuse di concorso in corruzione relativamente alla realizzazione di sedi
dell’Inail a Verona, Brindisi e Lecce e la stessa accusa è contestata
all’imprenditore napoletano Vincenzo Cavone, a Bruno Luongo, considerato uno
degli “intermediari” per il pagamento delle tangenti, agli imprenditori De
Sio e ad un professionista napoletano, il notaio Claudio De Vivo, sfuggito
alla cattura. Secondo l’accusa, la «mazzetta» (due miliardi e 400 milioni
di lire che avrebbero promesso i De Sio per gli immobili da costruire a
Brindisi e Lecce) doveva servire affinché i dirigenti dell’Inail agissero
per aggiudicare alle imprese i lavori. Un’altra accusa di concorso in
corruzione è stata contestata oltre che agli imprenditori De Sio, a Mario
Campana, ex dirigente della cancelleria civile del Tribunale di Potenza.
L’avvocato Pasquale Bartolo, difensore dei 4 quattro imprenditori potentini
De Sio in una nota ribatte che «relativamente alla presunta tangente Eni, gli
imputati hanno spiegato agli inquirenti che si è trattato di una consulenza
richiesta ad un ex dipendente dell’Eni in pensione da molti anni».
LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO Martedì
17 settembre 2002
L’INCHIESTA Il gip Gerardina Romaniello, su richiesta del pm John Woodcock, ha emesso ordinanze di custodia cautelare in tutta l’Italia, anche a un dirigente e a un ex-funzionario in pensione dell’ente petrolifero
Sono tornati in carcere gli imprenditori potentini Antonio, Francesco, Lucio e Michele De Sio, che secondo l’accusa sarebbero i veri protagonisti del presunto giro di mazzette
POTENZA - E’ lo «sciame sismico» del “terremoto giudiziario" che il 28 maggio scorso ha scosso i vertici Inail. L’indagine sul presunto giro di tangenti legato agli appalti dell’istituto nazionale infortuni sul lavoro, condotta dalla Procura della Repubblica del Tribunale di Potenza, allarga il proprio raggio d’azione, aprendo un filone “petrolio”; Tra le diciassette persone raggiunte da un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip del Tribunale di Potenza, Gerardina Romaniello, su richiesta del pm John Henry Woodcock, figurano anche due dirigenti dell’Ente, Carlo Femiani, che ha curato il progetto dell’oleodotto di Viggiano (Potenza), e Maurizio Pierini, quest’ultimo funzionario Agip in pensione. I due sono accusati di concorso in corruzione in relazione alla promessa di una tangente per i lavori sul lotto lucano dell’oleodotto Val d’Agri-Taranto. La stessa accusa è contestata all’imprenditore materano Giovanni Castellano e agli imprenditori potentini Antonio, Francesco, Lucio e Michele De Sio, i personaggi attorno ai quali ruotano entrambi i filoni d’indagine (Inali ed Eni) della Procura. La «mazzetta» promessa era di 150 milioni delle vecchie lire in cambio delle quali sarebbero state commesse irregolarità riguardanti le procedure di affidamento dei lavori di costruzione dell’opera, da appaltare sia ad una impresa del gruppo De Sio, sia ad una di Castellano.
Chiedere e ottenere mazzette
era diventata una «caratteristica inscindibile» dell’attività delle persone
coinvolte nell’inchiesta, «coessenziale al proprio modo di essere»: lo ha
scritto nell’ordinanza di custodia cautelare il gip presso il Tribunale di
Potenza, Gerardina Romaniello, che ha evidenziato l’importanza del nuovo
filone dell’inchiesta, quello sull’Eni-Agip. Secondo Romaniello che oggi
procederà agli interrogatori di garanzia, il nuovo filone «lascia intravedere
come il ricorso alle tangenti non sia episodico».
POTENZA - Un oleodotto di 136
chilometri, un centro oli che potrà trattare 104mila barili di greggio al
giorno, 47 postazioni estrattive una volta a regime. Questi alcuni numeri del
“Progetto Sviluppo Val d’Agri”, portato avanti in questi anni da Eni ed Enterprise.
Ma la storia del petrolio e
dell’interessamento del gigante degli idrocarburi ai giacimenti lucani non è
un fatto degli ultimi anni. Già nel 1930 l’allora Agip, «attratta» da
alcuni affioramenti di olio in superficie che si erano verificati a Tramutola,
ottenne una prima concessione. Nel ventennio fra il 1930 e il 1950 vennero
estratti circa 100mila barili di greggio (pari alla produzione giornaliera
prevista attualmente a regime). All’epoca, però, le tecniche non permettevano
di progredire oltre con le estrazioni. Fra gli anni ‘60 e ‘70, grazie ai
nuovi strumenti geofisici a disposizione l’azienda nazionale degli idrocarburi
procedette ad una nuova «ecografia» del terreno ma fu soltanto nel 1981 con il
pozzo Costa Molina 1 al margine sud-occidentale del giacimento, che il petrolio
fece nuovamente «capolino». Il greggio venne considerato scarso di quantità e
cattivo di qualità. Nonostante questo le ricerche andarono ancora avanti fino
al 1989 quando venne scavato il «Monte Alpi l», primo pozzo petrolifero della
Val d’Agri con potenzialità produttive. Da quel momento in poi si passa alla
storia «moderna» del petrolio lucano Nel 1996 lo Stato ha rilasciato quattro
concessioni: Costa Molina 1, interamente appannaggio Eni, Caldarosa
(inizialmente Eni ed Edison, poi solo Eni), Grumento Nova (Eni ed Enterprise) e
Volturino (45% Eni, 55% Enterprise). Nel 2002 le prime tre sono state unificate
sotto il nome di Grumento Nova (71% Eni, 29% Enterpise). Nel 1996 il centro oli
di Viggiano è entrato in produzione con una capacità complessiva di 9mila
barili a giorno provenienti dai primi quattro pozzi allacciati. Nel 1997 è
stato deciso lo sviluppo complessivo dell’impianto, con un primo obiettivo di
45mila barili al giorno, una seconda fase da 65mila barili al giorno ed infine
l’ultima fase, quella dell’entrata a regime, con lo sfruttamento pieno anche
della concessione Volturino, da 104mila barili al giorno.
Il primo obiettivo è stato
raggiunto proprio qualche mese fa, con l’entrata in funzione dell’oleodotto
«Monte Alpi» che collega con 136 chilometri di tubi da 20 pollici, il centro
oli di Viggiano con quattro terminali marini a Taranto (della capacità
complessiva 300mila metri cubi di greggio). L’oleodotto, che ha una capacità
di trasporto di 150mila barili al giorno, attraversa buona parte della
Basilicata per arrivare in Puglia a due metri di profondità sotto terra. La
condotta è stata progettata tenendo presente l’elevato rischio sismico della
Val d’Agri. Ogni cinque chilometri sono installate particolari valvole di
sicurezza che, in caso di anomalie, possono isolare un tratto dell’oleodotto,
bloccando il flusso di petrolio in modo da limitare al minimo le perdite.
I pozzi attualmente collegati
al centro oli e, quindi, all’oleodotto sono una decina. Poco più quelli già
perforati e ancora da collegare. La «durata» stimata del giacimento della Val
d’Agri è di circa 20/25 anni con una riserva di 490 milioni di barili.
Petrolio in Basilicata,
comunque, non vuol dire solo Val d’Agri. Due le concessioni anche in Val
Camastra, dove il primo pozzo fu scavato nel 1989 dalla Total. Qui l’Eni ha
recentemente ceduto le sue quote alla Total-Fina-Elf, che attualmente detiene il
50 per cento della concessione, mentre il restante 50 è diviso a metà fra
Exxon ed Enterprise. In questo caso le stime per uno sfruttamento economicamente
conveniente del giacimento parlano di 30/35anni. L’olio della Val Camastra è
giudicato meno «pregiato» di quello della Val d’Agri perché più viscoso.
Anche in Val Camastra si sta procedendo con la costruzione di un centro oli,
fortemente avversato dagli ambientalisti.
Negli anni passati altre
ricerche sono state condotte, ma senza esito positivo, anche dalla British,
vicino Brindisi di
Chi sono gli imprenditori lucani al centro dell’inchiesta
De Sio, da mini-ditta familiare a giganti delle costruzioni
Antonio De Sio, l’uomo forte della famiglia, artefice dell’exploit
dell’azienda negli anni Novanta, aveva terrore di quel sostituto procuratore
dal nome inglese. In una intercettazione ambientale, finita poi sul tavolo di
Henry John Woodcock rivela: “Sta mobilitando mezzo mondo questo figlio di
p…Va a vedere che va a pigliare le carte...e arriva all’Agip. Se arriva
all’Agip mi fa male...Io mi auguro che questo scemo chiuda la cosa quanto
prima se no sono c...amari.” Ma
per il magistrato che il 28 maggio scorso aveva chiesto al Gip l’arresto di
venti persone, tra le quali quattro componenti della famiglia De Sio, per le
tangenti pagate o promesse negli appalti Inail, le carte sui lavori Eni-Agip,
incluso l’oleodotto di 136 chilometri che collega i pozzi della Val d’Agri
con la raffineria di Taranto, costituivano il piatto forte dell’inchiesta.
L’indagine era cominciata proprio sugli affari del petrolio e, solo in
seguito, aveva incrociato le tangenti all’Inail. E De Sio è l’uomo cerniera
dei due filoni. L’oro nero è il nuovo eldorado della valle. Circa un miliardo
di barili di giacimenti, una cinquantina di pozzi da attivare, estrazione annua
di 100mila barili, il tre per cento del fabbisogno nazionale, venticinquemila
miliardi di vecchie lire al mercato del brent che con la guerra in arrivo
potrebbero salire di molto, royalties pagate dall’Eni a Comuni e Regione per
decine di milioni di euro. Per Antonio De Sio, l’ingegnere che della Val
d’Agri sa tutto per aver lavorato molti anni come direttore del consorzio di
bonifica, era la grande occasione per allargare il giro di affari dell’azienda
di famiglia. «Entusiasmo, professionalità, innovazione: questi gli ingredienti
della De Sio Costruzioni Spa», si legge nel sito internet, prodigo di
informazioni sui lavori svolti, dalle scuole agli asili nido, dalle fogne agli
impianti di depurazione, ai gasdotti e alle piscine. Dall’inchiesta
giudiziaria emergono anche elementi che nel sito non appaiono: una rete
estesissima di relazioni e complicità, con funzionari di enti e politici di
ogni schieramento, e soprattutto un giro di tangenti, fatture false per coprire
fondi neri e pagamenti a quanti si mettevano a disposizione per procacciare
lavori e appalti. Così era cresciuta la piccola Impresa di famiglia, data di
costituzione il 18 dicembre 1984, diventata una Spa nel 1993, con un capitale
sociale di 910mila euro.
Antonio De Sio era l’uomo forte della valle. Si muoveva come un padrone,
difficile contrastarlo. La sua famiglia è di Moliterno, un delizioso paesino
sotto il monte Sirino. Lavoro duro alle spalle, gente stimata. Cento dipendenti
in pochi anni, una bella sede della società e abitazione della famiglia in un
palazzo, l’uno vicino all’altro, fratelli e figli. Una famiglia patriarcale
giunta alle società per azioni.
Senza la politica è difficile vincere appalti. L’ex direttore del
consorzio di bonifica lo sa bene. Lui ha conosciuto politici di razza, come
Emilio Colombo e Decio Scardaccione. Gente che manteneva un loro stile e una
classe. Difficile essere arroganti con persone del genere. Si poteva chiedere e
non pretendere. Dalle 1200 pagine di intercettazioni telefoniche e ambientali
allegate all’inchiesta emergono, invece, un linguaggio e un modo di fare
nuovi, volgari e spocchiosi. Antonio De Sio così si rivolge al telefono ad un
politico della Regione: «Guagliò, so’ ottantamila volte che chiamo…t’ho
lasciato messaggi telefonino ma tu non mi hai ancora richiamato... ti devo
parlare di una cosa urgente…». Parla parla l’uomo della valle, con un misto
di arroganza e di confidenza, parla con tutti, deputati, assessori, funzionari,
mediatori d’affari e di tangenti, con la testa sempre fissa agli appalti,
finché non incontra un pm dal nome inglese.
TonioTondo
I
nomi dei 17 finiti in manette nell’ambito dell’inchiesta potentina
POTENZA - Diciassette le persone arrestate nell’ambito dell’inchiesta condotta dalla Procura della Repubblica del Tribunale di Potenza, molte delle quali erano già state arrestate il 28 maggio o il 2 luglio scorsi, durante la prima tranche dell’indagine. Due i nomi nuovi: le manette sono scattate per un dirigente dell’Eni-Agip, Carlo Femiani, che ha curato l’esecuzione del progetto di costruzione dell’oleodotto di Viggiano- realizzato per trasportare il petrolio lucano a Taranto- e Maurizio Pierini, ex funzionario dell’Eni-Agip, ora in pensione. Stesso provvedimento di custodia cautelare per l’ex direttore generale dell’Inail di Roma, Alberigo Ricciotti; per l’ex presidente del collegio sindacale dell’istituto, Vittorio Raimondi; e per due ex dirigenti dello stesso Istituto, Mauro Gobbi e Antonio Marra. Tutti e quattro erano già stati arrestati. Torna in carcere anche Bruno Luongo, mentre Emidio Luciani ed Enrico Fede (tutti e tre considerati dall’accusa gli «intermediari» delle tangenti) sono indagati per tre episodi di concorso in corruzione aggravata, ma contro di loro non è stata emessa ordinanza di custodia cautelare. I carabinieri hanno arrestato anche gli imprenditori potentini Antonio, Francesco, Lucio e Michele De Sio, già arrestati il 28 maggio scorso, considerati i veri protagonisti del presunto giro di tangenti. In manette pure l’imprenditore napoletano Vincenzo Cavone e l’imprenditore materano Giovanni Castellano. Sono stati arrestati anche l’ex cancelliere del Tribunale civile di Potenza, Mario Campana (già arrestato fra il 2000 e il 2001 in altre inchieste sulla corruzione coordinate dal pm Woodcock, lo stesso che cura l’indagine sulle tangenti), la moglie di Vittorio Raimondo, Emilia Fiore, e la figlia, Diana Raimondo. Le due donne, in particolare, sono accusate di favoreggiamento reale. E’ sfuggita all’arresto un’altra persona, un professionista napoletano.
L’ingresso del filone
Eni-Agip - accennato all’inizio della vicenda, il 28 maggio scorso, accanto a
quello degli appalti Inail - e l’ordinanza di custodia cautelare in carcere
per 17 persone, ha riportato in primo piano l’inchiesta potentina sulle
tangenti, che lascia intravedere ulteriori sviluppi e che potrebbe allargare il
proprio raggio d’azione. Si svolgeranno oggi, intanto, gli interrogatori di
garanzia di sei delle persone arrestate: Antonio, Lucio, Francesco e Michele De
Sio, l’imprenditore materano Giovanni Castellano e l’ex dirigente della
cancelleria civile del Tribunale di Potenza, Mario Campana.