La
Nuova Basilicata 12 luglio 1998
PETROLIO
Di solito arricchisce multinazionali e politici e devasta il territorio
di Nico Perrone
L’autore di questo articolo, Nico Perrone, ha lavorato nello staff di Enrico Mattei all’ENI di Roma. Su Mattei e l’Eni ha pubblicato articoli e libri, l’ultimo dei quali s’intitola “Obiettivo Mattei: Petrolio, Stati Uniti e politica dell’Eni” (Roma, Gamberetti Editrice, 1995). Insegna alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Bari ed è stato vicepresidente del programma interuniversitario europeo sull’impatto sociale dell’innovazione tecnologica (ESST).
E’ un dilemma
grave, in un momento nel quale in Italia non c’è lavoro, in una regione come
la Basilicata nella quale di lavoro ce n’è ancora meno. Mi riferisco alla
decisione da prendere sul petrolio. Ne parlerò con la necessaria freddezza, ma
senza ignorare tutta la mitologia che intorno al petrolio si è costruita e che
condiziona le scelte: denaro, sviluppo, potere.
Il petrolio può
effettivamente trasformare le condizioni economiche di un paese: ma non è detto
che ciò sempre si verifichi. Certamente esso arricchisce le società
estrattrici e talvolta i gruppi dirigenti locali. Tuttavia il petrolio non
determina significativi incrementi dell’occupazione sui luoghi di estrazione.
Esso produce invece devastazioni ecologiche di lunga durata.
In Iran e in
Messico, per esempio, dove un’assai ricca estrazione dura da un lungo periodo,
le popolazioni locali, proprio nei bacini ove sono ubicati i pozzi, vive in
condizioni disperate, e ha perso anche la possibilità di un’utilizzazione a
fini di mero sostentamento della propria terra, ormai tutta invasa dalle
installazioni petrolifere. Ma certamente le condizioni economiche complessive di
questi paesi, e quelle delle classi dirigenti locali, sono migliorate, in
seguito all’estrazione.
Partendo da
queste premesse, si capisce quale senso avesse la politica del presidente
dell’Ente Nazionale Idrocarburi, Enrico Mattei, di portare da 50 a 75 per
cento l’utile complessivo per i paesi detentori dei pozzi, associandoli
pariteticamente alla società di estrazione. Questo significava restituire, al
luogo di produzione una parte, meno avara di quanto non si facesse prima, dei
profitti petroliferi.
L’economia di
un territorio, la Basilicata è fra questi, che non abbia un grado elevato di
industrializzazione, per quanto modesto sia il livello di ricchezza, rappresenta
un fenomeno diffuso, dal quale trae qualche beneficio tutta la popolazione. In
Basilicata, l’agricoltura, le acque minerali, il turismo, la piccola
industria, anche la pesca, danno un contributo alla vita dell’intera regione.
Un’economia imperniata soltanto su un esteso sfruttamento del sottosuolo,
perché il petrolio distrugge tutte le altre precedenti iniziative, non dà
luogo invece a guadagni diffusi: dà vantaggio alle società sfruttatrici e agli
enti pubblici, in termini di royalties, e in misura più modesta ai proprietari
dei suoli, ricattati fra la svendita e l’inagibilità delle loro proprietà in
conseguenza dell’inquinamento, quando non debbano addirittura subire espropri
di fatto o legali.
Quando tutto
questo discorso debba applicarsi non ad aree scarsamente abitate, ma a regioni a
forte densità, per di più con caratteristiche paesaggistiche (si pensi al
Parco del Pollino, destinato alla devastazione) di particolare pregio, anche
economico, ai fini di un turismo che può elargire benefici diffusi, tutte
queste valutazioni diventano ancora più allarmanti.
Quando si
aggiunga la considerazione, è il caso della Basilicata, che il sottosuolo
contiene le maggiori risorse idriche dell’intero Mezzogiorno, dalle quali
dipendono fra l’altro acquedotti che portano acqua in tre intere regioni,
aumentano assai i motivi di cautela prima di avventurarsi nello sfruttamento
petrolifero. Un’altra considerazione va fatta a proposito dei titolari delle
licenze di trivellazione e estrazione. La legislazione italiana è molto
generosa nei confronti delle società petrolifere: di recente si è prevista
persino la liberalizzazione delle ricerche nella Val Padana – che una legge
del 1953 aveva affidato in esclusiva all’ENI: e una riduzione di circa il 50
per cento dei canoni per i permessi di ricerca e le concessioni di coltivazione
fissati da una legge del 1957.
Le
ricerche, che interessano , per ora, una vastissima superficie, pari ai due
terzi del territorio della Basilicata, vengono condotte da società italiane e
straniere. Fra le società italiane primeggia l’AGIP, controllata dall’ENI:
ma l’ENI, che era interamente controllata dallo Stato italiano, è stato ormai
privatizzato per una quota di parecchio superiore al 50 per cento del proprio
capitale. In queste condizioni, i benefici maggiori dell’estrazione rischiano
di andare a privati, anche stranieri: gli stessi che pretendevano, per esempio,
di trivellare il mare prospiciente la costiera amalfitana.