LA
GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO giovedì 23 gennaio 1997
UN
CASO NAZIONALE / Le
perforazioni possono mettere a dura prova l’ecosistema
Quei pozzi nei boschi di faggio
Nel laboratorio della Val d’Agri trivelle fra i monti
VIGGIANO (POTENZA) – Lungo la strada che s’addentra nella faggeta di Calvello, in località Caldarosa (1.490 m), fra le pieghe della montagna e su alcuni rilievi in ombra, c’è ancora un po’ dell’ultima neve. Tra gli alberi spogli, in attesa della primavera, si vede il verde di qualche abete bianco. Quest’albero impreziosisce la faggeta e ci ricorda che siamo a due passi dall’Abetina di Laurenzana dove quest’essenza domina. E’ una delle poche stazioni sopravvissute nella Basilicata, è segnalata dalla Società botanica, è riserva naturale ed è anche stata censita fra i siti della Rete Natura 2000 nell’ambito di una Direttiva comunitaria. Più su, dopo una curva, compare all’improvviso un pozzo di petrolio.
Siamo
nel cuore dell’Alta Val d’Agri, al centro di quel parco nazionale che
dovrebbe essere istituito entro il 30 giugno di quest’anno per effetto della
legge sui Parchi. Gran parte dei 18 pozzi costruiti e dei 30 che saranno
ultimati entro il 2000 si trovano in questa zona e oltre i 1.000 metri; il
reticolo di condutture che li collegherà fra loro e successivamente al Centro
oli di Monte Alpi di Viggiano, e da qui tramite un oleodotto a Taranto,
sicuramente ha un impatto ambientale che è sfuggito ad una valutazione
immediata o perché le singole concessioni sono state chieste prima
dell’entrata in vigore della legge o perché disperse nei meandri
burocratici…
Anche
se le prospezioni in Val d’Agri sono cominciate da tempo e qua e là in
Basilicata vi sono altri pozzi, soltanto da qualche anno, con l’inizio
dell’attività estrattiva, s’è avuta la dimensione dell’intervento sul
territorio che ha anche sfiorato il parco del Pollino e globalmente interessa
(fra estrazioni, sondaggi, concessioni) il 65 per cento della superficie della
Basilicata. Oggi si producono 7.547 barili al giorno, 45mila nel ’98.
Dall’alto,
i paesi sembrano presepi pieni di statue addormentate. Sembrano soltanto perché
le reazioni non sono mancate e vanno prendendo corpo in modo incalzante. La
Soprintendenza ai Beni culturali e ambientali ha sollecitato la Regione a
dotarsi di un Piano generale degli interventi; diciassette Comuni, insieme agli
ambientalisti e alla Legambiente in particolare chiedono la sospensione
dell’attività petrolifera e sollecitano l’istituzione del Parco; iniziative
chiede la Comunità montana “Alto Agri”; la Prefettura di Potenza ha
comunicato ai ministeri competenti le riserve legate all’attività estrattiva
essendo la zona “notoriamente ad elevato rischio sismico” e le stesse
preoccupazioni valgono per costruzione dell’oleodotto. Timori che non sono
solo dettati da motivi sismici e di sicurezza sociale dovuti alla mancanza di
ricaduta occupazionale ma anche dai rischi d’incidente. E poi c’è un
rischio medio accertato degli oleodotti che è del 66 per cento.
Le
preoccupazioni d’inquinamento reale, a parte quello atmosferico che potrebbe
essere del tutto contingente se i pozzi non bruceranno e il petrolio verrà
costretto a viaggiare in condutture, sono per il momento legate alla possibilità
di incidenti e al trattamento dei fanghi, residuo dell’estrazione. Infatti,
con la chiusura qualche mese fa da parte dei Nas dell’unico centro di
trattamento nel comune di Paterno, non si conosce che fine facciano tali
residui.
L’ambiente
dell’alta quota ha una sua vulnerabilità e una rilevanza ecologica tutta
particolare. E’ qui che si formano le riserve idriche per la pianura e nella
zona della Val d’Agri vi sono ben tre invasi che portano acqua fino alla
Puglia…
La
Val d’Agri è un ambiente unico, l’acqua che nasce qui consente alla lontra
di vivere (ormai in uno dei rarissimi habitat rimasti) e permette di nuotare
all’Alborella endemica dell’Italia meridionale (Alburnus
albidus), un pesce d’acqua dolce che si trova solo da queste parti. Ma la
valle è un paradiso anche per le numerose comunità di uccelli rapaci di valore
internazionale: Nibbio reale, Capovaccio, Lanario, Falco pellegrino, Gufo reale.
Sono
questi valori ambientali, insieme agli investimenti finora effettuati nel campo
turistico e agricolo che vanno messi sul piatto della bilancia nella valutazione
costi- benefici rispetto alle estrazioni. La Regione deve scegliere rapidamente
quale modello di sviluppo intende adottare e, se da una parte aumenta del 15 per
cento gli aiuti per l’agriturismo, portandoli complessivamente al 65 per
cento, dall’altro non può permettere che alcuni vigneti della zona di
Viggiano vengano deprezzati del 40 per cento in due anni: una spia d’allarme
sintomatica.
Se
si è arrivati all’esplosione del caso dei pozzi di petrolio ciò è anche
dovuto ad una colpevole mancanza di vigilanza che ha sottovalutato la complessità
dell’intervento estrattivo. Di per sé un pozzo di petrolio è un rettangolo
sul terreno, se circondato dagli alberi ha anche un basso impatto visivo, ma i
danni reali sono i lavori di preparazione, la rete di collegamento, il
deprezzamento dei terreni e delle colture, l’opera di costruzione di strade e
oleodotti, l’alea di rischio. E’ tutto ciò che segna pericolosamente gli
habitat e le attività turistiche.
E’
vero che è previsto il pagamento di royalties a Regione e Comuni (oltre che
allo Stato) per l’estrazione petrolifera, ma sono sufficienti a risarcire
tutto ciò che si perde? E quanto costa la perdita di cultura, lo spreco di
risorse fin qui impiegate? quanto costa la perdita di un habitat? E fra 20 o 40
anni, quando questa ventata petrolifera sarà esaurita cosa resterà della
Basilicata? L’affare petrolio, a conti fatti, può avere ricadute positive
solo fra 50 anni, e se prenderà forma un indotto.
Allora
alla Basilicata si richiede uno sforzo di programmazione che lo Stato non ha
mostrato di saper fare visto che un ministero propone un’area protetta ed un
altro dà concessioni petrolifere. Si deve pensare a ridisegnare il Parco, è
necessario conoscere completamente il piano di estrazione e di sfruttamento
dell’Agip per poter compiutamente operare una pianificazione. Non siamo in
guerra né in Nigeria (anche se ad alcune compagnie piacerebbe tanto), il
petrolio è lì, non evapora. Il tempo di riflettere e saremo tutti più
contenti. Anche i nipoti dei petrolieri.
Ignazio Lippolis
COSTI-BENEFICI/
Una valutazione indispensabile
L’ambiente
è una risorsa da calcolare come le altre
Non si può fare un discorso reale di costi-benefici senza partire da valori concreti. Se può sembrare di primo acchito difficile il calcolo della qualità dell’aria, dell’acqua e in generale di un bene ambientale (anche se più moderni criteri di valutazione del Pil li tengono presenti), forse più accessibili sono le valutazioni considerando punti di riferimento “tradizionali”.
Ebbene
nella zona oltre ad alberghi (in soli 20 km ve ne sono sei), impianti di
risalita e aree storiche, vi sono aree agrarie di pregio. Un ettaro di
seminativo asciutto ha il valore reale di mercato pari a 30 milioni; un ettaro
di seminativo irriguo è valutato 40-45 milioni; un ettaro di pascolo 20 milioni
e un ettaro di frutteto vale mediamente 50-60 milioni.
Sull’altro
piatto della bilancia ci sono le royalties che ovviamente da sole (anche perché
destinate a scopi diversi) non possono bastare. Sono del 7 per cento sulla
produzione ottenuta, di questo il 55% va alla Regione Basilicata (di cui il 20%
alla Puglia come Regione finale in cui avviene il trattamento), il 15% ai Comuni
interessati. Facendo alcuni calcoli sulle future produzioni petrolifere in base
ai dati in nostro possesso, si può dedurre che i vantaggi saranno sì di decine
di miliardi ma insufficienti se non interverrà un reale sviluppo
dell’indotto. E comunque i benefici saranno “visibili” nell’arco di 50
anni. Per queste ragioni la valutazione va fatta globalmente sulla base di una
pianificazione chiara. A questo punto ogni contributo per “illuminare” la
questione sarà utile per tutti. (i. lipp.)
Il rischio terremoto
Un
oleodotto super sicuro?
La provincia di Potenza e buona parte della provincia di Matera sono aree a rischio sismico, quella a maggior rischio, in cui il rilascio di energia è massimo, è lungo l’asse della catena appenninica, nella zona del Volturino. Ma quali pericoli reali vi sono oggi in relazione all’attività di estrazione e in futuro rispetto al reticolo di condutture che trasporteranno l’olio estratto?
I
pozzi petroliferi si trovano ad una profondità di 3-4 km, la sismicità in
genere avviene attorno ai 10 km di profondità. Il petrolio si trova
all’interno di rocce che hanno già un’impalcatura solida, togliere petrolio
non vuol dire che si crei una debolezza. Nel momento in cui viene estratto il
greggio è sostituito con acqua che ha una densità maggiore per cui sulla base
delle conoscenze attuali non ci può essere nessuna relazione fra estrazione e
rischio sismico, anche se si tratta di una materia allo studio. Né pare ci
siano rischi per l’acqua di falda poiché i pozzi vengono istantaneamente
impermeabilizzati.
In
caso di evento sismico entrano in azione le valvole di sicurezza che bloccano
immediatamente il flusso. Il discorso sulla sicurezza a questo punto si sposta
sulla tecnica di costruzione degli oleodotti. Considerando quindi che il rischio
sismico della zona può arrivare anche a magnitudo 7,5-8 (il terremoto dell’Irpinia
fu di 6,9) il coefficiente d sicurezza degli impianti dovrà essere più alto di
questa soglia.
Quanto
inquina un pozzo
Quanto inquina la fiammella di un pozzo petrolifero? E’ praticamente impossibile rispondere a questa domanda perché occorre conoscere parametri precisi che le compagnie sono restie a fornire e che nel caso della Basilicata non abbiamo. Tuttavia, certamente inquina.
Intorno
alla centrale di Monte Alpi di Viggiano una centralina mobile del Presidio
igiene e prevenzione ha rilevato per il biossido di azoto valori superiori a
quelli consentiti e punte di valori anche quattro volte più alti rispetto a
quello consentito per il biossido di zolfo. Per quest’ultimo inquinante il
valore previsto per l’Europa dall’Oms (Organizzazione mondiale della sanità)
è di 50 mg/mc (microgrammi su metrocubo) come concentrazione media annua.
L’orientamento
europeo per “l’ecolimite”, che è l’indicatore previsto per la
protezione dell’ecosistema, è di 20 mg/mc come media annuale e per il periodo
invernale.
Siamo
quindi su valori ancora più restrittivi.
Val d’Agri
Un
vero tesoro di 180mila ettari e 35 comuni
Il bacino dell’Agri è situato nel cuore della catena appenninica della Basilicata e copre circa 180mila ettari.
Si può dividere in tre parti. La prima a monte della diga del Pertusillo, comprende 12 comuni e ricopre 50mila ettari. La seconda ricopre l’area che dalla diga del Pertusillo va verso la confluenza fra i fiumi Agri e Sauro, 17 comuni e 80mila ettari. Infine, la parte più bassa, la fertile pianura metapontina, 6 comuni e 50mila ettari.
I
NUMERI
Il giacimento Riserva di olio combustibile: 39,7 milioni di metri cubi pari a 250milioni di barili. Olio recuperabile: 13,5 milioni di mc pari a 85 milioni di barili. Riserva di gas: 3,1 miliardi di mc.
La superficie 18 permessi d ricerca su 425.321 ettari. 28 concessioni di coltivazione su 237.350 ettari per un totale di 662.671 ettari dell’intera Basilicata (circa il 65%) Nel ’96 ulteriori richieste per circa 100 pozzi.
Centro oli di Monte Alpi Occupa 8 ettari. Chiesti altri 7 ettari.
I pozzi 19 pozzi realizzati, 5 produttivi, 14 in attesa di sfruttamento, 30 entro il 2000, 48 previsti, 200 a regime.
Quanto petrolio oggi 7.547 barili al giorno (1.200 mc), 45mila barili nel ’98, 80-85mila barili nel 2000 (pari al 10% del fabbisogno nazionale). Si prevede di arrivare al 56% del fabbisogno italiano.
Quanto gas 300mc al giorno, 3 milioni di metri cubi a regime.
L’oleodotto 136 chilometri (96 in Basilicata). Capacità di 100-150mila barili al giorno.
Le Compagnie British Gas, Enterprise, Edison Gas, Fina, Lasmo, Mobil, Texaco.
Tre
domande all’Agip
Per poter effettuare un serio esame costi-benefici occorre avere dati reali. Quelli che pubblichiamo nella scheda sopra sono stati ricavati da relazioni, interrogazioni e altre fonti, per saperne di più abbiamo rivolto all’Agip tre interrogativi che sono rimasti finora senza risposta.
1. Cosa prevede a regime il piano di estrazione dell’Agip? Quanti pozzi vi saranno in totale? Quanti ettari saranno utilizzati? E per quanto tempo?
2. La zona delle trivellazioni è altamente sismica e franosa, che tipo di accorgimenti sono stati adottati sia durante l’estrazione sia relativamente alle condutture di collegamento fra i pozzi?
3.
I pozzi si trovano nella stessa zona in cui vi sono invasi che
forniscono acqua alla Puglia, quali controlli sono stati attivati per
monitorare l’inquinamento idrico e quello atmosferico?
LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO 30 settembre 1997
La
cattiva gestione di Pozzi e oleodotto potrebbe portare al disastro
ambientale. Difficile che accada, ma non impossibile
Petrolio,
scene da un’apocalisse
Uno studio dell’Ateneo rivela le possibilità di blow out in Val d’Agri
Scene
da un’apocalisse ambientale: “pioggia” di petrolio che inonda il terreno,
l’aria satura di gas irrespirabile, fiamme che si levano altissime. E’ ciò
che potrebbe accadere in Val d’Agri, in caso di un malaugurato incidente ad
uno dei pozzi di petrolio in esercizio.
Tecnicamente, si chiama blow out. Praticamente è un vero e proprio disastro ecologico, provocato da pressioni incontrollabili che spingono gli idrocarburi in superficie. In Val d’Agri, dicono autorevoli tecnici, è difficile che possa verificarsi un caso del genere, perché pressioni e temperature in gioco non sono eccessivamente elevate. Ma neppure impossibile. Nel 1994, a Trecate, nei pressi del parco del Ticino, un pozzo dell’Agip andò incontro al temuto blow out. La fuoriuscita di olio, in quel caso, fu di circa 13.000 metri cubi, quella di gas di circa 1 milione di metri cubi. Secondo i dati forniti dall’Agip l’area interessata dall’incidente fu di 1.500 ettari. Secondo gli ambientalisti si trattò di 4.000 ettari. E le moderne tecniche di bonifica ambientale non sono servite a recuperare totalmente quei terreni all’agricoltura. Senza contare l’inquinamento delle falde idriche circostanti. Dopo l’incidente, per di più, venne accertata per diversi giorni un’elevata concentrazione di idrocarburi non metanici nell’aria. Si tratta di agenti inquinanti pericolosissimi per la salute dell’uomo. In Val d’Agri, secondo gli esperti, un incidente del genere, proprio in virtù delle più basse pressioni rispetto al pozzo di Trecate, avrebbe conseguenze meno disastrose. La pressione interna del giacimento, infatti, nel nostro caso, potrebbe essere più facilmente contrastata. Ciò non significa, però, ammettono gli stessi tecnici, che il rischio sia escluso. E gravi sono anche i rischi connessi alla costruzione dell’oleodotto Viggiano - Taranto. In questo caso i problemi maggiori potrebbero verificarsi in seguito alla fuoriuscita di petrolio dalla condotta, come accadde a Borgofranco di Ivrea, sempre nel 1994. L’incidente, in quel caso, provocò anche un incendio. Gli idrocarburi inquinarono un’area di circa 4.000 metri quadrati. Per non parlare delle esalazioni irrespirabili che saturarono l’atmosfera per alcuni giorni. E se per quanto riguarda il rischio di blow out l’opinione degli esperti è, in qualche modo, rassicurante, la questione oleodotto si presenta molto più “spinosa”. Incidenti di questo tipo potrebbero verificarsi in Vai d’Agri con danni anche maggiori, perché l’oleodotto Viggiano - Taranto è dimensionato per pressioni di esercizio molto forti. E’ l’opinione di autorevoli tecnici, discussa anche in un seminario sulla bonifica dei terreni inquinati da idrocarburi, promosso dall’Università degli studi di Basilicata.
C’e, poi, da considerare un altro fattore di rischio, imprevedibile: quello sismico. La Valle dell’Agri è classificata come territorio ad alto rischio sismico. Ciò vuol dire che si prevede la possibilità che in quella zona si verifichino terremoti di magnitudo pari al sesto/settimo grado della scala Rikter, con effetti devastanti sulle strutture e infrastrutture presenti. E, a detta degli esperti, il campo petrolifero interessa particolari formazioni del sottosuolo, dette faglie sismogenetiche, che potrebbero accelerare processi distruttivi in caso di terremoto.
Uno scenario che diventa ancora più preoccupante se si considera che la Val d’Agri è un territorio densamente popolato, con un’agricoltura e una zootecnia molto sviluppate e che, dulcis in fundo, dovrebbe diventare un parco nazionale. E il decreto istitutivo è stato rimandato già due volte. Circostanza che, tra l’altro, non ha mancato e non manca tuttora di suscitare forti polemiche sul difficile connubio tra oro nero e oro verde.
Giovanna Laguardia