Home » Nucleare, Osservatorio Ambiente - 19 aprile 2010

È il deposito unico nazionale di scorie quello in fase di realizzazione all’Itrec di Rotondella?

Lo chiede la OLA (Organizzazione Lucana Ambientalista) sulla base delle dimensioni dell’impianto di cementificazione di 6000 metri cubi e del relativo edificio/deposito di quattordici mila metri cubi, per un totale di ventimila metri cubi adatti ad un sistema di stoccaggio di combustibile irradiato e di rifiuti radioattivi in fase avanzata di realizzazione nell’area di ricerche della Trisaia. Una dimensione sicuramente eccessiva per le dimensioni dei rifiuti nucleari di I, II e III categoria già presenti nel centro ricerche di Rotondella. Il sospetto nasce anche dalla lettura del recente Decreto legislativo n° 31 del 15 febbraio 2010 sulla disciplina della localizzazione e dell’esercizio nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia elettrica nucleare, di impianti di fabbricazione del combustibile nucleare, dei sistemi di stoccaggio del combustibile irraggiato e dei rifiuti radioattivi, nonché misure compensative e campagne informative al pubblico a norma dell’art. 25 delle legge n° 99 del 23 luglio 2009. Nel quale Decreto legislativo n° 31 balza subito agli occhi l’analogia con quanto in fase di realizzazione all’Itrec di Rotondella, vista l’ipotesi di realizzazione del deposito nazionale all’interno di un più ampio parco tecnologico che conterrà anche un centro di ricerca sul trattamento delle scorie nucleari.

In pratica è la fotografia del centro ricerche sul fiume Sinni, all’interno del quale, ricordiamo, sono “ospitate” le famigerate 84 barre di Elk River. La procedura individuata dal decreto legislativo 31 per la localizzazione del sito unico di scorie radioattive non lascia molti spazi alle volontà locali. Prevede infatti che il Ministero dello Sviluppo Economico sottoponga l’ipotesi alla Regione interessata, che, a sua volta, deve sentire il Comune. Se non si raggiunge l’intesa in 60 giorni, si provvederà prima alla costituzione di un Comitato interistituzionale e poi, in assenza nuovamente di un accordo, si procederà con un decreto del Presidente della Repubblica, previa deliberazione del Consiglio dei Ministri allargato alla partecipazione del presidente della Regione interessata. Partecipazione che al di là degli intenti e delle vere volontà, sarà di minoranza. Occhi puntati, dunque, sulla Trisaia. E soprattutto sull’appalto per la realizzazione dell’impianto di cementazione di 6 mila mc. di una soluzione liquida radioattiva denominata “Prodotto Finito” e dell’edificio deposito di 14 mila mc., per lo stoccaggio temporaneo di manufatti cementati e del cask. Il cask è un contenitore speciale, un sarcofago che servirà per mettere in sicurezza 64 delle 84 barre di Elk River,  altamente radioattive. Le altre 20 barre sono state riprocessate, parte in rifiuti radioattivi di II categoria, già solidificati, e parte è diventato nuovo combustibile, uranio-torio, che nell’appalto in questione è stato chiamato “prodotto finito”. Tranne le scorie del riprocessamento che sono di II categoria, stiamo parlando di rifiuti radioattivi di III categoria, la più pericolosa, il vero motivo di contestazione alla presenza dell’Itrec nel territorio lucano.

Perché di fatto evitano sia che la Trisaia di Rotondella possa essere declassata per pericolosità (evitando ai lucani il rischio di un deposito unico di scorie nucleari) e sia che possa partire una riconversione totale del sito, magari per le energie rinnovabili. Molte le contestazioni all’appalto della Sogin preventivati per un totale di spesa di 48 milioni di euro iniziali (secondo la OLA, il consuntivo finale di questa spesa vedrà sicuramente un importo finale triplicato): vanno dal possibile evento accidentale di rilascio nell’aria di sostanze radioattive (lo studio dei venti è vecchio di 48 anni); al rischio di inondazione per tracimazione dell’invaso di Monte Cotugno e di subsidenza da perforazioni petrolifere attuate nell’area e non calcolati nella Via; alla definizione insufficiente degli inquinanti prodotti dal processo di trattamento dell’Icfp, Impianto di cementazione liquidi ad alta attività. L’Icfp, una linea per mettere in sicurezza i liquidi radioattivi, cementificandoli, verrà realizzato nel capannone di 6 mila mc. (funzionerà solo per 60 giorni?). Producendo “al massimo 120 fusti da 400 lt. cadauno per un totale di 480 mc., tutti disposti in pila da tre ad occupare non più di complessivi 3200 mc.”. Da qui i dubbi su uno stoccaggio che appare tre volte superiore al necessario e i timori che serva per nuove scorie di nuove centrali nucleari o per il combustibile riprocessato in Francia e che entro il 2017 dovrà rientrare in Italia.

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One Comment »

  • Centrali nucleari, la Basilicata è in pericolo said:

    [...] della Sogin S.p.A. (SOcietà Gestione Impianti Nucleari), rilasciate in risposta ad alcune perplessità sollevate dall’Organizzazione Lucana Ambientalista, non convincono nessuno, se non qualche amministratore o presidente di Regione, ancora convinti di [...]

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