Nel "mare
magnum" dellodierna devastazione dei boschi meridionali,
la notizia di un censimento dei "boschi vetusti" si
presta a diversi commenti, ma anche ad inevitabili ma istruttivi
paragoni. I corsi e ricorsi storici ci informano come l'ultima
quotizzazione post-unitaria abbia contribuito a distruggere
le primigenie foreste dellAppennino meridionale.
In realtà
il fenomeno delle quotizzazioni demaniali nascondeva, in molti
casi, la cessione dei boschi ai padroni del vapore e agli speculatori
delle ferrovie. Le cronache parlamentari di eminenti onorevoli
meridionalisti citano lesempio del Bosco di Monticchio
in Basilicata, che dopo essere stato espropriato agli ordini
religiosi fu ceduto, con un forte ribasso dasta, agli
speculatori delle banche francesi e di quelle svizzere a cui
il governo italiano si era rivolto per dare liquidità
al nascente capitalismo del nord. I boschi resero possibile
la costruzione delle traversine ferroviarie e la legna residua
venne utilizzata per produrre carbone vegetale. Lauspicio
odierno è, quindi, di veder salvaguardare le residue
vetuste foreste. Non certo vorremmo il loro nuovo
sfruttamento commerciale, in un panorama ambientale segnato
da una potente lobby della motosega, mentre sono noti gli effetti
dei cambiamenti climatici globali sul fondamentale ruolo equilibratore
che rivestono i boschi dellAppennino meridionale per contrastare
gli effetti locali del clima a queste latitudini. La cosiddetta
filiera del legno inventa un nuovo combustibile denominato pellets,
se di piccole dimensioni, che prende il nome di cippato
vergine se di maggiore dimensione.Lopportunità
di questa trasformazione viene offerta dagli incentivi pubblici
per luso di energie alternative che guardano allo sfruttamento
industriale delle foreste considerate serbatoio di CO2
in alternativa alle fonti fossili ed al petrolio.
Lutilizzo
del pellets e del cippato vergine avviene in grandi centrali
a biomassa (se ne sono previste sino a 40 MW di potenza), costruite
ovunque nel sud da grandi imprese energetiche e in piccole caldaie
domestiche, nonostante lallacciamento al gas che ha reso
possibile la ricomposizione delle estensioni forestali in Italia
distrutte nellottocento ma anche dal taglio forestale
illegale che ancora viene praticato nei continenti americani,
europei ed asiatici che rifornisce legno alloccidente
industrializzato. Scomparsa la tradizionale impresa boschiva,
nata dalla ottocentesca saga della carbonella, per
molti decenni considerata in Italia il combustibile dei poveri,
le industrie energetiche fanno affidamento sui laureati e laureandi
nel settore forestale che hanno incrementato una domanda specializzata
di lavoro ed una legislazione regionale che lega, con una sorta
di catena distruttiva, il compenso professionale allo sfruttamento
intensivo e produttivo delle foreste. Il nuovo martello forestale
con il simbolo delle istituzioni regionali ha sostituito quello
storico in dotazione al Corpo Forestale dello Stato relegato
a cimelio, delineando, in questo passaggio, anche una diversa
finalità. Per giustificare socialmente o per compensare
il taglio forestale all'interno del Demanio ricadente anche
allinterno di aree protette, in alcune regioni come la
Basilicata, notoriamente ricca di boschi, si sono stilate classifiche
dei "poveri" (o piuttosto nuovi clienti della politica?)
che possono accedere gratuitamente ai benefici derivanti dal
taglio del bosco. Preoccupa il ricorso a questi metodi, per
certi borbonici, con cui le istituzioni tenderebbero a giustificare
dal punto di vista sociologico i tagli forestali, in assenza
di moderne politiche per le aree protette e di quelle forestali,
oggi esautorate per fare spazio allo sfruttamento industriale
del bosco. Non è infatti raro veder martellati
e poi segati alberi secolari, all'interno delle aree protette
e nel demanio regionale ereditato dallo Stato proprio per gli
scopi di tutela. La classificazione di "deperiente"
o "legna secca" viene troppo spesso abusata per giustificare
interventi di ben più vasta portata. Si apprende così
che sono oltre 540 i bisognosi residenti autorizzati
a far legna nella Foresta Demaniale Regionale di Lagopesole
(171 beneficiari), nella Foresta Demaniale Regionale Grancia
Caterina (49 beneficiari per legna secca ed in piedi), nella
Foresta Demaniale Regionale Fossa Cupa (88 beneficiari tra le
varie categorie di prelievo), nella Foresta Demaniale di Rifreddo
(90 beneficiari tra varie forme di prelievo), nella Foresta
Demaniale Regionale Bosco Grande (140 beneficiari). Gratuitamente
e per quantità imprecisate di legname secco, in piedi
e concesso in altre forme, questi poveri o presunti tali contribuiranno
ad avvallare la nuova svendita del patrimonio forestale di ben
più gravi proporzioni a vantaggio delle industrie energetiche
in un capitalismo neo-feudale. Per le foreste sono stati redatti
ed approvati Piani di Assestamento Forestale (che sono pur sempre
piani economici di taglio, ché ne dicano i laureati in
scienze forestali!) assegnati in lotti per il taglio alle imprese
che, non si sa se hanno versato nelle casse dei Comuni o in
quelle regionali, i relativi importi di concessione. O forse
si è concesso gratuitamente il taglio dei boschi deperienti,
così come si è fatto per gli estrattori fluviali
per il servizio reso alla collettività per aver ripristinato
lofficiosità fluviale, un termine che definisce
loperazione dufficio gratuita finalizzata a toglier
pietre dallalveo ostruito dei fiumi? Dietro queste pubbliche
officiosità vi si potrebbero vedere altri
scopi, certamente non di beneficenza!. Le Foreste Demaniali
Regionali, pari a circa 14.000 ettari in Basilicata, secondo
la Lr.28/94 in materia di aree protette dovevano costituire
il Demanio Naturalistico Regionale per la successiva istituzione
di Aree Protette. In alcuni casi, come nel Comune di Orsomarso,
nel parco nazionale del Pollino, in cambio di poche decine di
migliaia di euro allanno, i boschi della Valle del Lao,
saranno affidati dal Comune in gestione a società del
nord specializzate per la produzione di bio-pellets per la vicina
mega centrale del Mercure o destinati ad usi definiti ecologici.
Questa operazione
viene giustificata per far quadrare il bilancio in rosso di
un comune dellAppennino che deve lottare contro lo spopolamento,
mentre la gestione di un parco nazionale che esiste solo sulla
carta non provvede ad indennizzare il mancato taglio, così
come consentirebbe di fare la legge nazionale in materia di
aree protette, incentivando luso sociale del bosco, inteso
come bene collettivo.Ed allora, come si giustifica laccademico
ricorso ai censimenti dei boschi vetusti, agli inutili elenchi
di specie rare e minacciate ed alla tutela dei parchi declamata
solo sulla carta? Potremo ancora annoverare nei boschi dellAppennino
le ormai sparute e secolari querce, testimonianza di quello
che una volta costituivano i "boschi veri", cancellati
per sempre non solo dalle carte forestali? Spariranno anche
i rari e meravigliosi aceri ricci, gli endemici acer lobelii,
gli ombrosi faggi e le profumate roveri, testimonianza delle
diversità biologica del nostro Appennino e polmone verde
del Mediterraneo?
[www.pandosia.org]