Home » Nucleare - 8 maggio 2010

Nucleare, barre di Elk River: restituzione agli Stati Uniti e ruolo delle Istituzioni

[di Movimento NoScorie Trisaia] Gli Stati Uniti a fine marzo di quest’anno hanno raggiunto un accordo con l’India per il ritiro delle scorie radioattive derivanti da impianti nucleari civili, a seguito di lavorazione del combustile nucleare (quindi trattamento o riprocessamento). Perché tutto questo non vale per l’Italia ed in particolare per le barre americane di Elk River riprocessate presso il centro nucleare della Trisaia? Per ironia della sorte l’India è l’unica nazione al mondo che utilizza anche il ciclo uranio-torio proprio come l’impianto Itrec di Rotondella.

Dopo il 2003 il movimento antinucleare lucano fece notare alle istituzioni che esisteva un contratto di lavorazione sulle barre di Elk River (custodite all’Itrec) degli anni Sessanta, il quale prevedeva la restituzione del prodotto finito e dei residui di riprocessamento (ciclo uranio-torio) ai legittimi proprietari americani. Allo stesso modo in cui contrattualmente l’Italia ha mandato a riprocessare il combustibile della centrale di Caorso in Francia e che dovrà ritornare nel 2017 con maggiori quantità di rifiuti residui del riprocessamento. Cosa che non è avvenuta per le barre di Elk River dell’Itrec poiché la Sogin SpA disse che non esisteva in Francia una tecnologia per riprocessare il ciclo uranio torio. La Sogin, inoltre, affermò che l’ex CNEN aveva acquisito il diritto di proprietà di queste barre, mentre ci fu negli anni Novanta una causa indetta dal governo italiano contro gli USA e giudicata dal giudice Stanley Sporkin sulla restituzione delle barre. Il giudice americano non volle affrontare la questione da un punto di vista giuridico e rimandò la controversia a una questione diplomatica tra i due Stati.

Gli antinuclearisti americani sulla questione, invece, sono più che convinti che se l’Italia si fosse appellata al giudizio del giudice Sporkin avrebbe vinto la causa. Dal 2003 ci sono state diverse interrogazioni parlamentari sulla restituzione delle stesse barre agli Stati Uniti. Ci fu anche un tentativo d’interessamento della Regione Basilicata, ai tavoli della trasparenza, verso il governo nazionale prima governato da Berlusconi e poi da Prodi senza giungere a nulla. Lo stesso generale Jean ipotizzò una restituzione delle barre nel piano americano di recupero del materiale strategico potenzialmente utilizzabile per la costruzione di bombe definite “sporche”, ma senza giungere a nulla. Non a caso le stesse barre sono definite nel contratto americano “weapons grade” ossia “grado di armi”. Fatto sta che se le barre di Elk River venissero restituite all’America con i residui radioattivi di III categoria il sito di Trisaia si declassa e si presta da subito a una riconversione produttiva in attività eco-industriali, di ricerche e in una scuola per le energie rinnovabili. Nel Minnesota, nella centrale nucleare di Elk River, sono stoccate altre 200 barre uguali a quelle custodite nel centro della Trisaia di Rotondella. L’Italia inoltre è presente nel contingente NATO e sarebbe più facile ritirare eventuale materiale militare strategico, visti i programmi internazionali di riduzione degli armamenti atomici. La Sogin, inoltre, ha instaurato ottimi rapporti con gli USA con l’omonima americana Energy Solutions per il trattamento delle scorie italiane di alcuni siti nucleari italiani che saranno trattate in America. La messa in sicurezza delle barre di Elk River e dei liquidi ad alta attività derivanti dal riprocessamento costerà al contribuente qualcosa come 48 milioni di euro.

Perché mai gli Stati uniti non dovrebbero collaborare con l’Italia anche da un punto di vista economico e rispettare un eventuale contratto stipulato sul combustibile nucleare? Le Istituzioni, Regione e parlamentari con qualche sforzo in più approderebbero sicuramente a migliori risultati affinché gli Stati uniti si riprendessero le barre di Elk River visti tutti i fattori contingenti favorevoli alla causa. Allo stato attuale le barre di Elk River, invece, pesano come un macigno e creano un pericoloso precedente per candidare il sito di Trisaia a sito provvisorio definitivo per la III categoria dei rifiuti radioattivi (quelli più pericolosi), poiché il capannone che vuole realizzare Sogin in Trisaia per la III categoria (previsto dalla procedura di V.I.A ora al vaglio del ministero dell’Ambiente) è sovradimensionato per le reali necessità.

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