Home » Petrolio - 3 settembre 2010

Cartoline dai pozzi di petrolio

Aree protette e patrimoni dell’umanità: i cacciatori di oro nero a spasso con la trivella per le meraviglie del Belpaese. Progetti presenti e futuribili, dai parchi della Basilicata alle vette dolomitiche. Nella nostra bella Italia, i luoghi più importanti dal punto di vista paesaggistico e naturale, e quindi i più tutelati, hanno davvero qualcosa di irresistibile: oltre ai villeggianti sono in grado di attrarre a sé anche le risorse energetiche. E di conseguenza pure gli speculatori di mezzo mondo, attirati come pesci all’esca, senza che ci sia un amo ad acciuffarli. Le riserve di petrolio che giacciono sotto i nostri piedi paiono, ahimè, segnalate proprio dalle bellezze che le sovrastano, vedi le isole Tremiti ed Egadi, ancora seriamente minacciate dalle trivelle multinazionali. E le notizie di colossi che vogliono sforacchiarci lo stivale non sembrano terminare, nonostante la bassa qualità e quantità dell’oro nero italiano e il vincolo paesaggistico che dovrebbe costituire un palese impedimento.

Caso esemplare è quello della Basilicata, la Regione petrolifera del Paese, per la quale l’assessorato all’Ambiente non sembra farsi troppi scrupoli, avendo autorizzato durante l’estate la messa in produzione del pozzo Cerro Falcone 2, di proprietà Eni così come altri che il cane a sei zampe e la Shell posseggono sul territorio lucano. Non volendo farsi mancare niente, la cornice interessata è quella di Calvello, provincia di Potenza, all’interno del Parco dell’Appennino lucano Val d’Agri Lagronegrese.

Uno scempio contro cui ha nuovamente alzato la voce l’OLA (Organizzazione lucana ambientalista), che ha ricordato l’esposto indirizzato al Ministero dell’Ambiente in cui si denunciava l’irregolarità del pozzo, fuori dalle normative nazionali e comunitarie sull’habitat e per giunta ubicato ad appena un centinaio di metri da una sorgente, quella del fiume Abete, già oggetto di due sequestri giudiziari per via dell’inquinamento petrolifero subito.

Al dicastero della Prestigiacomo, la Ola chiede di sospendere l’autorizzazione regionale per il Cerro Falcone 2, pozzo che dovrebbe essere chiuso (anche l’Ue si è detta contraria) e che invece si riavvia a pompare petrolio, compromettendo un’area protetta, nonché le falde acquifere, sottoposte alle fratture idrauliche conseguenti alla trivellazione. Dalle falde del Sud alle vette del Nord. Cioè, da una storia in pieno corso a un’avveniristica e inquietante prospettiva. A renderne conto è stato uno degli ultimi numeri de Il sole 24 ore, con un articolo che individua l’ultima frontiera della caccia all’oro nero in un fiore all’occhiello su cui è impresso il marchio Unesco “Patrimonio dell’umanità”: le Dolomiti.

Da due anni, apprendiamo dal giornale economico, un ricercatore di Geoscienze, sta studiando, finanziato dall’Eni, le “piattaforme carbonatiche”, formazioni rocciose presenti sulla catena, molto importanti per la ricerca petrolifera poiché indicano la presenza di giacimenti e utili per capire la profondità della loro ubicazione.

Il problema è stabilire come e dove penetrare la montagna. Almeno per le compagnie. Per noi, il problema è invece proprio la possibilità che le Dolomiti possano essere sventrate. Forse la svendita del nostro territorio prevede anche gioielli di famiglia dall’insospettabile colore nero petrolio. [di Diego Carmignani, tratto dal quotidiano Terra del 3 settembre 2010]

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