Dossier: La Basilicata avvelenata dalla mala-politica
[Prefazione di Marco Cappato, segretario dell'Associazione Luca Coscioni] Le pagine del radicale Maurizio Bolognetti nascono come “legittima difesa”, dove questa espressione ha tre significati, dei quali solo uno fa sorridere. C’è, infatti, un po’ da difendersi da uno stillicidio di sms ed email, segnalazioni di video ed articoli, di inchieste e dichiarazioni, di nomi e di fatti che Maurizio fa cadere con frequenza implacabile, di giorno e di notte su di noi, i suoi compagni. Essendo tra questi, ho ritenuto di “difendermi” così, proponendogli di trasformare la mitragliata di messaggi in un’unica bomba, un’unica opera dove ogni vicenda fosse comprensibile anche a chi aveva perso le puntate precedenti. Una versione – che fa seguito alla relazione sollecitata da Marco Pannella per il Congresso di Radicali italiani del Novembre 2009- è qui pronta. Ed è una bomba contro la folle mediocrità di chi lascia una terra morire in silenzio, con i suoi fiumi, i suoi laghi e i suoi… rifiuti. Infatti, gli altri due significati della “legittima difesa” non fanno venir voglia di scherzare. Perché soltanto se la narrazione dei fatti sarà conosciuta e divulgata diventerà più difficile minacciare ed offendere Maurizio Bolognetti, intercettarlo e sorvegliarlo, perquisirlo e sequestrargli i pochi strumenti del suo lavoro. La “legittima difesa” di Bolognetti, dunque. Ma ne va menzionata una terza, che è quella pericolosa, perché è l’unica che non è ancora cominciata: la legittima difesa di un popolo, quello lucano, da un ceto dirigente corrotto ed incapace, obbligato dai propri stessi imbrogli a massacrare l’ambiente assieme alle regole e alla verità. “A che punto siamo a Tito scalo?”. Questa è la domanda che mi verrebbe sempre da usare per rispondere agli sms di Maurizio. Perché un anno fa ci siamo stati insieme a Tito Scalo. Siamo andati in piazza con l’amplificatore a gridare della bonifica mai effettuata, della vasca dei fosfogessi, dei controlli mancati, dei dati nascosti, dei soldi andati in fumo, dell’omertà dei vertici istituzionali regionali, dei verbali ministeriali che facevano da prova delle nostre denuncie. Non c’erano le folle, ma qualche decina di persone sì. Più quelle sedute fuori dal bar, o sulle panchine ancora più lontane, che ascoltavano, anche se non dovevano farne troppa mostra. Più quelle che hanno ricevuto – forse, se le Poste non l’hanno mandato al macero – il nostro giornale, spedito a tutti i capifamiglia di Tito, che raccontava quello che stava accadendo alla terra che abitano. Eppure, dopo qualche pacca sulle spalle, qualche messaggio, qualche parola di incoraggiamento, più nulla. Maurizio mi spiega che invece altrove hanno reagito, si sono mobilitati e dati da fare. In questi casi però accade troppo spesso che di Bolognetti sia riconosciuto qualche merito, a patto di provare a cancellare la sua identità radicale. Il che, non essendo lui un tipo accomodante, diventa poi necessariamente anche cancellare lui. E infatti non gli è stato possibile, nel marzo 2010, nemmeno candidarsi con la Lista Bonino-Pannella, in mezzo a un esercito di candidati, per le elezioni regionali in Basilica. Hanno provato ad aiutarlo, ad aiutarci, gli abitanti di Tito Scalo, almeno quelli che non potevano dire di non sapere? E quelli di tutti gli altri luoghi e siti infetti e avvelenati che sono scandagliati in queste pagine? Mi fermo qui. La legittima difesa nostra – dei destinatari degli sms di Maurizio – è già fallita. La potenziale bomba di ragionevolezza che la sua fatica potrebbe fare esplodere ha aumentato invece che diminuire l’intensità della smitragliata di messaggi. Il che fa ben sperare per la seconda difesa, la sua: infatti, se non avete notizie da Maurizio, e magari nemmeno dalla forza più discreta di sua moglie Maria Antonietta, allora c’è da preoccuparsi davvero. Per il terzo fronte, quello della grande bonifica politica e ambientale, non c’è spazio per ottimismi e disperazioni. Solo non stanchiamoci di cercare quel popolo che potrebbe realizzarla. Non stanchiamoci di chiedere “a che punto siamo a Tito scalo?”.
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“LA BASILICATA AVVELENATA DALLA MALA-POLITICA”
di Maurizio Bolognetti
[Introduzione dell'On.Elisabetta Zamparutti, Membro della Commissione Ambiente della Camera] Esiste in Italia una congiura del silenzio sui delitti commessi dalla classe politica che riguarda certamente anche la situazione lucana. Da parlamentare Radicale “eletta” in questa Regione ritengo questo un fatto da analizzare innanzitutto con il PD per decidere se superarlo. La Basilicata è per me un banco di prova dell’idea che abbiamo di Governo del Paese, del modello di sviluppo economico ed energetico che intendiamo perseguire. Parliamo di una Regione tra i primi posti in Italia per decessi da malattie tumorali, la cui incidenza è in costante crescita rispetto al resto del Paese. Parliamo di una Regione dove la sovrapposizione tra ente controllore e controllato, certamente in materia ambientale, è una costante. Sarà anche per questo che l’Arpab, l’ente preposto ai controlli ambientali regionali, di nomina regionale, pur dicendo di effettuare i monitoraggi non li rende pubblici impedendo interventi tempestivi in materia di rischi ambientali. Penso alla Trisaia di Rotondella, alle 2,7 tonnellate di rifiuti radioattivi ad alta attività qui stoccati, dove l’ente gestore, la Sogin, ha operato e probabilmente ancora opera in regime di sostanziale autocontrollo e con l’Arpab che si limiterebbe a convalidarne i dati. Penso alla Val d’Agri, ai suoi 55 pozzi in produzione esentati finora dai controlli dell’istituendo (da 12 anni!) “Osservatorio ambientale sulla Val d’Agri” che sarà comunque al soldo dell’ENI, società protagonista dell’attività estrattiva. Penso al silenzio tenuto per almeno un anno dall’Arpab (2008-2009) sul fatto che l’inceneritore Fenice immette mercurio e altre sostanze cancerogene nel fiume Ofanto e che comunque, prima durante e dopo il periodo di omertoso silenzio dell’ente regionale di controllo, nessuno ha provveduto a far fermare. Penso a come, nonostante il monitoraggio dell’Arpab, le analisi sulle acque del Pertusillo, di Monte Cutugno, della Camastra e di Savoia Lucania – invasi che riforniscono acqua sia per usi potabili che irrigui – realizzate in forma assolutamente indipendente, grazie al contributo di Radicali Italiani, Associazione Luca Coscioni e Nessuno tocchi Caino, da Maurizio Bolognetti con l’ausilio del tenente di polizia Giuseppe di Bello, abbiano evidenziato un grave inquinamento di origine biologica per la presenza di colibatteri fecali (dovuta a cattivo funzionamento dei depuratori) e di origine chimica per la presenza di bario e boro (dovuta probabilmente alle perforazioni petrolifere). Lascia interdetti la tempestività della magistratura lucana che, attenendosi ai soli dati Arpab e senza alcuna verifica su quanto emerso dalle contro-analisi, ha messo sotto processo per aver divulgato i dati dell’inquinamento delle acque degli invasi lucani chi quelle contro-analisi ha voluto e fatto e che nulla si sa invece delle numerose denunce in merito alle situazioni ambientali del sito di bonifica di Tito Scalo, dell’inceneritore Fenice e della Val Basento presentate da Maurizio Bolognetti. Saranno solo le immagini dei pesci che galleggiano morti in acque putride o quelle dell’alga rossa che sta proliferando nel Pertusillo – non per il calore, come ha asserito l’Arpab, ma per l’inquinamento – a testimoniare almeno di fronte all’opinione pubblica (perché poi un conto sono le verità processuali, altro sono le verità storiche) chi aveva ragione? Credo di no, anche se sappiamo bene che in questa Regione come in questo Paese tutto opera affinché noi Radicali, e con noi le istanze di legalità e trasparenza, si possa arrivare solo fino a un certo punto e non oltre. Ma noi ci rivolgeremo alle sedi di denuncia e giurisdizione sovranazionali per chiedere il rispetto di quanto stabilito dai patti internazionali sul diritto al “libero accesso alle informazioni, alla partecipazione ai processi decisionali e all’accesso alla giustizia in materia ambientale” (art 1 Convenzione di Aarhus ratificata dall’Italia con legge n. 108 del 16 marzo 2001). Ma intanto chiedo: fino a quando Vincenzo Sigillito deve restare a presidiare più che presiedere l’Arpab? Fino a quando le denuncie sulle mattanze da Tito Scalo alla Val Basento resteranno nei cassetti delle procure? Fino a quando la voce di Maurizio Bolognetti dovrà restare una voce fuori dal coro, non perché sia stonata, ma perché evidentemente segue uno spartito del tutto diverso e alternativo?








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