Pozzo “Policoro 001”. Il primo di una serie di incidenti petroliferi in Basilicata che durano da anni
Un grande boato, poi una fiamma alta decine di metri, visibile di notte da grande distanza. Ricordano così i testimoni dell’epoca questo evento che, molto dopo, si seppe essere stato un incidente. Il pozzo Policoro 001 può essere considerato il decano dei pozzi incidentati in Basilicata, riportato come tale dall’UNMIG, anche se mancano i dati su possibili altri incidenti con la Basilicata che vede ben 471 pozzi di idrocarburi censiti (270 in provincia di Matera e 201 in provincia di Potenza). Nulla si conosce su possibili incidenti su gran parte dei pozzi realizzati in Val Basento nel periodo compreso tra il 1950 e il 1990 che testimoni locali riferiscono esserci stati. Mancano dati su come siano stati trattati le tonnellate di reflui, acque di strato ed altre sostanze siano state smaltite negli anni mentre solo oggi ci si accorge che le compagnie petrolifere non hanno adempiuto all’obbligo di redigere i Piani di Smaltimento dei rifiuti Minerari in base alla normativa vigente.
Per oltre 15 giorni il pozzo “Policoro 001” bruciò gas e sputò gas venefici con fiamme alte fino a decine di metri, senza che nessun tecnico riuscisse a spegnerlo. Per giorni e giorni rilasciò sulle fertili campagne circostanti gas tossici e ricadute inquinanti. A realizzarlo fu la SPI fondata dal Cav Luigi Scotti nel 1905. Storica società petrolifera italiana poi passata nel 1972 al Gruppo Moratti e nel 1987 all’AGIP.
Oggi, grazie agli attivisti di No Scorie Trisaia, la Ola propone un documento fotografico unico da essi ritrovato, messo a disposizione da gentili amici del movimento antinucleare lucano. Testimonia che gli incidenti petroliferi non sono – così come spesso riferiscono le company – remoti e difficili da verificarsi. Le loro ricadute in termini ambientali non sono affatto irrilevanti, così come spesso la filosofia del “tutto a posto” messe in atto dalle istituzioni regionali e dagli organi di controllo vogliono far credere, se è vero, come è vero che solo in Basilicata l’UNMIG censisce altri 4 eventi analoghi presso il pozzo Alli 1 (1998 ENI – concessione Volturino), Volturino 001 Bis (1998 – ENI – concessione Volturino), Monte Foi (1997 – Enterprise Oil Exploration – permesso Baragiano), Monte Grosso 001 (1999 – British Gas Rimi – permesso S. Bernardo) e che per almeno altrettanti eventi sono poco o non sono affatto chiariti gli aspetti di contesto ( rottura della testa di pozzo Alpi 1 Est; probabile cedimento della incamiciatura del pozzo di reinezione Costa Molina; cedimenti presso i pozzi Cerro Falcone 2 e Cerro Falcone 1 con inquinamento del terreno). Senza dimenticare la questione dei cosiddetti giacimenti di gas acido della Val Basento che sarebbero diventati sversatoi per reflui industriali (almeno secondo alcune indagini della magistratura materana poi archiviate con il sequestro del pozzo Grottole 11) e che oggi si vorrebbero destinare a serbatoio del più grande stoccaggio del sud Italia del gas proveniente dalle regioni del Mar Caspio, portato in Basilicata attraverso grandi gasdotti sottomarini e terrestri. La ricostruzione storica che la Ola ha intrapreso ha lo scopo di fissare nella memoria storica dei Lucani questi eventi, prima che qualcuno pensi di cancellarne traccia, affinché la conoscenza consapevole dei cittadini determini la coscienza sui danni per la salute e l’ambiente provocati dalle trivellazioni e dalle estrazioni degli idrocarburi in Basilicata. Una regione diventata, grazie ad una classe di amministratori e burocrati compiacenti (ed irresponsabili), colonia energetica e sversatoio dei rifiuti chimici d’Italia.
Un ringraziamento al movimento ed agli amici di No Scorie Trisaia per la ricerca iconografica e le testimonianze









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