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Eravamo
ormai disperati, confusi, rassegnati: il nostro immenso
lavoro, compiuto con anni di duro sacrificio, stava andando
in fumo, e pochi altri sembravano curarsene
Terreni
sterili e bruciati dalla siccità, abbandono e rovine
ovunque, acqua neppure per bere: e nessun frutto da mangiare,
delle migliaia che con sudore e tenacia avevamo piantati,
e nei quali riponevamo molte speranze. Qualcuno ancora
cercava aiuto, ma sembrava impresa impossibile, perché
già la gente correva a venerare i nuovi idoli,
sinchinava servile di fronte al fatuo e al virtuale,
mentre ogni altro credo e principio veniva deriso e sbeffeggiato.
Fu proprio allora che la piccola Gaia ci chiamò
con voce trillante, attirando il nostro sguardo verso
la parte più umile e nascosta del campo: Venite,
guardate qui: dietro la siepe, le nostre piantine stanno
crescendo!. Non credevamo ai nostri occhi, ma era
proprio vero: nel piccolo avvallamento, sparsi qua e là
senza ordine apparente, centinaia di piccoli germogli
inseguivano la luce, esprimevano foglie dun verde
tenero, attiravano già i primi ronzii dinsetti
Che il vecchio saggio avesse davvero ragione, che in quei
semi quiescenti fosse restato lungamente nascosto e silenzioso
il germe della vita futura? (Missione Gaia)
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1. MA IL FUTURO
ESISTE DAVVERO?
Qualche anno fa, durante una vivace conversazione sui temi
ecologici tra docenti e alunni delle scuole superiori abruzzesi,
lattenzione si concentrò sullavvenire del
pianeta, della società umana e degli stessi giovani,
in unepoca che già allora appariva piuttosto confusa
e incerta. Non si profilavano ancora tutti gli scenari da incubo
diventati poi regola generale, ma si percepivano piuttosto sensazioni
deprimenti e vere e proprie frustrazioni collettive: come lo
smarrimento della missione, il tradimento delletica, la
disgregazione dei valori condivisi; ai quali stavano sempre
più subentrando, in ogni aspetto della vita civile, nebbia
e melma, disorientamento e caos. Fu proprio in quel momento
che un giovane serio e meditabondo, alla precisa domanda Quale
sarà il tuo futuro? rispose semplicemente, a mezza
voce e senza incertezze: Il futuro non esiste .
Una semplice frase che lasciò tutti sorpresi e interdetti,
ma che nessun giovane delle generazioni precedenti avrebbe mai
sognato di pronunziare, e neppure di immaginare. E che dovrebbe
soprattutto richiamarci imperiosamente alle nostre responsabilità
di incosciente genìa, tuffatasi senza scrupolo nel miracolo
e nel consumismo, abituata a misurare civiltà
e progresso attraverso le aride cifre della più cinica
econometria, quella che dà valore e significato agli
indici e alle quotazioni, ma considera irrilevanti le vite,
le carriere e i sogni spezzati, e tanto meno si perita di gettare
unocchiata distratta sulle devastazioni e le contaminazioni
della natura, dellambiente e del territorio intorno a
noi.
2. IL RISVEGLIO
DELLA GENTE
Pochi sembra se ne siano accorti,
ma il malgoverno del Terzo Millennio sta portando a cambiamenti
importanti, sostanziali, forse determinanti per il futuro del
territorio e della natura dItalia. E se un tempo per convincere
le comunità locali della necessità di difendere
il loro patrimonio più prezioso si poteva giungere a
scontri non lievi, oggi accade sempre più spesso che
siano invece proprio loro a muovere in soccorso di Madre Terra,
nel nome di un legame di vita fortunatamente ancora pulsante,
e mai rinnegato. Lo abbiamo visto nellAbruzzo più
integro nel 2002, lottando insieme contro il terzo traforo del
Gran Sasso: bloccando lassurdo tentativo di sventrare
ancora una volta la più maestosa montagna dellAppennino,
devastandone le falde idriche sospese (qualcuno forse ricorderà
il bel documentario Lombelico traforato, di
Carlo Prola & Fabrizio Palombelli, da noi sempre agitato
come un vessillo di verità in conferenze, scuole e dibattiti).
Lo abbiamo riveduto con crescente sorpresa ed entusiasmo nel
profondo Mezzogiorno, con la rivolta popolare dellautunno
2003, esplosa per contrastare lassurdo progetto delle
scorie nucleari di Scansano sul balcone che si affaccia al Mar
Jonio. Un progetto immediatamente naufragato, proprio come meritano
tutte le idee senza spessore, quando finalmente la gente si
sveglia, e grida forte e chiaro il proprio sdegno. E poi lautunno
2005 ci ha donato Venaus, una nuova protesta civile subito eloquente
e inconfutabile, anche per chi non sapesse quali poco trasparenti
interessi possano aggirarsi dietro ogni grande opera (che il
politico dice di volere in nome del popolo, ma che la gente
vera, non manipolata né condizionata, non reclama davvero;
che con scavi, movimenti di terra e sconvolgimenti connessi
determina enormi giri di danaro che sfuggono ad ogni serio controllo;
che non ha mai mantenuto neanche un briciolo di ciò che
a gran voce prometteva). E la reazione autentica di ogni osservatore
esterno era: La gente della Val di Susa merita pieno rispetto,
proprio quello che fino allultimo si voleva loro negare.
E forse troppo presto per trarre conclusioni da questo
nuovo spirito collettivo, ma un fatto sembra assodato.
E la storia che si ripete, la lotta di resistenza della
Val di Susa contro la TAV non è diversa da quella della
Basilicata contro le scorie nucleari, o da quella dellAbruzzo
più sano contro il terzo traforo del Gran Sasso. E
la lotta di una minoranza genuina contro lo strapotere economico-finanziario,
leterna rivolta delle idee pulite contro gli interessi
costituiti. In un mondo ormai drogato dalla divinizzazione del
profitto e del PIL, travolto dallineluttabilità
degli OGM e della globalizzazione, oppresso da una pluto-telecrazia
che vorrebbe spacciarsi per vera democrazia, forse è
proprio vero quello che già molto tempo fa aveva sconsolatamente
lamentato Indro Montanelli, in un suo famoso fondo
sui pastori della Maiella: Dallalto non cè
più niente da sperare
Soltanto dallo spirito
rinascente di autentiche comunità locali serie, indipendenti
e determinate, dove la gente si conosce, si parla e si guarda
negli occhi, può forse venire la salvezza. In un certo
senso, si tratta di ciò che alcuni politici scoprono
tardivamente, chiamandolo bottom-up
Ma per
evitare di sprofondare in quella cultura subalterna capace soltanto
di scimmiottare gli altri, occorrerebbe piuttosto riconoscere
che si tratta di un antico e prezioso seme che finalmente germoglia.
E la rinascita dei valori autentici, è la rivincita
morale, è il recupero di culture e tradizioni antiche
Insomma, è il risveglio e recupero di tutto ciò
che nel nostro tempo rischiava di smarrirsi nellinquinamento
tele-mediatico, ma che potrebbe invece essere rivissuto nel
modo più avanzato e moderno, se volete chiamatelo pure
post-industriale. E una pianta nuova, fresca e turgida,
vigorosa e ricca di promesse per il futuro, il vero albero della
vita e della speranza. E
allora, come di fronte a uno spettacolo e a un evento inatteso,
sarà inevitabile fermarsi frastornati e guardare intorno
, per capire meglio cosa stia accadendo... Chiedendosi poi,
con sincero sbigottimento: Ma dove diavolo stavamo andando?
3. CHI HA TRADITO
MADRE TERRA?
La politica partitica, sempre più lontana dalla gente
e dalla realtà dei problemi, ha fallito di nuovo, e rappresenta
un contenitore vuoto, allinterno del quale non si scorgono
altro che grandi e piccoli egoismi e smanie di potere, profitti,
visibilità, successo e carriera. Lambientalismo
è giunto ormai mestamente al crepuscolo, avendo imboccato
più o meno la stessa strada, e mostrandosi sempre più
spesso assente o indifferente, o tuttalpiù capace di
indossare per un attimo i colori che quel momento vanno più
di moda. Alla fine, torna alla memoria quanto il Comitato Parchi
scriveva nel lontano 1980, per difendere gli ultimi brandelli
del bel Paese: Ma un interrogativo sorge spontaneo.
Come mai politici, amministratori e tecnici manifestano tutta
questa problematicità (contro i Parchi, n.d.R.) solo
quando si tratta di proteggere lambiente naturale? A sentirli,
cè da credere che non si tratti degli stessi uomini
che, con piglio deciso e senza affatto preoccuparsi di paracadutare
dallalto, hanno stampato sul bel Paese,
in trentanni (oggi da rettificare in cinquantacinque,
n.d.R.) di malgoverno territoriale, infinite autostrade, cave
e trafori, industrie inquinanti e villaggi turistici, basi militari
e centrali nucleari. O lo avevano fatto sempre dopo aver
democraticamente consultato le popolazioni locali? (F.T.,
Roma 1980). Non occorre, in verità, essere politologi
di chiara fama per riconoscere che, nellattuale epoca
storica e soprattutto nel nostro Paese, la devastazione della
natura ha penetrato tutte le forze politiche in modo trasversale:
se non con pari colpe per tutti, almeno senza grandi meriti
per nessuno. Si potrebbe magari rilevare che questa grande linea
trasversale si presenta spesso un poco obliqua, forse addirittura
tortuosa, incerta e mossa. Ma in sostanza, prescindendo da emozioni
e passioni irrazionali, occorre basarsi molto meno su promesse
di facciata, roboanti proclami e dichiarazioni di intenti, assai
più sui fatti reali e sulle verità inconsuete
e nascoste. Molti anni fa Maurice Duverger, nella sua lucida
e impietosa analisi del sistema occidentale (Giano, le
due facce dellOccidente), dimostrava come nella
nostra società il potere politico derivi sempre più
direttamente dalla ricchezza. Più tardi Michael Voslensky,
in una approfondita analisi riguardante il mondo collettivista
(Nomenklatura), poneva in luce come nei Paesi del
sistema socialista si acceda alla ricchezza solo attraverso
il potere politico. Qualche volta, aggiungeremmo noi, cera
un terzo incomodo che tentava di svelare e stigmatizzare questo
intreccio: era il potere mediatico: inarrivabile però
nella capacità di scoprire soltanto fuscelli e travi
negli occhi altrui, senza mai accorgersi di quelli incombenti
nei propri. E comunque eccellente, se non nellautocelebrarsi,
certo soprattutto nellautoassolversi in ogni tempo e con
qualsiasi frangente. Ma forse esente per questo da serie colpe?
In certo modo, i mezzi di informazione costituiscono nel grande
cerchio lanello mancante: Senza poter controllare
ciò che scrivono i giornali, non riuscirei a governare
per più di tre giorni ammetteva già Napoleone.
Ma a dipingere il fenomeno con lungimirante chiarezza era stato
soprattutto il sociologo francese Jean Baudrillard (Il
delitto perfetto. La televisione ha ucciso la realtà?)
allorchè rimarcava: Politici e pubblicitari hanno
compreso che la molla del governo democratico consisteva nel
considerare la stupidità generale come fatto compiuto.
Speriamo che qualcuno scriva prima o poi un altro saggio, difficile
da concepire ma ancor più duro da far trangugiare a società
e culture smaccatamente antropocentriche, egoistiche e naturicide.
Per dimostrare che tanto il potere economico attraverso
la speculazione quanto il potere politico attraverso
la demagogia -, senza ovviamente dimenticare il potere mediatico
attraverso la manipolazione congiurano quotidianamente,
in perfetta simbiosi, per la devastazione dellambiente,
per la rapina delle risorse naturali, per lasservimento
di Madre Terra ai più sfrenati capricci delluomo.
4. UNA
NUOVA ECONOMIA?
Se il seme sano che
potrà donarci un futuro aperto deve germogliare, forse
a trasportarlo là dove il terreno è fertile potrebbero
essere anche piccoli scoiattoli, capaci di muoversi al di fuori
dei sentieri battuti, favorendo proprio quella proficua circolazione
delle idee che i grandi movimenti politici, i poderosi meccanismi
economici e le profonde trasformazioni sociali avevano perduto
di vista, congelato o contraffatto
Una domanda appare
dobbligo: di fronte agli eccessi e ai disastri delle dottrine
economiche tradizionali, e cioè di quelle scienze categoriche
dispensatrici di verità assolute quanto distruttive,
che creano quotidianamente, ovunque giungano, quello che una
delle più brillanti scrittrici e giornaliste francesi,
Viviane Forrester, ebbe a definire la strana dittatura
dellorrore economico, è forse ancora possibile
concepire, verificare, sperimentare e diffondere una nuova forma
di economia? In un mondo dominato da traguardi quantitativi,
strangolato da obiettivi di corsa allincremento, ossessionato
dalle cifre, lesortazione a fermarsi un attimo per riflettere,
e magari per modificare le proprie abitudini, può sembrare
assurda e stravagante. Eppure è proprio là che
risiede il segreto dellequilibrio, chiamatelo pure fisico,
psichico o psicosomatico: quello che può farci vivere
in pace tra noi, e in armonia con la natura. Ma forse, sia pure
tardivamente e frammentariamente, gli studiosi più avvertiti,
e persino gli stessi economisti stanno riscoprendo, sepolta
sotto cumuli di preziose inutilità e di clamorosi fallimenti,
la vera sostanza delle cose. Ne è esempio illuminante
lo studio di un docente dellUniversità di Oxford,
Avner Offer, intitolato La sfida della ricchezza,
che cerca di insegnare come si potrebbe essere davvero felici.
Basterebbe anzitutto accontentarsi di ciò che abbiamo
(e non è certamente poco), magari guardando indietro,
per scoprire con sorpresa come i nostri predecessori sapessero
vivere, e persino essere felici, con molto meno. Riuscendo ad
esprimere in mille modi appagamento e riconoscenza, entusiasmo
per la vita e amore per il creato
Beninteso, senza mai
rinunciare ai propri sogni e ai propri desideri, considerandoli
mete nobili e missioni di vita, anziché inseguirli come
conquiste da afferrare ad ogni costo. Un esempio molto semplice,
ma anche assai eloquente, potrebbe chiarire il dilemma. Oggi
si discetta molto, forse troppo, dei crescenti bisogni energetici,
ma il vero intento non sembra certo quello di affrontare e risolvere
i pur non semplici problemi, quanto piuttosto quello di soddisfare
un proprio egoistico bisogno, creando nuove difficoltà
a tutti gli altri. Si passa così dal carbone allidroelettrico,
e poi dalleolico al nucleare
Nessuno si spinge però
ad esplorare questioni più semplici, vicine a noi e senzaltro
possibili: anzitutto come moderare i consumi, eliminare gli
sprechi, adottare fonti realmente alternative
O come sostituire
al trasporto pesante su gomma quello per mare o su rotaia, promuovere
negli spazi urbani non lauto fuoristrada privata, ma il
trasporto collettivo, riducendo così di colpo alcuni
dei peggiori mali del nostro tempo: inquinamento e trambusto,
congestione e devastazione del tessuto urbano, corsa alle nevrosi
e alle malattie
Generazioni avviate sempre più
verso il progressivo autologoramento, che sembrano non comprendere
quanto poco importante sia arricchirsi, e magari allungare a
dismisura laspettativa di vita
ma a quale scopo?
Forse per consacrare tempo crescente e risorse smisurate al
pendolarismo e agli intasamenti di traffico, alle interminabili
code negli uffici per difendersi dal mostro burocratico o alle
incessanti ridde televisive di telenovele e telequiz? E che
sempre più ricorrono a condizionatori e impianti di refrigerazione,
mentre continua ciecamente la più stolta devastazione
degli alberi e delle foreste, senza rendersi conto di entrare
in una spirale perversa e priva di vie duscita
Qualche
barlume della nuova economia sta emergendo timidamente, in alcuni
dei Paesi più avanzati, dal Canada allAustralia,
e forse anche altrove: facendo riapparire anche nel linguaggio
politico termini dimenticati e soppressi, come prosperità
e benessere, equilibrio e felicità. Soltanto utopìe
di romantici, oppure una via di uscita ormai ineludibile per
riconquistare la vita e lo spirito, la socialità e il
pensiero, insomma per continuare a coltivare lalbero giovane
ma perenne della vita e della speranza, e per entrare in un
futuro davvero aperto?
5. IL FUTURO
E APERTO
Alzare la testa, spaziare per
un attimo oltre la botte in cui ciascuno, sempre più
preso soprattutto da se stesso, si era rinchiuso e sprofondato,
potrebbe forse voler dire scrutare intorno alla ricerca di orizzonti
più vasti. Scoprire gli altri esseri viventi, nel mondo
intorno a noi, significherebbe risvegliare lattenzione
sulla Terra Madre, da noi minacciata e violata come nella tragedia
greca. Consentirebbe di comprendere un fatto molto importante,
che sovrasta le divisioni partitiche e trascende i sistemi politici
della società umana, a livello planetario: la dimensione
ambientale (e cioè il rapporto tra lumanità
e la terra) è premessa e condizione di qualsiasi dimensione
sociale (vale a dire, di ogni apparato o meccanismo che regoli
i rapporti tra individui e gruppi allinterno di questa
umanità). In altre parole, è come se ci
trovassimo nellipotetico condominio dun grande palazzo.
Stiamo discutendo animatamente, e a volte lottiamo, per stabilire
chi debba amministrare e come. E non ci accorgiamo affatto che,
nel frattempo, quel palazzo ci sta rovinosamente crollando sotto
i piedi. (F.T., Roma 1980). Finalmente, di questa realtà
incominciano a rendersi conto anche alcune punte avanzate della
cultura, della scienza e del giornalismo, che cercano di scuotere
la politica superficiale ed egoista dei nostri tempi, per renderla
un po meno distratta sui temi ambientali. Così
Jeffrey Sachs, della Columbia University, esorta a rendersi
conto del fatto che le sfide più importanti del mondo
non sono gli scontri di civiltà, noi contro loro,
ma quelle che noi, tutti insieme, dobbiamo affrontare
per prevenire le catastrofi ecologiche e sanitarie in agguato
dietro langolo. Dietro alle quali si annida sempre, aggiungeremmo
noi, il tracollo della vera economia, quella non virtuale e
figurativa, ma solida e sostanziale. E possibile rifiutare
tanto la strategia politica che mira al potere attraverso il
danaro, quanto quella economica che punta al danaro per mezzo
del potere? E immaginabile smascherare il servilismo mediatico,
che accetta realtà virtuali, nasconde verità inconfessabili,
confeziona eventi inesistenti mentre manipola o cancella fatti
autentici, prostrandosi sempre più profondamente in un
servilismo medioevale degno di cantori del principe?
Ci può essere una nuova, diversa strategia politica
forse sarebbe meglio dire una missione capace
di puntare al perseguimento del vero interesse della collettività?
E cioè al benessere di tutti (e non solo al nostro),
e alla salvaguardia della casa comune, vale a dire lambiente
e il Pianeta Terra? Forse, un forte movimento decisivo nel senso
giusto potrà nascere un giorno soltanto fuori dei binari
tracciati, lungo la più difficile e magari meno veloce
strada maestra della verità, della giustizia e della
solidarietà, lunica che vale davvero la pena di
percorrere. Perché, come emerge dal pensiero condiviso
di Karl Popper e di Konrad Lorenz, un avvenire esiste davvero.
E potrebbe essere peggiore del passato, disastroso, catastrofico
e irreversibile; ma forse anche migliore, spirituale, generoso
e promettente. Se non vogliamo crederlo, è solo perché
i nostri occhi sono intorpiditi, le orecchie frastornate e la
mente atrofizzata: in altre parole, siamo noi ad esserci chiusi,
talvolta senza ragione, talaltra senza speranza alla realtà
viva e dinamica che abbiamo intorno. E invece Il futuro
è aperto, su questa idea stimolante il pensiero
delletologo e quello del filosofo concordano pienamente.
In fondo, il futuro è là che ci attende, ed è
forse tempo che la società attuale vi rifletta, gli vada
incontro, cerchi di conoscerlo e comprenderlo meglio, e quindi
incominci ad agire con maggiore lungimiranza e con più
profonda sensibilità. A salvare un mondo che sembra vivere
nella spensieratezza e nello spreco gli ultimi giorni di Pompei
basterebbero, in fondo, alcune semplici idee; sarebbe sufficiente
alzare la testa, guardare lontano e poi spostare le pedine del
gioco nelle caselle giuste. Riscoprendo e rispettando anzitutto
Gaia, la nostra vera madre e la generosa dimora di tutti noi.
E ricollocandola al posto che le compete, al centro dello scenario:
nella mente e nel cuore di ogni uomo, oggi e domani, e ogni
altro giorno che verrà.