Rifiuti connection lucana: un fenomeno fuori controllo
Il responsabile dell’Osservatorio nazionale Ambiente e Legalità di Legambiente – nel presentare il dossier “Rifiuti industriali in Basilicata: luci ed ombre” – afferma che in Basilicata, in un solo anno (il 2006, ndr) sono spariti dalla contabilità ufficiale ben 140 mila tonnellate: è lecito chiedersi che fine abbiano fatto e perché siano sparite nel nulla. Questa domanda merita una risposta? Aggiunge il responsabile dell’Osservatorio, Fontana, nell’interesse di tutti i lucani. Una risposta ancor più urgente, è stato sottolineato, alla luce delle inchieste condotte su scala nazionale dalla Magistratura e dalle Forze dell’Ordine, le quali raccontano come spesso i “rifiuti spariti” finiscano nel girone illegale: un affare di circa 7 miliardi di euro all’anno per i trafficanti di veleni.
Nel condividere l’analisi di Legambiente, la OLA (Organizzazione Lucana Ambientalista) ricorda come l’inchiesta condotta da Vanguard Italia, su Current TV, inerente la “rifiuti connection” lucana – ed andata in onda sui canali nazionali – suscitò un vespaio di polemiche e fu tacciata di essere poco credibile, se non addirittura allarmistica. Accogliamo, quindi, con favore che oggi anche la Legambiente si accorga di quello che l’inchiesta della OLA e di Current TV denunciava, ovvero i conti che non tornano nella gestione dei rifiuti industriali in Basilicata che godono di connivenze istituzionali ed assenza di controlli puntuali da parte degli enti titolati.
In Basilicata operano da oltre 40 anni società petrolchimiche e multinazionali con un indotto di conferitori/smaltitori di veleni chimici ed industriali che inchieste degli organi di Polizia hanno segnalato avere collegamenti anche fuori regione. Discariche di veleni chimici sono disseminate ovunque: dalla Val Basento a Tito Scalo, da Corleto Perticara alla Val d’Agri. L’illegalità è spesso strettamente connessa alla cosiddetta gestione legale dei rifiuti industriali che oggi possono finire in modo legale anche nelle discariche speciali, negli inceneritori e nei forni dei cementifici.
La OLA chiede pertanto maggiori controlli proprio a quelle industrie che pur inquinando, come ad esempio l’inceneritore EDF-Fenice di Melfi, godono di “licenza di inquinare” proprio da chi, invece, dovrebbe vigilare anche sui quantitativi e tipologia dei rifiuti conferiti. In proposito la OLA chiede che il sistema Sistri – oggi segretato e non accessibile – preveda che la tracciabilità dei rifiuti venga resa pubblica ed accessibile da tutti, proprio per evitare che ingenti quantità di veleni chimici, non solo gestiti – é bene ricordare – dalle ecomafie, finiscano per compromettere l’ambiente, attentando alla salute.










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