La coda
di un'altra estate di fuoco riporta gli incendi anche nel parco
nazionale del Pollino, mentre la famigerata megacentrale (35
MW) Enel del Mercure apparentemente dorme nella valle del Mercure,
nel cuore del Parco, a monte della valle calabra del fiume Lao
e sotto il naso dei lucani residenti nei bei paesini arroccati
sui rilievi circostanti la valle, i cui polmoni dovrebbero sopportare
principalmente il peso delle eventuali attività dell'impianto.
Si attende
ancora che la Regione Basilicata si pronunci ufficialmente sulla
Valutazione d'Incidenza per questo impianto la cui pericolosità
è stata più volte sottolineata da molteplici ed
autorevoli voci. All'inizio dell'estate 2008 in merito è
intervenuto anche l'onorevole On. Pappaterra, presidente del
Parco Nazionale (e talvolta persino Naturale) del Pollino, il
quale ha assicurato che il proprio parere in merito alla megacentrale
ENEL di Laino sarà favorevole ma a patto che qualcuno
si prenda la responsabilità di assicurare che non porterà
danni alla salute della gente calabro-lucana che vive nei dintorni.
Il presidente Pappaterra, ricordiamo, non ha però posto
come condizioni che in zona non aumenti il traffico veicolare
(ed il conseguente inquinamento dell'aria) per il trasporto
su TIR del legname in centrale, che la centrale del Mercure
non alteri la vegetazione protetta delle valli del Lao ed Orsomarso
né quelle lucane che sono previste da ENEL come serbatoi
di legname per le caldaie "addormentate" di ENEL,
né tanto meno che gli scarichi industriali della centrale
non vengano in alcun modo a contatto con il fiume Mercure-Lao
e con i suoi immissari e affluenti. Perché queste omissioni
su condizioni a favore dell'ambiente del Pollino? Nell'attesa
di capirlo spostiamoci a Teana, nel potentino stavolta, ma pur
sempre nel comprensorio del Pollino. Vi troviamo la sorella
minore della centrale del Mercure: la Centrale a Biomasse di
Teana (5 MW) appunto. Si dice, anche contrapponendola alla sorella
maggiore di Laino, che dovrebbe essere sicura e non inquinante,
che riscalderà il paese, darà lavoro (anche più
del turismo?), ma il problema in fondo non cambia. Essa brucerà
ben 65mila tonnellate all'anno tra scarti e soprattutto legname
da prelevare nei boschi del parco nazionale che vanno ad aggiungersi
agli oltre 400 mila tonnellate all'anno di legname occorrente
per la centrale del Mercure.
Quantità enormi che difficilmente potranno essere prelevate
dai boschi del parco senza procurare gravi danni. Appare consolidarsi
ormai sempre più nel Parco del Pollino la convinzione
che un bosco non sia più qualcosa da conservare, da esplorare
o studiare, ma brutalmente qualcosa che si può sempre
bruciare o in un incendio o in una centrale a biomasse. Ed infatti
segue la definizione per la quale un albero del Pollino, sia
esso giovane o antico, piantato o selvatico equivale semplicemente
a qualcosa che può essere sempre tagliato, a condizione
che ciò avvenga ad esempio per produrre cippato o pellets
al fine di beneficiare le casse di una qualche azienda energetica
che di conservazione della natura sa ben poco o peggio non vuole
proprio sentirne parlare. Le nano-patologie fanno sempre paura
agli abitanti, a prescindere dalla scala dell'impianto e delle
rassicurazioni dei diretti interessati. Ci si domanda ovviamente
anche perché siano sempre i boschi del Pollino, protetti
per legge (qualora ciò interessi ancora a qualcuno),
a dover pagare. Il destino di un albero del Pollino pare chiaro:
o finire arso in un incendio d'estate o in una centrale a biomasse
durante il resto dell'anno.
L'importante
nel Parco è che l'apparenza si salvi, ci siano sempre
sui giornali fiere sponsorizzate con prodotti tipici del Parco,
quattro alberi risparmiati nei posti più rappresentativi
e soprattutto che lo stipendificio funzioni. Ed il peggio è
che gli alberi sono ridotti alla scusa che tiene in piedi tutto
ciò, ma nessuno riconosce loro il merito di darci l'ossigeno
per respirare o di creare habitat per ora piuttosto intatti
a cavallo tra la Basilicata e la Calabria e dimore fondamentali
per una biodiversità che nel mondo attuale, anche mediterraneo,
sta progressivamente facendosi via più rara e che a quanto
pare si vuole vada definitivamente, è il caso di dirlo,
in fumo.