Il Parco nazionale
dellAppennino lucano, Val dagri, Lagonegrese è
il 24° nel Sistema nazionale dei parchi, istituiti in Italia
con la legge quadro sulle aree protette n. 394, del 6 dicembre
1991. Dopo lannuncio della decisione adottata di recente
dal governo, la sua istituzione, prevista come prioritaria già
nellart. 34 della legge n. 394/91, si avvia a diventare
finalmente realtà.
Le dichiarazioni, apparse sulla stampa locale nei giorni scorsi,
sono tutte di grande entusiasmo, oltre che di soddisfazione
e di apprezzamento; salvo, anche questo, tuttavia, a suo modo
positivo, il rilievo sul ritardo ultradecennale nel varo del
provvedimento lungamente atteso.
Sono prese di posizione della politica e della cultura,
i due agenti principali dellattivazione dei processi economici,
sociali, territoriali, ambientali e della governance. Siamo,
cioè, davanti allassunzione generale di responsabilità
sul valore dei territori protetti dellAppennino lucano,
Val dagri, Lagonegrese. Lesultanza, però,
non deve far sottovalutare la situazione dellambiente:
quel luogo dove sono piantate le radici della sopravvivenza
del Pianeta. Di un parco, che si aggiunge ad altri parchi in
una rete di territori protetti, si deve poter gioire nella convinzione
che si è creata una ulteriore opportunità per
la conservazione e la tutela della natura e per lo sviluppo
durevole delluomo.
Lart. 1 della legge quadro sulle aree protette n. 394
del 1991 parla della istituzione e della gestione delle aree
naturali protette allo scopo di garantire e di promuovere,
in forma coordinata, la conservazione e la valorizzazione del
patrimonio naturale del paese. Larea naturale protetta,
cioè, è designata a salvaguardare lintegrità
ecologica degli ecosistemi per le generazioni presenti e future,
ad escludere lo sfruttamento e loccupazione contrari alle
finalità per cui larea è stata designata,
a porre la base per opportunità spirituali, educative,
ricreative e turistiche, che siano tutte compatibili dal punto
di vista ambientale e culturale. E un luogo di attività
compatibili, in cui lecosistema naturale e lecosistema
umano trovano la loro reciproca convivenza e la salvaguardia
dei reciproci diritti territoriali di mantenimento, di evoluzione
e sviluppo. E il luogo di qualità della
natura, del paesaggio, delle biodiversità, delle comunità
umane insediate, della storia, dellambiente, della civiltà
dellambiente.
Il parco, perché? Perché la natura non può
funzionare da sola. Perché Il parco ha il compito di
garantire: 1) conservazione, tutela e ripristino degli ecosistemi
naturali, 2) ricerca scientifica continua, multidisciplinare
ed interdisciplinare, 3) sperimentazione globale, 4) didattica
educativa e formativa, 5) promozione sociale, economica, culturale
delle comunità locali, 6) fruizione ricreativa e turistica.
Insieme a quelli di conservazione e tutela, tra i problemi principali
vi è, quindi, lo sviluppo compatibile; uno sviluppo senza
ricetta magiche, non illimitato, non dissipativo, non quantitativo,
ma qualitativo, compatibile con le risorse locali, comprese
quelle umane; uno sviluppo che consegua la valorizzazione delle
risorse, non il loro consumo, la loro distruzione.
Nei processi, che ci si attende che il parco della Val dAgri
possa provocare, pesano, purtroppo, le negative esperienze della
sconcertante storia del Pollino, che impongono attente valutazioni
di prospettiva sulla gestione di un parco e sulla governance
dellintero contesto territoriale e istituzionale.
È tempo, anzitutto, che le popolazioni locali e le loro
istituzioni, in Val dAgri più che altrove, siano
vigili, siano esigenti, restino ancorate ai principi. E
il tempo, ormai, di pensare alla gestione e alla governance,
lavorando con ispirazione, con un supplemento danima,
in profondità. Chi, a tutti i costi e contro ogni buon
senso, vuole conservarsi agnostico o scettico; chi vuol stare
a guardare o vuol trovarsi pronto a liberarsi dei propri fardelli,
non ha più motivo di allenarsi al repertorio dei luoghi
comuni. Per chi non sente doveri civili da compiere, può
trovare, in tutta Italia, luoghi comuni da spendere a buon mercato
sul decollo dei Parchi. Il Pollino, perciò, non è
più un esempio calzante. Calzante è il sapere
che, quotidianamente, qualcuno frappone ingiustificatamente
ostacoli e che ha buon gioco nellalimentare disinformazione,
nel promuovere cultura negativa contro i parchi. Diventa, in
tal caso, immane lo sforzo di spiegare che il parco non è
un vincolo , ma un valore; non è
un fine, ma un mezzo; che anche lAppennino
lucano, la Val dAgri e il Lagonegrese sono un insieme
di valori da conservare, da sottoporre a speciale
regime di tutela; che i valori non impediscono di
fare, ma impongono come fare, come utilizzare
le risorse, come governare il territorio. Per chi è ostinato,
diventa un alibi, anche, lassurda pretesa di far sembrare
automatica lequazione il parco è uguale a
sviluppo.
La promozione umana deve passare attraverso lassunzione
di responsabilità dirette, da parte delle popolazioni
e delle istituzioni locali, nel governo del proprio sviluppo.
Lopportunità è creata, ma va sperimentata
con impegno e convinzione, dalla Comunità del Parco,
che è lorgano consultivo e propositivo previsto
dallart.10 della legge 394/91. Alla vigilia della costituzione
degli organi dellEnte Parco, sulla base anche degli aberranti
esempi consumatisi altrove, non basta compiacersi del fatto
che il parco è una realtà; occorre predisporsi
a ben gestirlo; occorre, fin da subito, introdurre le regole
della gestione, le regole della razionalità, del buon
senso e, soprattutto, della responsabilità. Per salvarsi
lambiente ha bisogno di responsabilità.
Nella realtà socio-economica e territoriale-ambientale
della nuova area protetta, di rilevante interesse sotto il profilo
sia naturalistico sia storico-culturale , ma ancora luogo
di perenne frontiera economico-sociale, dove spesso la quotidiana
battaglia per una decorosa sopravvivenza è combattuta
e persa a vantaggio di penose emigrazioni, di abbandono delle
terre, delle case, delle tradizioni locali2, la Comunità
del Parco può dare limpulso decisivo, abbandonando
definitivamente la artificiosa e sterile contrapposizione tra
conservazione e sviluppo. Lo sviluppo senza qualità non
è sviluppo e la conservazione è sviluppo di qualità;
e larea dellAppennino lucano, Val dagri, Lagonegrese
ha bisogno di conservazione, di tanta conservazione. Ha bisogno
di conservazione dei suoi ambienti naturali ed umani, delle
sue risorse fisiche e dei suoi beni culturali, delle sue popolazioni,
delle sue culture e delle sue storie.
La Comunità del Parco, di cui è obbligatorio il
parere sul piano per il parco, sul regolamento del parco, sui
bilanci di previsione e sui conti consuntivi, designa, ai sensi
della lettera a del 4° comma dellart.
9 della legge n.394/91, cinque suoi rappresentanti nel Consiglio
Direttivo dellEnte Parco. Adotta, inoltre, ai sensi del
3° comma dellart.10, il piano pluriennale economico
e sociale e vigila sulla sua attuazione. La Comunità
del Parco è, cioè, in grado di rappresentare
le istanze, e le esigenze e le aspettative delle popolazioni
locali3. Rappresenta un organismo di mediazione degli
interessi territoriali da affiancare agli interessi sociali,
compresi quelli più strettamente scientifici. E
lessenza stessa dellidea di parco, voluta dalla
legge n.394/91, la quale associa la conservazione ed il corretto
uso delle risorse al valore aggiunto, che tale politica può
portare alleconomia delle aree protette e a tutte le attività
umane che in esse si svolgono.
Nello scenario socio-economico e territoriale del Meridione
si comprende come lAppennino lucano, la Val dagri
e il Lagonegrese rappresentino un interesse e un orizzonte di
ampie proporzioni, essendo cerniera strategica di grandi aree
protette del Sud dItalia e della intera rete ecologica
nazionale, cioè la infrastruttura naturale e ambientale
disegnata negli anni scorsi per promuovere politiche di interrelazione
e di connessione di quegli ambiti territoriali dotati della
maggiore presenza di naturalità, ovvero del miglior grado
di integrazione delle comunità locali con i processi
naturali 4. Per la protezione della natura, per la conservazione
dellambiente e per lo sviluppo durevole la dimensione
territoriale della rete ecologica rappresenta la possibilità
di dilatare il principio di conservazione; di andare,
cioè, oltre i parchi, rompendo la logica della concezione
insulare, di cui le politiche delle aree protette
sono state a lungo prigioniere 5. Lo stesso progetto APE (Appennino
Parco dEuropa) era stato pensato per creare un ponte tra
il sistema europeo e larco mediterraneo. Ai fini del governo
del territorio, oggi, il nuovo parco può assumersi la
responsabilità della regolazione speciale
delle dinamiche economiche e sociali; con il suo rilevante ruolo
di istituzione deccellenza può intervenire nei
rapporti inter-istituzionali per condizionare le politiche di
trasformazione del territorio, comprese le estrazioni petrolifere,
e per promuovere obiettivi di sviluppo compatibili con la conservazione,
la tutela e la valorizzazione del patrimonio naturale, come
indica il comma 1 dellart. 1 della legge quadro sulle
aree protette, n.394/1991, facendo espressamente richiamo agli
artt. 9 e 32 della Costituzione.
Nella dichiarazione di Caracas (1992) era detto: Noi riconosciamo
che la natura ha un valore intrinseco e merita il nostro rispetto,
quale che sia la sua utilità per luomo; che lavvenire
della società dipende dalla capacità degli uomini
di vivere in pace tra di loro e in armonia con la natura; che
lo sviluppo dipende dal mantenimento della diversità
e della produttività della vita sulla Terra. Le
aree naturali e rurali dellAppennino lucano, dei Monti
Sirino, Arioso, Volturino, Raparo sono fronti caldi
della protezione ambientale ; sono aree critiche del cambiamento;
sono aree dove si sta consumando una grande transizione,
tra processi di modernizzazione e processi di abbandono,
non sempre voluti da chi le abita. Possono essere molti i vantaggi
che la tutela e la sua gestione offrono alle popolazioni locali,
ma non si possono cercare proprio in questo punto di accumulazione
di grandi interessi di sviluppo meridionali e nazionali le vie
di mezzo, che finiscono sempre per rappresentare soltanto
compromessi al ribasso. Dopo 15 anni, finalmente, con il nuovo
parco della Val dAgri, alla rete meridionale di aree protette,
che va dal Pollino al Cilento, si aggiunge un altro tassello,
previsto dalla legge quadro n.394/1991: una legge, già
essa, arrivata con almeno trentanni di ritardo rispetto
alla esigenza di una normativa quadro nazionale in materia di
aree protette.
Ai territori meridionali, storicamente antropizzati, ad alto
grado di abbandono e con difficili problemi socio-economici
e alle loro rilevanti risorse naturalistico-ambientali e storico-culturali,
i trentanni di ritardo della legge avevano già
creato un lungo, pesante e contraddittorio accumularsi di attese
e di aspettative nella politica sia di conservazione, tutela,
valorizzazione e fruizione, sia di promozione umana e di miglioramento
della qualità della vita delle popolazioni residenti.
Si erano già radicati, in essi, gli effetti deleteri
delle dispute, dei contrasti e degli immobilismi, cui erano
seguiti ulteriori rinvii e ritardi e la contemporanea crescita
di ostilità e di resistenze, che non avevano certamente
giovato alla nascita e alla affermazione delle aree protette,
anzi avevano rappresentato ostacoli alla corretta e completa
applicazione delle norme.
Tra i problemi, che ancora trovano difficoltà di comprensione
e di soluzione, resta quello essenziale e decisivo della gestione,
delle sue modalità, dei suoi strumenti. Resta ancora
incompiuto il passaggio dalla funzione di conservazione e di
tutela, che genera vincoli, alla funzione di gestione della
conservazione e della tutela, che genera, invece, attività.
Nel contesto istituzionale degli anni novanta, le finalità
di conservazione e tutela del territorio hanno costituito, nella
legge, una missione di alto profilo di innovazione e di sperimentazione
delle modalità duso delle risorse e delle politiche
della loro gestione. I contenuti, tuttavia, non hanno trovato,
nelle parti più significative, una normativa di riferimento
adeguata; anzi sono rimasti ancorati ad una disciplina ( la
legge n.70/75, gli artt. 9, 10, 12, 14 della legge n. 394/91)
vecchia e superata, farraginosa e contorta. Si pensi che il
nuovo Regolamento concernente lamministrazione e
la contabilità degli enti pubblici, di cui alla legge
20 marzo 1975, n. 70 è stato introdotto negli enti
parco il 27 febbraio 2003 con il DPR n. 97, che ha sostituito
il precedente DPR n. 696 del 1979. In materia di organizzazione
strutturale e funzionale, inoltre, la disciplina adottata ha
portato nella attività amministrativa e gestionale ad
una serie di problemi, molti dei quali, a distanza di oltre
un decennio, risultano ancora irrisolti; ancora irrisolti, per
esempio, risultano i problemi della vigilanza, della sorveglianza,
degli indennizzi, delle sanzioni.
Anziché volgere verso una semplificazione, si è
proceduto, quindi, verso una burocratizzazione delle azioni
della politica di conservazione e di tutela; anziché
verso condizioni di efficienza e di efficacia delle gestioni
(legge n. 59/97, D.Lgs. n. 286/99, D.Lgs. n. 419/99, D.Lgs.
n. 165/2001), verso un loro svilimento o appesantimento. La
creazione del sistema nazionale dei parchi, che la legge quadro
ha permesso, non è stata, infine, supportata da ordinamenti
applicativi, da idonee strutture tecniche e amministrative di
supporto, da adeguate risorse umane proprie. Sebbene istituiti
ormai da decenni, molti parchi non si sono, ancora, dotati né
di Piano per il Parco, né di Regolamento del Parco, né
di Piano pluriennale economico sociale; non hanno, ancora, statuti
aggiornati; mancano di regolamenti attuativi per la organizzazione
e il funzionamento dei servizi, degli uffici e del personale;
non praticano la distinzione del ruolo di indirizzo e di controllo
dal ruolo gestionale; non hanno regolamentato il funzionamento
degli Organi. Nonostante le difficoltà evidenziate, la
nascita dei parchi ha costituito, comunque, un valore aggiunto
per il territorio, per le sue risorse, per le attività
umane tradizionali in esso svolte; ha favorito, inoltre, linserimento
dellarea in una rete nazionale ed europea di interessi
scientifici, ecologici, economici, promozionali.
I parchi sono diventati, anno dopo anno, degli innegabili strumenti
di aggregazione territoriale, di identificazione economica,
sociale e culturale, di qualificazione e di valorizzazione delle
radici e delle identità locali, di potenti veicoli di
innovazione e di propulsione di attività non solo di
conservazione e di tutela, ma anche di sviluppo durevole. Rimane,
però, in molte aree, specialmente quelle più deboli
e in ritardo di sviluppo, il rischio della mercificazione dei
valori, anche quelli non negoziabili.