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[Data di pubblicazione: 06/07/2006]
 
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> di Annibale Formica
 
     
     

Il Parco nazionale dell’Appennino lucano, Val d’agri, Lagonegrese è il 24° nel Sistema nazionale dei parchi, istituiti in Italia con la legge quadro sulle aree protette n. 394, del 6 dicembre 1991. Dopo l’annuncio della decisione adottata di recente dal governo, la sua istituzione, prevista come prioritaria già nell’art. 34 della legge n. 394/91, si avvia a diventare finalmente realtà.
Le dichiarazioni, apparse sulla stampa locale nei giorni scorsi, sono tutte di grande entusiasmo, oltre che di soddisfazione e di apprezzamento; salvo, anche questo, tuttavia, a suo modo positivo, il rilievo sul ritardo ultradecennale nel varo del provvedimento lungamente atteso.

Sono prese di posizione della “politica” e della “cultura”, i due agenti principali dell’attivazione dei processi economici, sociali, territoriali, ambientali e della governance. Siamo, cioè, davanti all’assunzione generale di responsabilità sul valore dei territori protetti dell’Appennino lucano, Val d’agri, Lagonegrese. L’esultanza, però, non deve far sottovalutare la situazione dell’ambiente: quel luogo dove sono piantate le radici della sopravvivenza del Pianeta. Di un parco, che si aggiunge ad altri parchi in una rete di territori protetti, si deve poter gioire nella convinzione che si è creata una ulteriore opportunità per la conservazione e la tutela della natura e per lo sviluppo durevole dell’uomo.

L’art. 1 della legge quadro sulle aree protette n. 394 del 1991 parla della istituzione e della gestione delle aree naturali protette allo scopo di “garantire e di promuovere, in forma coordinata, la conservazione e la valorizzazione del patrimonio naturale del paese”. L’area naturale protetta, cioè, è designata a salvaguardare l’integrità ecologica degli ecosistemi per le generazioni presenti e future, ad escludere lo sfruttamento e l’occupazione contrari alle finalità per cui l’area è stata designata, a porre la base per opportunità spirituali, educative, ricreative e turistiche, che siano tutte compatibili dal punto di vista ambientale e culturale. E’ un luogo di attività compatibili, in cui l’ecosistema naturale e l’ecosistema umano trovano la loro reciproca convivenza e la salvaguardia dei reciproci diritti territoriali di mantenimento, di evoluzione e sviluppo. E’ il luogo di “qualità” della natura, del paesaggio, delle biodiversità, delle comunità umane insediate, della storia, dell’ambiente, della civiltà dell’ambiente.

Il parco, perché? Perché la natura non può funzionare da sola. Perché Il parco ha il compito di garantire: 1) conservazione, tutela e ripristino degli ecosistemi naturali, 2) ricerca scientifica continua, multidisciplinare ed interdisciplinare, 3) sperimentazione globale, 4) didattica educativa e formativa, 5) promozione sociale, economica, culturale delle comunità locali, 6) fruizione ricreativa e turistica.

Insieme a quelli di conservazione e tutela, tra i problemi principali vi è, quindi, lo sviluppo compatibile; uno sviluppo senza ricetta magiche, non illimitato, non dissipativo, non quantitativo, ma qualitativo, compatibile con le risorse locali, comprese quelle umane; uno sviluppo che consegua la valorizzazione delle risorse, non il loro consumo, la loro distruzione.
Nei processi, che ci si attende che il parco della Val d’Agri possa provocare, pesano, purtroppo, le negative esperienze della sconcertante storia del Pollino, che impongono attente valutazioni di prospettiva sulla gestione di un parco e sulla governance dell’intero contesto territoriale e istituzionale.

È tempo, anzitutto, che le popolazioni locali e le loro istituzioni, in Val d’Agri più che altrove, siano vigili, siano esigenti, restino ancorate ai principi. E’ il tempo, ormai, di pensare alla gestione e alla governance, lavorando con ispirazione, con un supplemento d’anima, in profondità. Chi, a tutti i costi e contro ogni buon senso, vuole conservarsi agnostico o scettico; chi vuol stare a guardare o vuol trovarsi pronto a liberarsi dei propri fardelli, non ha più motivo di allenarsi al repertorio dei luoghi comuni. Per chi non sente doveri civili da compiere, può trovare, in tutta Italia, luoghi comuni da spendere a buon mercato sul decollo dei Parchi. Il Pollino, perciò, non è più un esempio calzante. Calzante è il sapere che, quotidianamente, qualcuno frappone ingiustificatamente ostacoli e che ha buon gioco nell’alimentare disinformazione, nel promuovere cultura negativa contro i parchi. Diventa, in tal caso, immane lo sforzo di spiegare che il parco non è un “vincolo” , ma un “valore”; non è “un fine”, ma “un mezzo”; che anche l’Appennino lucano, la Val d’Agri e il Lagonegrese sono un insieme di “valori” da conservare, da sottoporre a “speciale regime di tutela”; che i valori non “impediscono di fare”, ma impongono “come fare”, come utilizzare le risorse, come governare il territorio. Per chi è ostinato, diventa un alibi, anche, l’assurda pretesa di far sembrare automatica l’equazione “il parco è uguale a sviluppo”.

La promozione umana deve passare attraverso l’assunzione di responsabilità dirette, da parte delle popolazioni e delle istituzioni locali, nel governo del proprio sviluppo. L’opportunità è creata, ma va sperimentata con impegno e convinzione, dalla Comunità del Parco, che è l’organo consultivo e propositivo previsto dall’art.10 della legge 394/91. Alla vigilia della costituzione degli organi dell’Ente Parco, sulla base anche degli “aberranti” esempi consumatisi altrove, non basta compiacersi del fatto che il parco è una realtà; occorre predisporsi a ben gestirlo; occorre, fin da subito, introdurre le regole della gestione, le regole della razionalità, del buon senso e, soprattutto, della responsabilità. Per salvarsi l’ambiente ha bisogno di responsabilità.
Nella realtà socio-economica e territoriale-ambientale della nuova area protetta, di rilevante interesse sotto il profilo sia naturalistico sia storico-culturale , ma ancora “luogo di perenne frontiera economico-sociale, dove spesso la quotidiana battaglia per una decorosa sopravvivenza è combattuta e persa a vantaggio di penose emigrazioni, di abbandono delle terre, delle case, delle tradizioni locali”2, la Comunità del Parco può dare l’impulso decisivo, abbandonando definitivamente la artificiosa e sterile contrapposizione tra conservazione e sviluppo. Lo sviluppo senza qualità non è sviluppo e la conservazione è sviluppo di qualità; e l’area dell’Appennino lucano, Val d’agri, Lagonegrese ha bisogno di conservazione, di tanta conservazione. Ha bisogno di conservazione dei suoi ambienti naturali ed umani, delle sue risorse fisiche e dei suoi beni culturali, delle sue popolazioni, delle sue culture e delle sue storie.

La Comunità del Parco, di cui è obbligatorio il parere sul piano per il parco, sul regolamento del parco, sui bilanci di previsione e sui conti consuntivi, designa, ai sensi della lettera “a” del 4° comma dell’art. 9 della legge n.394/91, cinque suoi rappresentanti nel Consiglio Direttivo dell’Ente Parco. Adotta, inoltre, ai sensi del 3° comma dell’art.10, il piano pluriennale economico e sociale e vigila sulla sua attuazione. La Comunità del Parco è, cioè, “in grado di rappresentare le istanze, e le esigenze e le aspettative delle popolazioni locali”3. Rappresenta un organismo di mediazione degli interessi territoriali da affiancare agli interessi sociali, compresi quelli più strettamente scientifici. E’ l’essenza stessa dell’idea di parco, voluta dalla legge n.394/91, la quale associa la conservazione ed il corretto uso delle risorse al valore aggiunto, che tale politica può portare all’economia delle aree protette e a tutte le attività umane che in esse si svolgono.

Nello scenario socio-economico e territoriale del Meridione si comprende come l’Appennino lucano, la Val d’agri e il Lagonegrese rappresentino un interesse e un orizzonte di ampie proporzioni, essendo cerniera strategica di grandi aree protette del Sud d’Italia e della intera rete ecologica nazionale, cioè la infrastruttura naturale e ambientale disegnata negli anni scorsi per promuovere politiche di interrelazione e di connessione di quegli ambiti territoriali dotati della maggiore presenza di naturalità, ovvero del miglior grado di integrazione delle comunità locali con i processi naturali 4. Per la protezione della natura, per la conservazione dell’ambiente e per lo sviluppo durevole la dimensione territoriale della rete ecologica rappresenta la possibilità di “dilatare” il principio di conservazione; di andare, cioè, oltre i parchi, rompendo la logica della concezione “insulare”, di cui le politiche delle aree protette sono state a lungo prigioniere 5. Lo stesso progetto APE (Appennino Parco d’Europa) era stato pensato per creare un ponte tra il sistema europeo e l’arco mediterraneo. Ai fini del governo del territorio, oggi, il nuovo parco può assumersi la responsabilità della “regolazione speciale” delle dinamiche economiche e sociali; con il suo rilevante ruolo di istituzione d’eccellenza può intervenire nei rapporti inter-istituzionali per condizionare le politiche di trasformazione del territorio, comprese le estrazioni petrolifere, e per promuovere obiettivi di sviluppo compatibili con la conservazione, la tutela e la valorizzazione del patrimonio naturale, come indica il comma 1 dell’art. 1 della legge quadro sulle aree protette, n.394/1991, facendo espressamente richiamo agli artt. 9 e 32 della Costituzione.

Nella dichiarazione di Caracas (1992) era detto: “Noi riconosciamo che la natura ha un valore intrinseco e merita il nostro rispetto, quale che sia la sua utilità per l’uomo; che l’avvenire della società dipende dalla capacità degli uomini di vivere in pace tra di loro e in armonia con la natura; che lo sviluppo dipende dal mantenimento della diversità e della produttività della vita sulla Terra”. Le aree naturali e rurali dell’Appennino lucano, dei Monti Sirino, Arioso, Volturino, Raparo sono “fronti caldi” della protezione ambientale ; sono aree critiche del cambiamento; sono aree dove si sta consumando una “grande transizione”, tra processi di “modernizzazione” e processi di abbandono, non sempre voluti da chi le abita. Possono essere molti i vantaggi che la tutela e la sua gestione offrono alle popolazioni locali, ma non si possono cercare proprio in questo punto di accumulazione di grandi interessi di sviluppo meridionali e nazionali le “vie di mezzo”, che finiscono sempre per rappresentare soltanto compromessi al ribasso. Dopo 15 anni, finalmente, con il nuovo parco della Val d’Agri, alla rete meridionale di aree protette, che va dal Pollino al Cilento, si aggiunge un altro tassello, previsto dalla legge quadro n.394/1991: una legge, già essa, arrivata con almeno trent’anni di ritardo rispetto alla esigenza di una normativa quadro nazionale in materia di aree protette.
Ai territori meridionali, storicamente antropizzati, ad alto grado di abbandono e con difficili problemi socio-economici e alle loro rilevanti risorse naturalistico-ambientali e storico-culturali, i trent’anni di ritardo della legge avevano già creato un lungo, pesante e contraddittorio accumularsi di attese e di aspettative nella politica sia di conservazione, tutela, valorizzazione e fruizione, sia di promozione umana e di miglioramento della qualità della vita delle popolazioni residenti. Si erano già radicati, in essi, gli effetti deleteri delle dispute, dei contrasti e degli immobilismi, cui erano seguiti ulteriori rinvii e ritardi e la contemporanea crescita di ostilità e di resistenze, che non avevano certamente giovato alla nascita e alla affermazione delle aree protette, anzi avevano rappresentato ostacoli alla corretta e completa applicazione delle norme.

Tra i problemi, che ancora trovano difficoltà di comprensione e di soluzione, resta quello essenziale e decisivo della gestione, delle sue modalità, dei suoi strumenti. Resta ancora incompiuto il passaggio dalla funzione di conservazione e di tutela, che genera vincoli, alla funzione di gestione della conservazione e della tutela, che genera, invece, attività. Nel contesto istituzionale degli anni novanta, le finalità di conservazione e tutela del territorio hanno costituito, nella legge, una missione di alto profilo di innovazione e di sperimentazione delle modalità d’uso delle risorse e delle politiche della loro gestione. I contenuti, tuttavia, non hanno trovato, nelle parti più significative, una normativa di riferimento adeguata; anzi sono rimasti ancorati ad una disciplina ( la legge n.70/75, gli artt. 9, 10, 12, 14 della legge n. 394/91) vecchia e superata, farraginosa e contorta. Si pensi che il nuovo “Regolamento concernente l’amministrazione e la contabilità degli enti pubblici, di cui alla legge 20 marzo 1975, n. 70” è stato introdotto negli enti parco il 27 febbraio 2003 con il DPR n. 97, che ha sostituito il precedente DPR n. 696 del 1979. In materia di organizzazione strutturale e funzionale, inoltre, la disciplina adottata ha portato nella attività amministrativa e gestionale ad una serie di problemi, molti dei quali, a distanza di oltre un decennio, risultano ancora irrisolti; ancora irrisolti, per esempio, risultano i problemi della vigilanza, della sorveglianza, degli indennizzi, delle sanzioni.

Anziché volgere verso una semplificazione, si è proceduto, quindi, verso una burocratizzazione delle azioni della politica di conservazione e di tutela; anziché verso condizioni di efficienza e di efficacia delle gestioni (legge n. 59/97, D.Lgs. n. 286/99, D.Lgs. n. 419/99, D.Lgs. n. 165/2001), verso un loro svilimento o appesantimento. La creazione del sistema nazionale dei parchi, che la legge quadro ha permesso, non è stata, infine, supportata da ordinamenti applicativi, da idonee strutture tecniche e amministrative di supporto, da adeguate risorse umane proprie. Sebbene istituiti ormai da decenni, molti parchi non si sono, ancora, dotati né di Piano per il Parco, né di Regolamento del Parco, né di Piano pluriennale economico sociale; non hanno, ancora, statuti aggiornati; mancano di regolamenti attuativi per la organizzazione e il funzionamento dei servizi, degli uffici e del personale; non praticano la distinzione del ruolo di indirizzo e di controllo dal ruolo gestionale; non hanno regolamentato il funzionamento degli Organi. Nonostante le difficoltà evidenziate, la nascita dei parchi ha costituito, comunque, un valore aggiunto per il territorio, per le sue risorse, per le attività umane tradizionali in esso svolte; ha favorito, inoltre, l’inserimento dell’area in una rete nazionale ed europea di interessi scientifici, ecologici, economici, promozionali.

I parchi sono diventati, anno dopo anno, degli innegabili strumenti di aggregazione territoriale, di identificazione economica, sociale e culturale, di qualificazione e di valorizzazione delle radici e delle identità locali, di potenti veicoli di innovazione e di propulsione di attività non solo di conservazione e di tutela, ma anche di sviluppo durevole. Rimane, però, in molte aree, specialmente quelle più deboli e in ritardo di sviluppo, il rischio della mercificazione dei valori, anche quelli non negoziabili.


 
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