«Per chi
ha partecipato all'ultimo consiglio della Comunità del
Parco è davvero sorprendente leggere sui giornali di
una "cantonata" presa da parte di un esponente dei
Ds calabresi, Vincenzo Bruno, nell'assumere la carica di Vicepresidente
dell'Ente Parco Nazionale del Pollino. Perché si omette
di dire che qualche giorno prima, nella seduta del consiglio
della Comunità del Parco, si era consumato un atto politico
di grande rilievo che lasciava intravedere una vera apertura
verso il superamento di conflitti territoriali (lucani contro
calabresi) che di fatto aveva bloccato il confronto politico.
La costituzione del gruppo dei Democratici di Sinistra, al quale
avevano aderito rappresentanti sia calabresi che lucani, avrebbe
dovuto costituire la ripartenza per rimettere in ordine le lancette
dalla politica, e delle relazioni tra i partiti del centrosinistra
tuot cour (senza distinzioni territoriali) e tra questi ed il
centrodestra. Appare quindi improponibile una "nomina ad
personam", una scelta di carattere personale tra il Presidente
Fino ed un autorevole esponente dei DS, quale è il sindaco
di San Sosti, che sarebbe avvenuta fuori dallo schema dei partiti.
In assenza, peraltro, di una benché minima presa di posizione
pubblica o di una stigmatizzazione da parte dei rappresentanti
dello stesso partito in seno al Consiglio Direttivo dell'Ente
Parco. Né puo soddisfare un generico riferimento alle
regole. È vero, le regole sono un dettaglio per alcuni
che sono abituati ad ottenere risultati sulla base di scorribande
corsare che il centrosinistra, non solo lucano, farebbe bene
a bloccare.
Diversamente non si comprende, e la questione assume contorni
non chiari, perché atti politicamente rilevanti producono
fatti che con la politica hanno poi molto poco a che vedere.
Perché delle due l'una: o qualche sera prima il centrosinistra
si era realmente ricompattato sul voto riguardante una ipotesi
di riperimetrazione tanto arbitraria quanto al limite della
legittimità, e quindi nessun diessino si sarebbe dovuto
sognare l'indomani di accettare cariche fuori dalle logiche
di partito, oppure, la ritrovata unità tra calabresi
e lucani altro non era che una messa in scena per far passare
un provvedimento condiviso solo sulla base di una convergenza
di interessi particolari, dimenticando del tutto la posizione
della Regione Basilicata e della Provincia di Potenza sul tavolo
tecnico della Conferenza Stato Regioni a tutela proprio del
territorio e delle Istituzioni lucane. Un provvedimento, peraltro,
i cui effetti circoscritti ad una perimetrazione che avrebbe
dovuto vedere il centrosinistra compatto solo nel contrastare
l'attuazione di promesse preelettorali provenienti dalla capitale,
e che non trova in verità alcun conforto nelle ragioni
della tutela e della salvaguardia ambientale. Perché
la logica di un nuovo perimetro in assenza del Piano del Parco
non può che rispondere all'arbitrio determinato dal populismo
più bieco che azzera, senza lo straccio di una motivazione,
l'effetto delle norme di salvaguardia e le ragioni stesse che
hanno portato alla delimitazione dell'area protetta. Sarebbe
utile invece conoscere la posizione di tutti i partiti sulla
vicenda che sembrerebbe l'ennesimo atto che i soliti "proconsoli"
avrebbero concordato chiudendo un patto che alla vicepresidenza
dell'Ente Parco potrebbe trovare il contraltare in omologhe
cariche per la componente lucana.
Come al solito, nulla di nuovo è dato registrare, né
i lucani possono pensare di sentirsi espropriati di un peso
politico che, evidentemente, non fa che rimanere invischiato
nelle maglie di una contrattazione a cui la classe dirigente
lucana, che fa per lo più riferimento ai maggiori partiti
della coalizione, non è affatto estranea. La storia del
Parco del Pollino continua a svolgersi su due livelli, il primo,
che guarda all'occupazione dell'Ente Parco e che assorbe quasi
tutte le energie di chi è interessato alla mappa della
gestione del potere e del consenso, il secondo che riguarda
il territorio del Parco, che interessa molto meno, e che una
scarsa sensibilità fa percepire nella sola dimensione
dei confini amministrativi. Se si lascerà il Parco del
Pollino nelle mani di queste persone credo che non si andrà
lontano ed il parco rimarrà solo il luogo di postazioni
che la politica dovrà di volta in volta coprire con uomini
più o meno fedeli a regole che con il modello e la filosofia
dei parchi non hanno nulla a che vedere.