La corsa del petrolio mette in luce le paure delle regioni italiane
Autore: Guy Dinmore
Aridi deserti nascondono il patrimonio petrolifero del Medio Oriente, distese ghiacciate coprono quello della Russia. Sfortunatamente per gli abitanti della Basilicata, il giacimento petrolifero sulla terraferma più grande d'Europa giace sotto foreste, terreni agricoli e antiche comunità.

Lupi, cervi e a volte orsi vagano tra le montagne diventate parco nazionale, dove il rumore degli impianti petroliferi sale tra le cime degli alberi in stridente contrasto.

Canali scavati tra querce e faggi portano gli oleodotti fino al complesso di Viggiano, dove i gas vengono separati e il greggio trasportato per altri 130 Km fino a una raffineria. L'odore di zolfo si fa strada fino ai paesi di origine medievale sulle colline, dove le finestre con le serrande abbassate e i muri fatiscenti sono la testimonianza di una popolazione in fuga. Non sorprende che gli ambientalisti e i residenti siano preoccupati per il progetto delle compagnie petrolifere -Eni, Total, Shell e Esso- di raddoppiare la produzione ricavata da un'area altamente redditizia e di arrivare a coprire il 10% del fabbisogno totale italiano nel giro di qualche anno.

Gli attivisti si sono duramente battuti per 15 anni per far istituire un parco nazionale nella zona della Val d'Agri. La legge è finalmente entrata in vigore lo scorso marzo, vietando così l'estrazione mineraria. Nel frattempo Eni, il gigante dell'energia in parte di proprietà dello Stato, ha già costruito una mezza dozzina di teste di pozzo all'interno del parco e in numero maggiore al di fuori.

Le preoccupazioni sono aumentate questo mese quando Stefania Prestigiacomo, Ministro dell'ambiente ed industriale, ha scartato la scelta del guardiano del parco fatta dall'amministrazione regionale e ha nominato un commissario di sua scelta.

Il governo di centro-destra di Silvio Berlusconi sta inoltre preparando una legge che toglierebbe alle regioni come la Basilicata il diritto di veto sui progetti per la costruzione di infrastrutture. L'obiettivo è quello di porre rimedio alla reputazione italiana da "non nel mio giardino" nei confronti degli investitori stranieri.

"Non possiamo rimanere bloccati per anni, aspettando un'approvazione che potrebbe non arrivare," dice Claudio Descalzi, presidente di Assomineraria, un'associazione di compagnie petrolifere e minerarie. L'industria vuole che la trafila per ottenere le autorizzazioni sia chiara e breve, continua Descalzi, che è anche Direttore Generale della Divisione Esplorazione e Produzione di Eni.

Il vento ha cominciato a girare dalla parte dei grandi progetti industriali quando (il partito dei) i Verdi, i cui membri erano delle figure chiave all'interno del precedente governo di centro-sinistra e che erano accusati di bloccare la maggior parte dei progetti, sono stati sconfitti alle elezioni dello scorso aprile.

I politici locali sono per la maggior parte favorevoli ai progetti di espansione. Chi è contrario afferma invece che la loro coscienza è stata zittita da consistenti percentuali sugli utili elargite da Eni. Se da una parte costituisce un introito per le regioni povere, dall'altra il denaro dà luogo al "clientelismo" [in italiano nel testo, N.d.T.] - raccomandazioni di politici - e non è sempre ben speso.

Nonostante le promesse di posti di lavoro e di investimenti, il paese di Grumento Nova ha perso un quarto dei suoi abitanti. La gente del posto indica come causa della migrazione l'inquinamento prodotto dal vicino complesso di Viggiano e la mancanza di lavoro.

Pino Enrico Laveglia, il medico locale, sta facendo causa a Eni per quello che ritiene essere un significativo aumento del numero di infezioni alle vie respiratorie e di tumori causati dall'inquinamento. "L'arrivo di questi signori ha portato a un disastro ambientale", dice. "Una volta qui non c'era la nebbia. Adesso c'è della polvere azzurrognola e non viene dalle fate dei boschi."

Ma non ha speranze di vincere la causa e dice che la gente è troppo remissiva e divisa da vecchie diatribe per protestare.

Le persone del posto tendono a raccontare la stessa storia – i giovani se ne vanno in cerca di lavoro, sindaci corrotti sprecano le percentuali sugli utili e l'inquinamento corrode i pilastri dell'agricoltura e del turismo. Le grandi aspettative create quando la produzione di petrolio è cominciata in maniera significativa circa 10 anni fa non sono state soddisfatte. Pochi ripongono fiducia nel sistema di monitoraggio dell'inquinamento. Sorridendo cupamente dicono che la Basilicata si è "sacrificata" per il resto d'Italia ma che i loro connazionali non lo sanno.

Una gallina dalle uova d'oro per le compagnie petrolifere e i governi, l'incremento dell'attività di estrazione sembra inevitabile.

I costi delle attività di Eni ammontano a meno di 2,3 euro al barile, e a circa 6,3 euro compreso l'aumento della produzione. Le royalties pagate alla regione sono stimate al 7% dei prezzi di mercato di cui il 15% va alle amministrazioni locali. Eni afferma che alla fine del 2007 ha speso 368 milioni di euro, con una produzione lorda del valore di 5,2 miliardi di euro circa.

Eni, insieme a Shell Italia, produce circa 75.000 barili al giorno in Basilicata. La produzione è destinata ad aumentare fino a 104.000 barili al giorno nel 2010. In un secondo momento, in attesa dell'approvazione ufficiale, ci potrebbe essere un ulteriore aumento di 30.000 barili al giorno.

Eni fa sapere che tutti i nuovi pozzi saranno situati al di fuori dei confini del parco nazionale e che il livello di inquinamento è al di sotto (non supera) dei limiti imposti dall'Unione Europea. Le teste di pozzo saranno collocate nel sottosuolo, una volta completate le trivellazioni esploratorie.

Total, Shell e Esso hanno anche il permesso di trivellare e di costruire un polo di estrazione, con la possibilità di raggiungere una produzione di 50.000 barili al giorno nel 2011.

In Italia il consumo di petrolio sta lentamente diminuendo ed è sceso fino a raggiungere 1.750.000 barili al giorno nel 2007. Gli studiosi affermano che facendo nascere false speranze e non illustrando le conseguenze, gli affari e i politici hanno creato tra la gente un clima di diffidenza nei confronti delle autorità che durerà per lungo tempo. Il conseguente senso di rimpianto e di sfiducia è difficile da dissipare mediante il dialogo.

Ad esempio, gli epidemiologi sostengono che i casi di cancro non possono essere sorti in soli 10 anni a causa dell'industria petrolifera. I sociologi affermano che buona parte del sud Italia vive il fenomeno dell'emigrazione.

Giovanni Figliuolo, docente dell'università della Basilicata, ha rivelato che un'accurata ricerca sulla biodiversità condotta sulle attività di Eni ha concluso che l'impatto sulle zone circostanti è stato minimo e che è persino possibile che l'industria dell'energia, con le tecnologie adeguate, abbia un impatto positivo sulla biodiversità della Basilicata.

Alla domanda se le ricchezze derivanti dal petrolio siano una benedizione o, come molti affermano, una maledizione, Vito De Filippo, governatore di centro-sinistra della Basilicata che ha appoggiato i progetti di espansione dell'attività petrolifera, ha risposto: "Definirle una maledizione è esagerato. La Basilicata ha dovuto farlo per il bene del paese ma i guadagni e lo sviluppo economico non sono stati quelli che ci aspettavamo."

Intanto una nuova minaccia per questo idillio rurale si profila sotto forma di un progetto per una discarica per le scorie nucleari, necessaria a rilanciare l'industria nucleare italiana. L'intenzione di Roma di privare le regioni della possibilità di veto ne faciliterebbe il processo.

"Sarebbe un atto di guerra" dice De Filippo "dovrebbero farlo usando le armi."

L'articolo in lingua originale

Published: November 17 2008 17:51 | Last updated: November 17 2008 17:51

Empty deserts conceal the oil wealth of the Middle East, and frozen wastelands cover Russia’s. Unfortunately for the inhabitants of Basilicata in southern Italy, Europe’s largest onshore oilfield lies beneath forests, farmland and ancient communities.

Wolves, deer and the occasional bear wander through mountain ranges designated as a national park, where clattering oil rigs rise incongruously through tree-tops. Trenches carved through oak and beech take pipelines down to a complex in Viggiano where gas is separated and the oil piped a further 130km to a refinery. A sulphurous stench writhes up to medieval hilltop villages where shuttered windows and crumbling masonry testify to a population in flight. Not surprisingly, environmentalists and residents are alarmed by the plans of oil companies – Eni, Total, Shell and Exxon Mobil – to double production from this highly profitable field and supply some 10 per cent of Italy’s total oil needs within several years.

Activists campaigned for 15 hard years to establish the Val D’Agri area as a national park. The legislation finally came into effect last March, forbidding mineral extraction. In the meantime Eni, Italy’s part state-owned energy giant, had already built half a dozen wellheads inside the park and more outside. Concerns were heightened this month when Stefania Prestigiacomo, environment minister and industrialist, rejected the regional government’s choice for park guardian and appointed her own commissioner. Silvio Berlusconi’s centre-right government is also preparing legislation that would strip regions like Basilicata of their veto power over infrastructure plans. The goal is to fix Italy’s “nimby” – not in my backyard – reputation among foreign investors. “We can’t stay stuck for years, waiting for approval that might not come,” says Claudio Descalzi, president of Assomineraria, an association of oil and mining companies. Industry wants authorisation processes to be clear and brief, says Mr Descalzi, who is also Eni’s head of exploration and development.

The turning of the tide in favour of big industrial projects began when the Green party, whose members were key figures in the previous centre-left government and blamed for blocking many plans, was routed in parliamentary elections last April. Local politicians mostly support the expansion plans. Critics say their sensitivities are dulled by a flow of royalties from Eni. While bringing income to a poor region, the money also fosters “clientelismo” – political patronage – and is not always well spent. Despite promises of jobs and investment, the village of Grumento Nova has lost a quarter of its inhabitants. Locals blame the exodus on pollution from the nearby Viggiano complex and a shortage of work.

Pino Enrico Laveglia, the local doctor, is suing Eni because of what he believes is a significant increase in respiratory infections and tumours caused by pollution. “The arrival of these gentlemen brought an environmental disaster,” he says. “There used to be no fog here. Now there is a blue smog and it is not fairies from the woods.” But he has no hope his lawsuit will succeed and says people are too submissive and divided by ancient hatreds to protest. Local people tend to tell the same story – the young leave to find work; “rotten” mayors waste the royalties; and pollution erodes the mainstays of agriculture and tourism. Great expectations were raised when significant oil production began a decade ago, but not met. Few trust the pollution monitoring systems. Smiling grimly they say Basilicata has “sacrificed” itself for the rest of Italy, but their compatriots don’t even know it. As a cash cow for the oil companies and governments, development seems inevitable.

Eni’s operating costs are less than $3 per barrel, and about $8 including development. Royalties are paid at a rate of seven per cent of market prices to the regional government, of which 15 per cent goes to the localities. Eni said by the end of 2007 it had paid $466m (€368m, £311m), indicating gross production worth $6.65bn. Eni, working with Shell Italia, is producing about 75,000 barrels per day in Basilicata. This is set to increase to 104,000 b/d by 2010. A second phase, awaiting official approval, could add 30,000 b/d. All new wells will be outside the national park and pollution is within European Union limits, Eni says. Wellheads are located underground, once exploratory drilling is complete. Total, Shell and Exxon also have approval to drill for oil and build an oil centre, targeting production of 50,000 b/d by 2011. Italy’s national oil consumption is slowly declining and reached 1.75m b/d in 2007. Academics suggest that by raising false expectations and failing to spell out the full impact, business and politicians fuelled a long-standing suspicion of authority among locals. The ensuing sense of regret and distrust is resistant to reason. For example, epidemiologists say cancers could not have developed over just 10 years because of the oil industry. Sociologists point out that much of southern Italy is witnessing emigration.

Giovanni Figliuolo, a Basilicata university professor, says an intensive biodiversity study of Eni’s operations broadly concluded that there was a slight impact on immediate surroundings. He argues it is even possible that, with the right approach, the energy industry could have a net positive impact on Basilicata’s biodiversity. Asked if the oil riches are a blessing or, as many say, a curse, Vito De Filippo, centre-left governor of Basilicata who has backed the oil expansion plans, replies: “To call it a curse is too much. Basilicata had to do it for the good of the country but the returns and economic development fell short of expectations.” Meanwhile, a new threat to this rural idyll is emerging in the shape of a proposed nuclear waste dump needed to relaunch Italy’s nuclear industry. Rome’s intention to strip the regions of their political veto would facilitate that process. “It would be an act of war,” Mr De Filippo says. “They would have to do it with arms.”

Link originale all'articolo:
http://www.ft.com/cms/s/0/c064b8b0-b4c9-11dd-b780-0000779fd18c.html

Pubblicato il: 19 Novembre 2008 - Ore 14:03