Home » Nucleare - 10 ottobre 2010

Il deposito nazionale di scorie e il piano B di Sogin

Ultimamente abbiamo assistito alla diffusione, a mezzo stampa, delle mappe dei luoghi ideali (secondo Sogin), dove poter realizzare il deposito nazionale delle scorie nucleari. Per Il Movimento NoScorie non c’è nulla di nuovo in questo studio, ma sono solo state ritoccate le aree dalle vecchie mappe del Cnen del 1978. Il deposito nazionale potrebbe essere sempre localizzato, escludendo il Nord Italia, nel Centro-Sud, nell’area lucana-pugliese o campana-laziale-toscana, con la Basilicata che mantiene – insieme alla Murgia – le prime posizioni come negli anni Settanta, con le zone calanchifere. Studi vecchi senza altri approfondimenti che non hanno tenuto conto dei cambiamenti ambientali avvenuti in questi ultimi trentanni. Studi che non tengono conto del terremoto del 1980, dell’esercizio delle dighe, del cambiamento del clima e della fragilità geologica delle stesse aree calanchifere. Sembra in apparenza cambiata solo la strategia del consenso, se non si può imporre il deposito con la forza, si cerca di comprarlo con le compensazioni economiche ai territori. Questa volta si tiene nel cassetto l’azione militare per proporre ai “sindaci-asino” la famosa carota davanti agli occhi, per candidarsi a ospitare il cimitero nucleare travestito da centro di ricerche. Ovviamente tutto questo richiede tempo, dibattiti, corsi e ricorsi e come tutte le grandi opere soldi, tanti soldi. Premesso sempre che ci siano studi adeguati (mai sufficienti), come accaduto in America, in New Mexico, dove dopo 25 anni si scopre che il deposito geologico di Yucca Mountain fa letteralmente “acqua” nelle profondità delle caverne, e quindi non più sicuro.

Considerando poi che gli onorevoli in Parlamento dicono sì al nucleare e poi sui territori di appartenenza combattono l’opzione nucleare (Nimby elettorale), la questione non diventa più tecnica-economica ma esclusivamente politica. In questo frangente la Sogin, forte del contributo pubblico del decommissioning e della riconversione Enea verso il nucleare, tenta di realizzare un probabile piano B, per compensare il deposito mancante e far ripartire i finanziamenti per le centrali nucleari. Non si tratta altro che sfruttare i siti esistenti.

Non è un caso che in Trisaia è in progetto un mega-capannone D3 per rifiuti di terza categoria, sovradimensionato, di oltre tre volte le reali esigenze per solidificare il prodotto finito Itrec e una linea di solidificazione dei rifiuti ad alta attività che dopo aver solidificato il prodotto finito non sarà smantellata secondo quanto previsto dal progetto di VIA, presentato al Ministero dell’Ambiente. Il mega-capannone D3 ha un volume di circa 14000 mc e insieme con un altro capannone di 6000 mc, dove sarà ubicata la linea di trattamento dei rifiuti, assomma a un totale di 20000 mc. Dopo Trisaia anche a Saluggia sembra che si costruirebbe con l’impianto Cemex un capannone D3 simile, con l’aggiunta di un edificio di processo (circa 8000+22000 m3) per la terza categoria (i rifiuti che decantano in migliaia di anni). Nel Garigliano, invece, è in corso di realizzazione un capannone D2 di 10.000 mc. Sogin ha sempre sostenuto che questi volumi servono per decommissionare il sito, ma per Trisaia i volumi del capannone D3 ci sembrano eccessivi. Nel deposito di Trisaia potrebbe, ad esempio, confluire in futuro tutto il combustibile nucleare riprocessato che dovrebbe ritornare dalla Francia nel 2017 pari a 72 mc x fattore 20 = 1440 mc (Fonte Sogin). Volume (1440 mc) che corrisponde a circa un decimo del capannone in progetto per Trisaia. Qui, inoltre, potrebbe restare tanto altro spazio per altro materiale di terza categoria. Con il paventato rischio che la linea di solidificazione dei rifiuti radioattivi possa essere utilizzata per lavorare altre scorie radioattive. Lo stesso progetto di VIA presentato da Sogin, prevede una durata del deposito pari a 50 anni (quanto dura il ciclo di una centrale nucleare). In effetti la Trisaia potrebbe confermarsi sito per la lavorazione dei rifiuti e deposito temporaneo-definitivo: quindi non più un prato verde ma un pericoloso ampliamento.

L’itrec negli anni Sessanta e Settanta, in effetti, nacque proprio per trattare i rifiuti del ciclo uranio/torio. La tesi dello sfruttamento dei depositi temporanei è confermata dalle affermazioni del commissario Enea, Lelli, che dà delucidazioni alla stampa sulle scorie prodotte da future centrali (in attesa del deposito provvisorio). È, soprattutto, su questa questione che vogliamo che la Regione Basilicata si pronunci. Questione su cui si sono abbondantemente pronunciati le associazioni ed i comitati del territorio. Ribadendo che gli investimenti previsti pari a circa 42 milioni di euro per il capannone D3 in Trisaia e i workshop con le imprese non siano lo specchio per le allodole per il deposito definitivo–provvisorio di terza categoria, proprio come recitava la discussa Legge Marzano. Vera minaccia economica per un territorio che conti alla mano, solo a Rotondella, con la produzione di albicocche ha un fatturato di circa 30 milioni di euro l’anno per sempre, senza contare che lavorazione e trasformazione, se fatta in loco, raddoppierebbe il volume di affari. [di Movimento NoScorie Trisaia]

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