Zona industriale di Tito scalo: sito d'interesse nazionale. Partendo
da questo assunto, si dà il via ad una serie di ricostruzioni,
valutazioni e quesiti, molti ancora irrisolti, che vale la pena approfondire.
Partendo dall'inizio, è necessario citare l'importante Decreto
Ministeriale dell'8 Luglio 2002, emanato dal Ministero dell'Ambiente,
della Tutela del Territorio e del Mare pubblicato nella Gazzetta
Ufficiale della Repubblica Italiana n. 231 del 2 Ottobre 2002
che stabilisce la perimetrazione del sito d'interesse nazionale
in oggetto.
Il Ministero dell'Ambiente,
considerando il perimetro al fine di censire tutte le aree
potenzialmente contaminate, salvo l'obbligo di procedere alla bonifica
delle aree esterne al perimetro che dovessero risultare inquinate
e che sulle aree perimetrate sarà effettuata la fase
di caratterizzazione per accertare le effettive condizioni di inquinamento
al fine di pervenire alla individuazione del perimetro definitivo,
decretò per l'appunto che Le aree da
sottoporre ad interventi di caratterizzazione ed agli eventuali interventi
di messa in sicurezza d'emergenza, nonché, sulla base dei risultati
della caratterizzazione, ai necessari interventi di messa in sicurezza,
bonifica, ripristino ambientale e attività di monitoraggio
e che L'attuale perimetrazione non esclude l'obbligo di bonifica
rispetto a quelle porzioni di territorio che dovessero risultare inquinate
[...].
Dalla documentazione in possesso degli Enti Ministeriali citati, che
hanno portato all'emanazione del Decreto notificato previa
registrazione al Comune di Tito, alla Provincia di Potenza,
alla Regione Basilicata ed all'Arpab (Agenzia Regionale
per la Protezione dell'Ambiente della Basilicata) si presuppone
l'urgenza di intervento circa la bonifica di un'area industriale della
Basilicata fortemente a rischio. A supporto di questo, sono apparsi
nell'agosto del 2005 alcuni articoli pubblicati su La
Gazzetta del Mezzogiorno a firma di Gianni Rivelli. Il giornalista
scrive di situazione, in alcuni casi, drammatica,
oltre che della presa di posizione di un'azienda presente nel perimetro
(Daramic S.r.l.), autodenunciatasi, comunicando di aver causato
un pesante stato di contaminazione della falda e del terreno
da tricoloroetilene, tricloroetano, dicloroetilene, bromodiclorometano,
cloroformio, bromoformio, cloruro di vinile monomero, esaclorobutadene,
tetracloroetilene, sommatoria organoclorurati e idrocarburi totali.
Queste appena citate sono da considerarsi sostanze tossiche,
cancerogene e persistenti. E' chiaro che il
tasso di inquinamento riscontrato nelle falde acquifere, un milione
di volte superiore ai limiti consentiti, è allarmante. Per
quanto riguarda il tricloroetilene, ad esempio, i valori rilevati
erano di un milione 470mila nanogrammi/litro a fronte di
un limite di, un nanogrammo e mezzo, e nei suoli la stessa sostanza
è risultata presente 300 volte oltre il limite consentito,
vale a dire 3290 milligrammi a chilo contro i dieci previsti.
Quella che sembra una vera e propria emergenza, dal crescente pericolo
per l'ambiente e la salute dei cittadini, viene fortemente presa in
considerazione da Gianfranco Mascazzini, Direttore della Direzione
Qualità della Vita del Ministero dell'Ambiente, che evidenziò
prontamente la concreta possibilità che il suddetto
stato di contaminazione della falda sia esteso ad aree esterne allo
stabilimento di proprietà della Daramic, a fronte,
quindi, di un'opera di bonifica indispensabile quanto complicata.
C'è da dire
che il segnale d'allarme per questo Sito d'Interesse Nazionale
con unestensione di 59.000 metri quadri allinterno
dellarea Consorzio Asi e conosciuto ai più
come area dell'ex Liquichimica di Tito Scalo, parte nel Febbraio del
2001. Si susseguono una serie di sopralluoghi che portano al ritrovamento
di una discarica abusiva dalle ingenti dimensioni,
caratterizzata da residui accumulati nel ventennio 1981-2001,
ossia da dopo la chiusura della Liquichica, da cui resti sarebbero
provenuti buona parte di quei materiali, e alla scoperta,
in ordine temporale, di rifiuti di diversa origine (speciali,
pericolosi, assimilabili agli urbani) in quantità pari a circa
210mila metri cubi e di una vasca per lo stoccaggio contenente
rifiuto tossico nocivo e realizzata in
totale violazione di quanto previsto dalla legge e senza alcuna autorizzazione.
Questo è quanto dichiarano i dottori Mauro Sanna e Alessandro
Iacobucci con lassistenza del Nucleo operativo ecologico
dei Carabinieri e della Polizia Provinciale. Al cospetto
di quello che sembra essere una spada di Damocle su una terra già
martoriata da altre attività invasive, c'è il dubbio
su come il grosso del ritrovamento lascia pensare ad un traffico
di rifiuti vero e proprio, poiché, a quanto si è verificato
durante il sopralluogo, il contenuto nulla ha a che vedere con i rifiuti
derivanti dallattività dello stabilimento dellex
Liquichimica Meridionale, ma si tratterebbe di unattività
di raccolta e smaltimento di rifiuti pericolosi provenienti da altre
realtà. Il presunto stoccaggio illegale dei rifiuti sarebbe
stato un grosso business per quanti lo hanno realizzato.
Il giornalista de La Gazzetta del Mezzogiorno, Gianni Rivelli, oltre
a parlare di business, prefigura scenari ancor più preoccupanti.
Il materiale è stato depositato senza le dovute cautele
per lambiente. Attività di personaggi senza scrupoli
che per i loro business non hanno esitato esporre suolo e falde acquifere
ad un forte pericolo di contaminazione. Lombra dellecomafie,
insomma, ma anche lipotesi di connivenze di qualcuno che, pur
conoscendo la situazione, ha fatto finta di niente. Sulle loro tracce,
le indagini vanno avanti.
Ma cosa è
successo da quel lontano 2001, dal punto di vista politico ed istituzionale?
L'unica cosa certa è l'erogazione, di finanziamenti, a scalare
negli anni, di circa 160.000 mila euro derivanti dal "Progetto
Amianto", promosso dalla Regione Basilicata in collaborazione
con l'Istituto di Metodologie per l'Analisi Ambientale (Imaa) e presentato
- gioco del destino - nella sede del CNR (Centro
Nazionale per le Ricerche) di Tito Scalo che doveva consentire l'accertamento
ed il monitoraggio dello stato globale di inquinamento ambientale
da fibre di amianto in Basilicata, con lo scopo di individuare
le situazioni di pericolo effettivo da risanare con urgenza,
preceduti da circa 2.480.000 di euro (2003, 2002, 2001) e 774.000
euro (2003, 2001).
Sullo stato d'utilizzo dei fondi pubblici stanziati per cofinanziare
il risanamento delle aree industriali italiane, imposto per legge
agli inquinatori, c'è stato ed è
tuttora in corso un acceso dibattito, anche perchè risulta,
in bassissima percentuale, un magro numero bonifiche portate a termine.
In merito, il quadro normativo vigente, smentisce la prassi tutta
italiana di ritardi e dimenticanze. Infatti, già
con un Decreto Ministeriale del 16 Maggio 1989 vennero stanziati
i primi finanziamenti destinati alle Regioni, al fine di consentire
loro la pianificazione degli interventi di bonifica,
rappresentando un ottimo impulso per il completamento di un primo
censimento dei siti inquinati. Otto anni dopo, nel 1997, con l'articolo
17 del Decreto Legislativo n.22 del 5 Febbraio (per semplificazione
Decreto Ronchi), vennero stabiliti gli obblighi degli inquinatori,
attuando il principio comunitario del chi inquina paga
e definendo le competenze delle amministrazioni locali.
Nel 1998, invece, con Legge n.426 del 9 Dicembre viene dato
il via ad un programma nazionale di bonifica e ripristino ambientale
dei siti inquinati, sulla base di una Task Force attuata in
sinergia tra Ministero dell'Ambiente e Conferenza Stato-Regioni. Come
conseguenza vennero stanziate diverse centinaia di miliardi di vecchie
lire per i primi siti di interesse nazionale individuati
(Porto Marghera, Napoli orientale, Gela e Priolo, Manfredonia, Brindisi,
Taranto, Cengio e Saliceto, Piombino, Massa e Carrara, Casal Monferrato,
litorale Domizio-Flegreo e lAgro aversano, Pitelli, Balangero
e Pieve Vergonte), tra i 40 complessivi in tutta la Penisola, tra
i quali c'è ovviamente quello di Tito scalo, catalogato per
abbandoni incontrollati di fanghi di depurazione e rifiuti
da produzione di concimi, cemento-amianto e da attività siderurgica.
L'epilogo normativo - se così può essere definitivo
- si ha il 15 Dicembre del 1999, con la pubblicazione sulla Gazzetta
Ufficiale del Decreto Ministeriale n.471/99, nel quale viene enunciata
una inequivocabile definizione di sito inquinato, basata sulla concentrazione
di una o più sostanze inquinanti nel suolo o nelle acque di
falda o superficiali supera i valori di concentrazione limite accettabili
stabiliti nellallegato al decreto, riferiti alle due categorie
di siti individuate: ad uso verde e residenziale e ad uso commerciale
ed industriale. In una pubblicazione del 12 Aprile 2004
su Lexambiente.it, dal titolo: Documento sulle bonifiche dei
siti contaminati (archivio 1998 2003), analizzando il Decreto
Ministeriale n.471/99, si rileva che le novità principali
rispetto alla normativa precedente riguardano i seguenti aspetti:
il decreto affronta linquinamento di ogni tipo di sito, indipendentemente
dalla sua dimensione [
] ...mentre viene estesa
la definizione di sito inquinato ad aree in cui sono insediate industrie
ancora in attività. Alle Regioni viene richiesto laggiornamento
dei censimenti regionali dei siti potenzialmente contaminati previsti
dal Decreto Ronchi, e, sulla base dei criteri definiti dallAgenzia
nazionale protezione ambiente (Anpa), la definizione dellAnagrafe
dei siti da bonificare.
Insomma, il tempo
delle vacche grasse c'è stato, ora sembra essere arrivato quello
delle vacche magre, come fa intendere la recente notizia che conferma
la mancanza di fondi per il Programma Straordinario Ufficiale Nazionale
per il recupero economico produttivo dei siti industriali inquinanti.
Infatti, i milioni di euro dei FAS (Fondi Aree Sottoutilizzate)
2007-2013 sono destinati al altro con lultima Finanziaria.
Questo significa che la bonifica dell'area di Tito Scalo (unitamente
all'intera Valbasento) non ci sarà. Siamo, sicuramente, di
fronte ad un problema con radici lontane, e non esclusivamente imputabile
alle azioni restrittive del Governo Berlusconi. I ritardi di attuazione
del famigerato Piano di Bonifica cominciano a pesare, in misura certamente
maggiore sulla tutela ed il rispetto della salute delle popolazioni
locali. Il Presidente della Regione Basilicata, Vito De Filippo, in
recenti dichiarazioni apparse sulla stampa locale ipotizza la
bonifica con nostri fondi, aggiungendo anche che già
nel programma nazionale era prevista una quote di partecipazione da
parte della Regione. In ogni caso, noi stiamo lavorando con il Governo
per riavere i fondi. In merito alla bonifica del Sito d'Interesse
Nazionale di Tito Scalo, nelle voci d'uscita del bilancio regionale,
c'è la somma di 1.161.015,47 di euro destinata
alla società Metapontum Agrobios riportata in un'inchiesta
del Sole24Ore, pubblicata in data 11 Settembre 2008, sui compendi
erogati dalle Regioni per le consulenze del 2007. Tra l'opera di consulenza
erogata ad Agrobios appare anche la caratterizzazione geochimica
dei siti inquinati di interesse nazionale. Sul sito ufficiale
della società appena citata si può leggere, nella sezione
dedicata al Monitoraggio ambientale finalizzato alla definizione
dellanagrafe regionale dei siti industriali di Tito Scalo e
Val Basento, che lo studio di aree che sono state
oggetto di attività industriali è finalizzato allinserimento
nellanagrafe regionale dei siti inquinati. Il progetto prevede
la valutazione del grado di inquinamento da sostanze xenobiote nelle
aree industriali di Tito e Val Basento. Il programma prevede una campagna
di campionamento tramite perforazione del suolo in 380 siti, prelievi
di acque sotterranee di falda da piezometri in 380 siti, prelievo
di acque e sedimenti fluviali in 10 siti. Nel programma sono previsti
anche lallestimento di 8 aree di monitoraggio biologico e chimico
per la sorveglianza dellinquinamento atmosferico.
Di dati, in merito non se ne ha notizia, così come non ci sono
dati dell'area, sul sito dell'Arpab.
Tutto tace. O quasi. Ai continui silenzi del sindaco di Tito, Pasquale
Scavone, che dovrebbe intervenire, essendo responsabile della
salute pubblica, si aggiunge un comunicato stampa del 24 Marzo 2009
di Confindustria Basilicata, nel quale il presidente Attilio
Martorano lamenta l'amarezza
e la delusione degli imprenditori dell'area industriale di Tito Scalo,
sottolineando problemi atavici "come quelli legati al Consorzio
Asi con difficoltà che da anni si riversano sulle imprese"
e questioni spinose, come la bonifica dell'area: "Quello della
bonifica del sito industriale è un tema che ci interessa particolarmente
anche perchè non abbiamo capito cosa vuol fare la Regione".
L'ultima nota
utile è ferma in un documento del Novembre 2004, divulgato
dal Gruppo di Lavoro Obiettivo Bonifiche della Rete Nazionale delle
Autorità Ambientali e delle Autorità della Programmazione
dei Fondi Strutturali Comunitari 2000-2006, su analisi delle problematiche,
valutazioni e suggerimenti. Nel capitolo dedicato alla Gestione degli
Interventi di Bonifica e Fondi Strutturali per le Regioni dell'Obiettivo
1, sullo stato di attuazione procedurale del Sito di Tito Scalo, si
legge che "si trova in una fase iniziale: al momento sono
stati approvati in sede di Conferenza di Servizi il piano di caratterizzazione
dell'area pubblica ex-liquichimica". Sarebbe opportuno, visto
che sono passati ben 5 anni, rendere note tutte le evoluzioni, le
osservazioni e lo stato di caratterizzazione della bonifica, presumibilmente
presentate dalle Amministrazioni, dagli Enti Pubblici e dai Soggetti
obbligati.