I veleni di Tito, i veleni della partitocrazia
Autore: Maurizio Bolognetti|Segretario Radicali Lucani e Consigliere Associazione Coscioni

Nella Lucania dei veleni industriali e politici, la storia del sito di bonifica di interesse nazionale di Tito scalo suscita sdegno per l’inadeguatezza di tutti gli Enti coinvolti ad offrire risposte e rabbia per le inadempienze e per l’incapacità di una classe dirigente, che non ha lavorato per difendere gli interessi di un territorio e di coloro che vivono seduti su una bomba ecologica. Stiamo parlando di un pezzo di Basilicata letteralmente inghiottito dai veleni e dalle sabbie mobili della burocrazia. Ritardi, inefficienza, strafottenza, assoluta mancanza di trasparenza e di informazioni.

Abbiamo avuto tra le mani il verbale dell’ultima Conferenza dei Servizi decisoria, tenutasi a Roma il 22 dicembre del 2008, avente per oggetto lo “Stato di attuazione delle attività di caratterizzazione e di messa in sicurezza di emergenza sul sito di interesse nazionale di Tito.” Partendo da quella lettura, dalla lettura di un verbale che doveva essere segreto e che noi abbiamo reso pubblico e consultabile, abbiamo iniziato a porre domande che allo stato dell’arte non hanno trovato risposte. Abbiamo chiesto trasparenza in nome del diritto dei cittadini lucani a poter conoscere per deliberare: nessuna risposta. Un assordante silenzio, un muro di gomma, o meglio di cemento armato. Non risponde l’Arpab, non risponde la Regione. Una fonte del Ministero dell’Ambiente, però, ci conferma che nulla è cambiato rispetto a quanto scritto nel verbale del dicembre 2008 e che la prossima Conferenza dei servizi si terrà forse a settembre 2009.

Abbiamo di certo capito che dopo 8 anni dall’istituzione del sito di bonifica è stato fatto davvero poco per bonificare, ma molto, tanto, troppo è stato scritto in decine di incontri. Insomma, l’iter che ricalca la storia delle tante emergenze che affliggono il Bel Paese. Emergenze che, come nel caso dei rifiuti in Campania, si trasformano in ghiotte occasioni per gli affari di gente senza scrupoli, ad iniziare dall’affare delle consulenze pagate a peso d’oro. Intanto, a Tito tonnellate di trielina e di altre sostanze dal nome impronunciabile hanno inquinato la falda acquifera. Intanto, a Tito, piccolo paese in provincia di Potenza, distante pochi chilometri dal capoluogo di regione, c’è una discarica abusiva con tonnellate di fanghi industriali interrati in “trincee” e ricoperti da fosfogesso. Quei veleni ogni giorno, tutti i giorni, inquinano la falda, arrivano nel torrente Tora e da lì avvelenano il Basento. A documentare questa drammatica situazione una video-inchiesta che abbiamo realizzato per Fai Notizia in collaborazione con la Polizia Provinciale di Potenza. Le parole pronunciate da chi ci ha accompagnato sul sito suonano come un pesante “j’accuse” nei confronti di tutti coloro che sapevano, che sanno e che ad oggi nulla hanno fatto. La falda acquifera rischia un danno irreversibile. Nella zona l’odore della morte e della decomposizione: è l’area ex liquichimica, cattedrale che assurge a simbolo di uno sviluppo industriale che non c’è stato, di sogni svaniti in fretta e che in fretta si sono trasformati in un incubo. Già incubo, come gli incubi degli abitanti di Tito, che interrogati in piazza parlano dell’aumento delle malattie tumorali. Gli incubi degli operai della Daramic, di quelli che ricordano i tanti che hanno pagato con la vita il sogno di uno sviluppo industriale che non c’è stato e che ha lasciato in eredità veleni e cassa integrazione.

In quell’area, come in altre zone della Basilicata, c’è una pesante incidenza di veleni “ufficiali” e veleni nascosti, magari gestiti dalle ecomafie. E con ogni probabilità i veleni di Tito, di certo quelli presenti nelle trincee, sono anche i veleni di chi fa della monnezza il suo business quotidiano. Sito di bonifica di interesse nazionale? Viene da ridere amaro; una smorfia si disegna sulla bocca di chi ha letto il verbale ministeriale. Verrebbe da dire: Dov’è l’interesse? Dov’è la bonifica? Dietro la freddezza delle parole pronunciate dalla burocrazia, dietro ai dati di un monitoraggio ambientale carente, dati secretati, c’è il dramma di una popolazione che a volte preferisce non vedere, sperando così di allontanare le paure. In quel verbale la fotografia di una bonifica ambientale che langue da troppo tempo. Leggiamo di un contesto ambientale “ancora caratterizzato da una pesante contaminazione da tricloroetilene” in quantità tali che fanno temere “la presenza del prodotto libero in falda”. Il Ministero dell’ambiente afferma: “…a distanza di tre anni e mezzo le aziende e gli altri soggetti interessati hanno dimostrato limitato interesse e volontà nell’adoperarsi per conoscere e quindi, ove possibile, limitare la diffusione dell’inquinante che rappresenta un rilevante pericolo per la salute umana.
Leggiamo di monitoraggi incompleti e di dati discordanti, di rifiuti la cui destinazione risulta sconosciuta, di problematiche “non risolte”.

Gli amici della Ola (Organizzazione lucana ambientalista), in un ottimo dossier, parlano di veleni ventennali. Noi parliamo di veleni industriali e politici: i veleni della partitocrazia. La gente di Tito attende risposte e azioni concrete. Forse è giunto il momento di passare dalle parole ai fatti.

Pubblicato il: 5 Agosto 2009 - Ore 20:51