Dalla
cultura materiale alla comunità di persone, per una
città solidale
Dalla
periferia urbana - Il dibattito su aspetti rilevanti della
città di Potenza non può rimanere chiuso nei
palazzi del potere o tra gli addetti ai lavori, ma deve coinvolgere
tutti i cittadini che devono poter cogliere il nesso tra cause
e effetti per poter incidere positivamente sul cambiamento.
In un incontro tenutosi di recente nel rione Murate di Potenza
per discutere sui possibili sviluppi del quartiere, don Gerardo
Messina, storico e teologo, nel riferire sulla possibile ubicazione
di un borgo antico nel luogo dove oggi sorge Murate, metteva
in relazione questa presenza con un momento di declino della
città di Potenza che, in fase di espansione, perdeva
coesione e compattezza. Per ambiente si è
finora inteso lambiente naturale lontano dalla città
o quello legato a macroconcetti quali laria
o lacqua. Questa concezione ci ha fatto dimenticare
che, di fatto, questo inizia appena fuori di noi e che la
città è ormai lambiente in cui vive la
maggioranza delle persone dellintero pianeta.
Dalla qualità di questo ambiente dipende la qualità
della vita, delle relazioni umane, dello sviluppo individuale
e sociale strettamente connessi alla crisi ambientale globale.
Il modo in cui la città è organizzata modella
profondamente le relazioni umane; lurbanistica che è
lorganizzazione dellhabitat umano induce una cultura
e comporta implicitamente una morale e unetica collettiva.
Lambiente sotto casa, come quello naturale dei boschi,
del mare, dei fiumi, è andato in questi anni progressivamente
impoverendosi in senso urbanistico e sociale, ha perso la
complessità e la diversità che lo rendevano
vitale.
Nellesperienza comune dei cittadini di Potenza i problemi
della città sono però vissuti separatamente:
linquinamento, il traffico, il verde, i servizi. I media
soffermandosi sulle singole emergenze contribuiscono a formare
unopinione pubblica che, priva di riferimento circa
le cause e le connessioni tra un problema e laltro,
finisce per limitarsi ad una generica protesta piuttosto che
attivarsi positivamente. I problemi odierni del quartiere
e della città non sono certamente ricollegabili a quanto
accadeva in tempi così remoti, ma sicuramente sono
strettamente connessi a unaltra fase di espansione,
di ben altre dimensioni, che negli anni settanta vedeva Potenza
allargare i suoi confini secondo una pratica urbanistica basata
su una rigida zonizzazione per aree omogenee e
sulla pratica degli standard urbanistici, illusori indicatori
della qualità urbana, per di più irrealizzabili.
Ciò ha portato ad una progressiva specializzazione
delle aree urbane con un centro storico svuotato dei suoi
abitanti e destinato alle attività commerciali e terziarie,
in periferia i quartieri residenziali, le scuole superiori
e gli uffici regionali concentrati in via Anzio, le zone industriali
ed artigianali nelle aree di pertinenza dei fiumi Basento
e Gallitello, i parchi urbani a S.Antonio la Macchia, Rossellino
e Pallareta.
Strettamente collegata alla scelta delle lunghe distanze,
innescata dalla gerarchizzazione funzionale del territorio
e da specifici meccanismi economici, è la preferenza
per le grandi strutture che da alcuni anni spuntano nelle
aree industriali ed artigianali, ormai svuotate delle loro
originarie funzioni: concessionarie auto, centri di acquisto
(Galassia, Iperfutura, Hobby Centro), sportivi (campo scuola
in località piani del mattino), sanitari, ecclesiastici
(seminario maggiore), centri per il commercio allingrosso
ed altri. Leffetto di generazione di traffico del descritto
paradigma di pianificazione territoriale è fuori dubbio
se si considera il conseguente allungamento dei tragitti.
Lutopia della piena motorizzazione, la carenza di mezzi
pubblici, linnegabile vantaggio del mezzo privato, la
mentalità degli studiosi dei trasporti tesa a coprire
la domanda e non considerare le cause hanno finito per completare
un quadro di per sé allarmante. Il caos del traffico,
linquinamento dellaria, il rumore sono diventati
problemi quotidiani per gli abitanti su cui pesa una progettazione
dellambiente abitativo e una trasformazione dello spazio
urbano in funzione della mobilità motorizzata, che
ha portato ad una città a misura di auto, una città
di strade che condiziona fino ai nostri giorni
la vivibilità urbana. I quartieri periferici diventano
non luoghi. Così li definisce lantropologo
francese Marc Augè che con questo termine vuole indicare
quegli spazi anonimi, senza storia e del tutto simili ad altri.
Rione Murate è uno dei tanti non luoghi
della città: privo di una chiesa, di una piazza, di
servizi commerciali e terziari. Un insieme di condomini più
o meno recintati tra scarpate residuali; lo spazio pubblico
un tempo per antonomasia adibito allincontro, alla conoscenza,
alle relazioni, al tempo libero ed alla socializzazione è
ridotto allultimo pezzo di strada che gli abitanti percorrono
per raggiungere il proprio garage o il parcheggio sotto casa.
Una tale organizzazione assorbe le migliori risorse umane,
mentali ed economiche del paese per costruire e gestire strade,
parcheggi, nuovi svincoli, ben poco rimane per la gestione
dei servizi. I trasporti pubblici diventano insufficienti
o inesistenti, scarsa o nulla è la manutenzione degli
spazi verdi, degli impianti, degli arredi urbani, quasi inesistente
la sorveglianza. Ai non luoghi corrisponde la
non città che si accompagna alla non
campagna. La città si è ridotta a un insieme
di pezzi senza identità e senza attrattive:
una zona centrale caotica di giorno e deserta di notte, quartieri
dormitorio privi di connotazione sociale e di stimoli per
i rapporti interpersonali, zone residenziali asettiche e svincolate
dal contesto storico-sociale nel quale sono inserite, periferie
anonime e degradate da cui scappare appena possibile, percorsi
pedonali scomodi e insicuri, scarsa qualità degli spazi
pubblici, barriere architettoniche e traffico, verde urbano
abbandonato e mal frequentato. Il quartiere e lintera
città hanno perso una delle caratteristiche principali:
la complessità e la diversificazione, che sono alla
base della vivibilità urbana. Uno spazio urbano povero,
infatti, produce isolamento, separazione, egoismo, mancanza
di identità collettiva e individuale e si associa a
un tessuto sociale misero che si ripercuote sulla qualità
della vita degli abitanti, in particolar modo per le fasce
più deboli costituite dagli anziani, i malati e i bambini.
La presenza di famiglie appartenenti alla media borghesia,
insieme ad altre circostanze fortunate, hanno evitato a quartieri
come Murate i casi estremi di emarginazione e di disagio sociale
che non sono stati risparmiati ad altri abitati della periferia;
la parrocchia, seppure allinterno di un garage, ha lasciato
vivo il germe su cui far crescere unidentità
collettiva.
Allinterno del quartiere esiste una profonda esigenza
di socialità, di appartenenza e di identità
che si esprime con la partecipazione entusiasta ad ogni iniziativa.
A Murate la gente risponde con entusiasmo alle sollecitazioni
del comitato di quartiere o del giovane parroco (assemblee
pubbliche, recita del rosario nei condomini, abbellimento
degli spazi pubblici, feste di quartiere). I pezzi di un gazebo
messi a disposizione dallamministrazione comunale sono
stati trasformati in un ameno rifugio destinato al tempo libero
e alle relazioni tra persone, gruppi e generazioni. Nasce,
sotto la spinta di una comunità che intende diventare
protagonista del proprio futuro, il Centro di incontro Antonio
Continanza, intitolato ad un giovane del quartiere scomparso
tragicamente.
I costi della città adattata allauto impongono,
con una diversa concezione della mobilità, anche un
nuovo modello di città e di vita urbana. Assodato l'esito
suicida di un modello statunitense, avanzato nell'insipienza
politica e culturale delle classi dirigenti che hanno di fatto
ignorato lidentità storica e culturale delle
nostre città, lintera problematica urbana viene
associata sempre più a una nuova cultura progettuale
e di intervento capace di porre attenzione alle relazioni
che legano le componenti della vita urbana. Allomologazione
periferica viene contrapposto un policentrismo comunitario
che porti alla trasformazione in "centro" della
periferia, che non si risana dilatandola, ma delimitandola
qualitativamente, arricchendola di servizi e opportunità,
curando quanto è stato tumultuosamente costruito. Il
futuro urbano è nei quartieri periferici da rendere
più compatti e ricchi di funzioni, la qualità
di vita dei suoi abitanti si misurerà nella capacità
di adattare lauto alla città e sul modo in cui
gli spazi non costruiti saranno organizzati per rispondere
alle reali esigenze degli abitanti.
Lintervento progettuale indispensabile per riqualificare
spazi e servizi potrebbe, comunque, non essere risolutivo
in merito al problema della perifericità di abitati
cresciuti troppo in fretta per creare un radicamento. Occorre
favorire la nascita, attorno a luoghi e strutture che esprimono
centralità o una storia come la parrocchia, una piazza,
un centro di incontro, una comunità capace di affermare
un proprio stile di vita. Una comunità solidale in
grado di condividere bisogni e sogni, problemi e aspettative,
di affrontare le nuove criticità dovute ai cambiamenti
globali. Una comunità di persone che può trasformare
lambito locale da spazio passivo, dove aspettare per
ricevere, in uno spazio attivo dove mantenere alto il livello
di attenzione e azione collettiva e dove ritrovare il valore
della solidarietà, dellaiuto, e del senso civico,
inteso come qualità della relazionalità interna,
del rispetto reciproco e delle regole della comunità,
senza le quali una città è destinata al declino
non solo sociale ma anche economico.