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[Data di pubblicazione: 22/06/2006]
 
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> di Albano Garramone [Presidente del Comitato di Quartiere "Rione Murate"]
 
     
     

Dalla cultura materiale alla comunità di persone, per una città solidale

Dalla periferia urbana - Il dibattito su aspetti rilevanti della città di Potenza non può rimanere chiuso nei palazzi del potere o tra gli addetti ai lavori, ma deve coinvolgere tutti i cittadini che devono poter cogliere il nesso tra cause e effetti per poter incidere positivamente sul cambiamento. In un incontro tenutosi di recente nel rione Murate di Potenza per discutere sui possibili sviluppi del quartiere, don Gerardo Messina, storico e teologo, nel riferire sulla possibile ubicazione di un borgo antico nel luogo dove oggi sorge Murate, metteva in relazione questa presenza con un momento di declino della città di Potenza che, in fase di espansione, perdeva coesione e compattezza. Per “ambiente” si è finora inteso l’ambiente naturale lontano dalla città o quello legato a “macroconcetti” quali l’aria o l’acqua. Questa concezione ci ha fatto dimenticare che, di fatto, questo inizia appena fuori di noi e che la città è ormai l’ambiente in cui vive la maggioranza delle persone dell’intero pianeta.

Dalla qualità di questo ambiente dipende la qualità della vita, delle relazioni umane, dello sviluppo individuale e sociale strettamente connessi alla crisi ambientale globale. Il modo in cui la città è organizzata modella profondamente le relazioni umane; l’urbanistica che è l’organizzazione dell’habitat umano induce una cultura e comporta implicitamente una morale e un’etica collettiva. L’ambiente sotto casa, come quello naturale dei boschi, del mare, dei fiumi, è andato in questi anni progressivamente impoverendosi in senso urbanistico e sociale, ha perso la complessità e la diversità che lo rendevano vitale.
Nell’esperienza comune dei cittadini di Potenza i problemi della città sono però vissuti separatamente: l’inquinamento, il traffico, il verde, i servizi. I media soffermandosi sulle singole emergenze contribuiscono a formare un’opinione pubblica che, priva di riferimento circa le cause e le connessioni tra un problema e l’altro, finisce per limitarsi ad una generica protesta piuttosto che attivarsi positivamente. I problemi odierni del quartiere e della città non sono certamente ricollegabili a quanto accadeva in tempi così remoti, ma sicuramente sono strettamente connessi a un’altra fase di espansione, di ben altre dimensioni, che negli anni settanta vedeva Potenza allargare i suoi confini secondo una pratica urbanistica basata su una rigida “zonizzazione” per aree omogenee e sulla pratica degli standard urbanistici, illusori indicatori della qualità urbana, per di più irrealizzabili. Ciò ha portato ad una progressiva specializzazione delle aree urbane con un centro storico svuotato dei suoi abitanti e destinato alle attività commerciali e terziarie, in periferia i quartieri residenziali, le scuole superiori e gli uffici regionali concentrati in via Anzio, le zone industriali ed artigianali nelle aree di pertinenza dei fiumi Basento e Gallitello, i parchi urbani a S.Antonio la Macchia, Rossellino e Pallareta.

Strettamente collegata alla scelta delle lunghe distanze, innescata dalla gerarchizzazione funzionale del territorio e da specifici meccanismi economici, è la preferenza per le grandi strutture che da alcuni anni spuntano nelle aree industriali ed artigianali, ormai svuotate delle loro originarie funzioni: concessionarie auto, centri di acquisto (Galassia, Iperfutura, Hobby Centro), sportivi (campo scuola in località piani del mattino), sanitari, ecclesiastici (seminario maggiore), centri per il commercio all’ingrosso ed altri. L’effetto di generazione di traffico del descritto paradigma di pianificazione territoriale è fuori dubbio se si considera il conseguente allungamento dei tragitti. L’utopia della piena motorizzazione, la carenza di mezzi pubblici, l’innegabile vantaggio del mezzo privato, la mentalità degli studiosi dei trasporti tesa a coprire la domanda e non considerare le cause hanno finito per completare un quadro di per sé allarmante. Il caos del traffico, l’inquinamento dell’aria, il rumore sono diventati problemi quotidiani per gli abitanti su cui pesa una progettazione dell’ambiente abitativo e una trasformazione dello spazio urbano in funzione della mobilità motorizzata, che ha portato ad una città a misura di auto, una città di “strade “che condiziona fino ai nostri giorni la vivibilità urbana. I quartieri periferici diventano “non luoghi”. Così li definisce l’antropologo francese Marc Augè che con questo termine vuole indicare quegli spazi anonimi, senza storia e del tutto simili ad altri.

Rione Murate è uno dei tanti “non luoghi” della città: privo di una chiesa, di una piazza, di servizi commerciali e terziari. Un insieme di condomini più o meno recintati tra scarpate residuali; lo spazio pubblico un tempo per antonomasia adibito all’incontro, alla conoscenza, alle relazioni, al tempo libero ed alla socializzazione è ridotto all’ultimo pezzo di strada che gli abitanti percorrono per raggiungere il proprio garage o il parcheggio sotto casa. Una tale organizzazione assorbe le migliori risorse umane, mentali ed economiche del paese per costruire e gestire strade, parcheggi, nuovi svincoli, ben poco rimane per la gestione dei servizi. I trasporti pubblici diventano insufficienti o inesistenti, scarsa o nulla è la manutenzione degli spazi verdi, degli impianti, degli arredi urbani, quasi inesistente la sorveglianza. Ai “non luoghi” corrisponde la “non città” che si accompagna alla “non campagna”. La città si è ridotta a un insieme di “pezzi” senza identità e senza attrattive: una zona centrale caotica di giorno e deserta di notte, quartieri dormitorio privi di connotazione sociale e di stimoli per i rapporti interpersonali, zone residenziali asettiche e svincolate dal contesto storico-sociale nel quale sono inserite, periferie anonime e degradate da cui scappare appena possibile, percorsi pedonali scomodi e insicuri, scarsa qualità degli spazi pubblici, barriere architettoniche e traffico, verde urbano abbandonato e mal frequentato. Il quartiere e l’intera città hanno perso una delle caratteristiche principali: la complessità e la diversificazione, che sono alla base della vivibilità urbana. Uno spazio urbano povero, infatti, produce isolamento, separazione, egoismo, mancanza di identità collettiva e individuale e si associa a un tessuto sociale misero che si ripercuote sulla qualità della vita degli abitanti, in particolar modo per le fasce più deboli costituite dagli anziani, i malati e i bambini. La presenza di famiglie appartenenti alla media borghesia, insieme ad altre circostanze fortunate, hanno evitato a quartieri come Murate i casi estremi di emarginazione e di disagio sociale che non sono stati risparmiati ad altri abitati della periferia; la parrocchia, seppure all’interno di un garage, ha lasciato vivo il germe su cui far crescere un’identità collettiva.
All’interno del quartiere esiste una profonda esigenza di socialità, di appartenenza e di identità che si esprime con la partecipazione entusiasta ad ogni iniziativa. A Murate la gente risponde con entusiasmo alle sollecitazioni del comitato di quartiere o del giovane parroco (assemblee pubbliche, recita del rosario nei condomini, abbellimento degli spazi pubblici, feste di quartiere). I pezzi di un gazebo messi a disposizione dall’amministrazione comunale sono stati trasformati in un ameno rifugio destinato al tempo libero e alle relazioni tra persone, gruppi e generazioni. Nasce, sotto la spinta di una comunità che intende diventare protagonista del proprio futuro, il Centro di incontro “Antonio Continanza”, intitolato ad un giovane del quartiere scomparso tragicamente.

I costi della città adattata all’auto impongono, con una diversa concezione della mobilità, anche un nuovo modello di città e di vita urbana. Assodato l'esito suicida di un “modello statunitense”, avanzato nell'insipienza politica e culturale delle classi dirigenti che hanno di fatto ignorato l’identità storica e culturale delle nostre città, l’intera problematica urbana viene associata sempre più a una nuova cultura progettuale e di intervento capace di porre attenzione alle relazioni che legano le componenti della vita urbana. All’omologazione periferica viene contrapposto un policentrismo comunitario che porti alla trasformazione in "centro" della periferia, che non si risana dilatandola, ma delimitandola qualitativamente, arricchendola di servizi e opportunità, curando quanto è stato tumultuosamente costruito. Il futuro urbano è nei quartieri periferici da rendere più compatti e ricchi di funzioni, la qualità di vita dei suoi abitanti si misurerà nella capacità di adattare l’auto alla città e sul modo in cui gli spazi non costruiti saranno organizzati per rispondere alle reali esigenze degli abitanti.

L’intervento progettuale indispensabile per riqualificare spazi e servizi potrebbe, comunque, non essere risolutivo in merito al problema della perifericità di abitati cresciuti troppo in fretta per creare un radicamento. Occorre favorire la nascita, attorno a luoghi e strutture che esprimono centralità o una storia come la parrocchia, una piazza, un centro di incontro, una comunità capace di affermare un proprio stile di vita. Una comunità solidale in grado di condividere bisogni e sogni, problemi e aspettative, di affrontare le nuove criticità dovute ai cambiamenti globali. Una comunità di persone che può trasformare l’ambito locale da spazio passivo, dove aspettare per ricevere, in uno spazio attivo dove mantenere alto il livello di attenzione e azione collettiva e dove ritrovare il valore della solidarietà, dell’aiuto, e del senso civico, inteso come qualità della relazionalità interna, del rispetto reciproco e delle regole della comunità, senza le quali una città è destinata al declino non solo sociale ma anche economico.


 
O.L.A. ORGANIZZAZIONE LUCANA AMBIENTALISTA - ola@olambientalista.it